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Bartender globe-trotter, Nico de Soto oggi è uno dei personaggi del bar più conosciuti al mondo. Partito dalla sua Francia, negli ultimi anni ha visitato infatti 98 Paesi realizzando pop-up diversi in ben 38 di essi. Ha visitato inoltre i migliori 100 locali della World’s 50 Best Bars List 2018, nonché 63 dei 120 World’s 50 Best Restaurants. Capiterete meglio, adesso, perché nell’ambiente venga definito il “bartender nomade”.

Durante la Florence Cocktail Week 2021 abbiamo avuto modo di conoscerlo di persona, ascoltando le affascinanti storie sui suoi viaggi in giro per il pianeta e, soprattutto, sui numerosi bar visitati durante questo lungo percorso. Una bella chiacchierata che Nico de Soto ha concesso ai microfoni di Beverfood.com a margine della sua interessante masterclass organizzata da Illva Saronno, al “Rex” di Via Fiesolana, prima del divertente night shift.

Nico, innanzitutto com’è andata la tua avventura a Firenze per la Florence Cocktail Week 2021?
“Molto bene! Era la mia prima volta a Firenze, quindi mi sono preso anche del tempo per visitare la città e la Toscana più in generale. La quantità di locali che ho trovato, e ovviamente anche la loro qualità, mi hanno davvero impressionato”.

Dal “Same Flag” al “Gucci Sour”: ci racconti i cocktail che hai preparato durante il tuo night shift come guest internazionale di Illva Saronno?
“Il mio signature drink a base Disaronno è stato il ‘Gucci Sour’, ispirato al famoso stilista e alla sua città dal fascino unico. Ho scelto di sviluppare una versione esotica del classico ‘Disaronno Sour’, aggiungendo la chicha morada, una bevanda originale del Perù. Il risultato è un cocktail complesso dalle note fruttate. Oltre a ‘Gucci Sour’,  realizzato appunto con Disaronno, Eau de Vie de Gramboise, Acquafaba, Hibiscus, Chicha Morada, Rectified Pineapple Juice e Saffron Bitters, ho proposto poi anche il mio ‘Same Flag’, con Busker Single Malt, Campari, Sweet Vermouth, Pandan e Tonka Beans Bitter. Senza dimenticare il ‘Mace’s Espresso Martini’ con Tonka and Cocoa Vodka, Tia Maria Cold Brew, Espresso, Banana Liqueur, Salt, Thai Chili, Mole Bitters o il ‘Busker Rhymes’ con Busker Triple Cask, Fig Syrup e Rectified Tomato”.

Europa, Stati Uniti, Sud America, Estremo Oriente… Nei tuoi drink si respirano e degustano tanti continenti diversi.
“Non a caso mi chiamano il ‘bartender nomade’ (sorride, ndr). Questo soprannome non mi dispiace affatto, perché viaggiare è la mia più grande passione e, se non potessi più farlo, credo proprio che cambierei lavoro. Penso e realizzo ogni giorno i miei cocktail ispirandomi proprio alle cucine e ai sapori di tutto il mondo. Mi considero molto fortunato a poter unire la mia professione alla mia passione per i viaggi, due attività strettamente legate dal mio punto di vista”.

Non sorprende che i tuoi due locali, “Mace” a New York e “Danico” a Parigi, siano molto diversi fra loro.
“Il ‘Mace’ a New York è più grande ed è incentrato sulle spezie, mentre il parigino ‘Danico’ si trova all’interno di una bella trattoria italiana chiamata ‘Daroco’. Quest’ultimo ha più classe ed eleganza rispetto all’altro, ma direi che le cocktail list di entrambi i locali seguono percorsi e filosofie di base molto simili”.

Abbiamo parlato di viaggi, di cocktail, di locali… Non ci resta ora che chiudere con la musica, altra tua grande passione, anche perché al “Locale” ti sei esibito dietro alla console oltre che al bancone.
“È vero. Faccio anche il dj, ma solo per divertimento (ride, ndr). Amo mettere musica elettronica di tanto in tanto, si abbina bene ai guest shifts perché non suono né troppo techno né troppo duro. Al ‘Locale’, durante una delle serate della Florence Cocktail Week, ci siamo divertiti molto. Non credo però che potrei fare il dj come lavoro, mi annoierei!”.

Foto di Michele Tamasco

 

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