Alla “diabolica” concomitanza di fattori depressivi l’umore dei vignaioli e degli enologi, per le preoccupazioni derivanti dai dazi, dall’Oms che insiste sul pericolo dell’uso dell’alcol, dalle dinamiche geopolitiche internazionali e, ultimo ma non ultimo, dal fatto che si voglia far passare il vino come prodotto – non più di moda -, Coldiretti Asti richiama l’attenzione sulla riflessione, quella alta, dotta e semplice allo stesso tempo, nonché su una presa di coscienza più profonda, necessaria nel rispetto della dedizione e della storia millenaria del vino. Con Vincenzo Gerbi, enologo e Professore Ordinario all’Università di Torino, Coldiretti Asti ha fatto il punto.

“Si dice che il vino sia troppo impegnativo e richieda conoscenze per poterlo scegliere, mentre chi consuma bevande alcoliche preferisce non avere pensieri e giungere solo al piacere” premette il professore. “Tutto questo mi ha molto stupito e anche un po’ amareggiato. Il vino non si può mettere sullo stesso piano delle altre bevande alcoliche. Le bevande più di moda, come cocktail e mix di fantasia, sono fatte partendo da una ricetta, quindi, mettendo insieme aromi, acqua, zuccheri e una parte di alcol, non necessariamente partendo dall’uva. Il vino, invece, è la trasformazione del frutto dell’uva. Chi decide di convivere con l’uso di bevande alcoliche in modo misurato e razionale, trova nel vino la più grande diversità, non solo dal punto di vista organolettico, avendo 600 vitigni e mille terroir diversi che possono dare impronte organolettiche differenti, ma anche per la cultura di vinificazione, con differenze così sottili che chi impara a conoscerle, distinguerle e apprezzarle non solo diventa un esperto del vino, ma altresì più padrone dei propri sensi dell’uso dell’olfatto, del gusto e della vista, nell’individuare le caratteristiche di quello che beve e che mangia”.
Insomma, l’educazione al vino, “viva Dio”, richiede necessariamente qualche nozione, come distinguere un vigneto da un vitigno, il grado alcolico, l’acidità, le doc… Parole non troppo difficili che si possono spiegare. Quando si tratta di scegliere altri beni, le capacità dei consumatori sono molto affinate. Perché, dunque, si deve avere un rifiuto di conoscenza nei confronti del vino? Tutto questo appare un po’ esagerato. Parlando di vini dealcolati, la normativa parla chiaramente: il vino si produce con la tradizionale tecnica di vinificazione e poi si toglie l’alcol, più o meno completamente, a seconda che si tratti di dealcolati totali o parziali.
“Che si usi l’osmosi inversa, la distillazione sottovuoto o lo spinning cone colum, parliamo sempre di tecniche non poco invasive” spiega il prof Gerbi. “Tecniche che, insieme con l’alcol, allontanano anche componenti volatili togliendo qualcosa all’identità del vino, Credo sia stato prudente da parte del Ministero non concedere che siano dealcolate anche le doc e le docg, in quanto, si toglierebbe un’identità troppo forte, andando in contrasto con la nostra idea di identità e di origine” rimarca la Presidente Coldiretti Asti Monica Monticone.
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“Personalmente” prosegue Gerbi, “non sono contro i vini dealcolati, ma vorrei che i consumatori riflettessero. Si parla tanto di sostenibilità, di basso intervento e di vini con minimale tecnologia, trasformati secondo un protocollo il più lieve possibile. Ebbene, la dealcolazione non è esattamente un procedimento leggerissimo. Se proprio non devo consumar alcol, forse è meglio che beva un analcolico. Faccio prima ed evito di utilizzare risorse energetiche. La prospettiva che i vini generici vengano dealcolati per stare sul mercato e salvare il patrimonio viticolo, può andare ma, nello stesso tempo, spero che il mondo dei consumatori, quando abbia assaggiato tutti questi prodotti, si faccia un’idea e valuti con attenzione di non trascurare anche i vini tradizionali che, se consumati in dosi moderate e secondo le indicazioni che un tempo erano considerate delle sane abitudini, sono ancora piacevolmente favorevoli la conservazione, il convivio, il ragionamento e la pacatezza. Il vino non si beve e non si tracanna, ma si assapora, si assaggia e si beve normalmente in compagnia. Il vino è festa, è celebrazione”.
L’alcol, nei vini italiani, è compreso in una forbice che va dagli 11 ai 14 gradi C. Ciò che veramente fa la differenza e poter coglierne l’acidità, i tannini e i profumi in un esercizio per la mente che consenta di ricorrere ai propri sensi per scegliere e distinguere i prodotti dalla grande tradizione da quelli banali e trasformati, certamente con ottime tecnologie, ma che non spingono sulla differenza. Concludendo. “Auspico che non si perda tutto questo e non vada sprecato un patrimonio di colline che hanno nella vite la loro massima vocazione. Spero che risorga il sole e si possa parlare obiettivamente delle differenze tra un vino e l’altro”. “Il compito di Coldiretti Asti, tra gli altri, resta quello di portare conoscenza e sapere tra i consumatori affinché siano sempre in grado di compiere scelte consapevoli senza farsi travolgere da slogan di superficialità e infondatezza” conclude il Direttore Giovanni Rosso. “Continueremo a batterci per difendere i nostri vignaioli, il territorio e la millenaria cultura/tradizione che ci distingue e appartiene”.
+info: www.asti.coldiretti.it


