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Cosa succede se, ad un tratto, il percorso cambia e il destino ti regala la rotta? È quello che sembra accadere in Franciacorta nell’ultima decade con l’uva Erbamat. Un autoctono che dimostra un coraggio e una solidità interessanti, presente anche in piccole porzioni nelle regioni confinanti alla Lombardia. È citato per la prima volta nel 1564 da Agostino Gallo, agronomo italiano del Cinquecento nel libro, “Le vinti giornate dell’agricoltura et de’ piaceri della villa” in cui definisce Erbamat, al tempo “albamate”.

 

 

Ma il tema, in questo caso, non è l’aurea che si crea intorno alla storia, ma la funzionalità – puntuale, più che mai – delle sue caratteristiche. Ne esistono invero tre cloni che si sperimentano in qualche vigna e che fungono da polmone per la denominazione tutta. E Castello Bonomi, una delle cinque aziende che decise di appoggiare la sfida del grande recupero di questa cultivar, sin dal principio, vanta una verticale in purezza e non, di Franciacorta con quest’uva ammessa oggi nel disciplinare fino al 10%. Dalla magica annata 2011 al 2014.  Il plauso va al Consorzio di Tutela Franciacorta che affidò a Leonardo Valenti, docente dell’Università Statale di Milano lo studio per valutarne le caratteristiche per contrastare gli evidenti effetti dei cambiamenti climatici che in qualche denominazione hanno anche favorito le maturazioni, ma che in altre danno segni di preoccupazione. Ma l’Italia, in questo senso, vanta un patrimonio e delle risorse che paiono inesauribili.

Erbamat e i Franciacorta di Bonomi

La maturazione più lenta e la spiccata acidità la rendono pratica e adatta, nelle annate calde, insieme ai noti internazionali francesi. Un’uva che, se non la si prova in purezza, non la si può comprendere nelle sue viscere: freschissima, verde, tagliente con un velo di resistenza alla sua parte più delicata segnata da una magnolia ariosa e pregante di tempo. Una base che quando presente (al 38%) insieme a pinot noir e chardonnay regala soffi francesi delimitando i confini italiani, anzi del Monte Orfano. Dove si sente tutto il fondale marino, il suo sale, percepito in questa batteria nel 2013 – annata calda – che traghetta gli aromi di arancia rossa e una struttura dirompente in un’ampiezza più potente placata da un’acqua distillata di rose. La risposta appare dunque più che gradevole in quei millesimi più caldi ma di bel carattere e personalità in quelli più freschi e con un po di evoluzione: come il primo prodotto, il 2011, con Erbamat presente al 32% ritorna trionfante con un’esplosione di fiori bianchi, di vaniglia, pistacchi, con zenzero e rosmarino a inserirsi nel bouquet. Un diario dimenticato che lascia un’impronta indelebile, affonda in un abisso di gesso che riporta alla champagne. Questa prima annata di sperimentazione di Bonomi, è di classe spettrale. Il timbro di stile dei vini della Casa ritorna comunque quando ci si approccia al 2012 e al 2014, l’ultimo introdotto nel mercato.

Chiamata Cuvée 1564, dove nel nome, c’è l’omaggio alla storia detta. Con un 40% di Erbamat coniuga stile, potenza, beva agile e tratti piccanti.

Ma la conferma dell’annata 2011 è tutta da gustare nel Cru Perdu Bonomi con il nome, in questo caso, dato in onore a una vigna nascosta in un bosco in cima alla collina poi rimessa a dimora. Oggi il pinot nero rappresenta il 30% dell’uvaggio di questo Franciacorta che piace per la sua dinamica minerale, riesce ad essere giorno e notte: è strutturato, brillante e di sferzante acidità. Una potenza tale che contrasta i  72 mesi di affinamento.

 

 

+info: www.castellobonomi.it

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