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C’è una Corfù che non finisce sulle cartoline: dentro “Corcyra”, la nuova cocktail list di 7 Sins

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Otto signature cocktail, quattro capitoli e una domanda semplice solo in apparenza: può un drink raccontare davvero un luogo? A Corfù, 7 Sins Cocktail House prova a farlo partendo dalla memoria, dagli ingredienti dell’isola e da una cocktail list in cui, prima ancora del distillato, si sceglie una storia.

A Corfù è facilissimo raccontare Corfù. Bastano il mare, un tramonto, qualche ulivo, un kumquat infilato da qualche parte e il gioco è fatto. Il problema è che quando un luogo diventa così riconoscibile rischia anche di diventare prevedibile. È per questo che “Corcyra – L’Isola Invisibile”, la nuova cocktail list di 7 Sins Cocktail House, mi è sembrata interessante fin dal nome. “Corcyra” è l’antico nome dell’isola, ma l’isola invisibile di cui parla il progetto non è una Corfù nascosta sulle mappe: è quella che rimane sotto la superficie, lontana dalla versione da cartolina o agenzia turistica. Quella dei Feaci e di Poseidone, quella delle dominazioni veneziana, francese e inglese, dei mercati, delle botteghe, delle ricette familiari, delle erbe, dei profumi e delle materie prime che ne hanno plasmato per secoli il carattere. Il bartender e imprenditore locale Spyridonas Vradis, fondatore di 7 Sins, e Alexandros Georgotas hanno deciso di trasformare tutto questo in otto cocktail, distribuiti in quattro momenti di un viaggio: “The Arrival”, “The Land”, “The Passage” e “Nostalgia”. La loro non è soltanto una cocktail list da leggere, è una mappa. E la prima cosa che colpisce è proprio questa: qui non si parte dal bicchiere, si parte dal luogo.

Corcyra

“The Arrival” è il momento in cui Corfù comincia timidamente a mostrarsi. Il vento, il porto, il primo contatto con l’isola. Il primo drink si chiama semplicemente “Corcyra” e mette insieme vino bianco frizzante Kakotrigis, albicocca, lemongrass, geranio e menta verde, costruendo una lettura dichiaratamente ispirata al French 75. È un ingresso leggero, almeno sulla carta, quasi fosse davvero il primo respiro dell’isola. Poi arriva “Zephyrus”, dal nome del vento occidentale della mitologia greca, con olive biologiche Lianolia Dr. Kavvadias, mela verde, erbe selvatiche corfiote e bergamotto, tutto in stile Daisy. È già un altro paesaggio: più verde, più aromatico, con l’oliva a fare da collegamento diretto con la terra. Si capisce subito una delle intuizioni più interessanti di tutta la lista: accanto ai cocktail non viene indicata la base alcolica. C’è scritto “spirit selection” e basta. Prima scegli il racconto, il profilo, l’atmosfera; soltanto dopo scegli con quale distillato viverla. È una piccola ribellione alla grammatica classica del cocktail menu, dove normalmente è il gin, il rum o il whisky a chiamarti per nome. Ebbene, da 7 Sins succede il contrario.

Zephyrus

Il nostro viaggio entra ora in “The Land” e il discorso si fa inevitabilmente più gastronomico. Il primo cocktail è “Olive Grove”, un twist sul Martini con olio extravergine di oliva Thiako Dr. Kavvadias, vermouth dry fatto in casa, peperone rosso, maggiorana di Florina, timo selvatico (Throubi), semi di coriandolo e limone. Sì, c’è l’olio extravergine dentro un Martini e già questo dovrebbe bastare per capire che non siamo davanti alla solita operazione “prendiamo un prodotto locale e mettiamolo nel bicchiere”. Il territorio viene trattato come una cucina, con l’olio, le erbe e le spezie a esprimere un’identità marcata.

Olive Grove

L’altro drink di questa sezione, “The Table”, alza ancora di più il livello della provocazione: noumboulo corfiota (pregiato salume affumicato locale), peperone piccante, vino rosso affinato, pomodoro e cetriolo, dentro un signature in stile Tommy’s. La filosofia di Vradis, del resto, è proprio quella di prendere qualcosa che appartiene alla tavola e spostarlo dietro al bancone, senza farlo diventare una semplice decorazione. Il menu parla esplicitamente della tavola dei Feaci e dell’ospitalità, e questi due cocktail sembrano essere la sua più coerente traduzione liquida.

The Voice of Rocks

Con “The Passage” cambia tutto, ancora una volta. Le olive grove lasciano spazio alla parte più selvaggia dell’isola, alle rocce, al mare e a quella natura che il menu descrive orgogliosamente come untamed. Il Mule “The Voice of Rocks” – kumquat, finocchio di mare, zenzero, fico d’India, CO₂, ginger ale – è forse il drink che più esplicitamente lavora sull’idea di paesaggio: il kumquat riconduce immediatamente all’isola, il finocchio marino al Mediterraneo, lo zenzero aggiunge una traiettoria più tagliente e la carbonazione porta dentro il bicchiere quella sensazione di movimento che il menu associa al viaggio, alle onde e al vento. Poi arriva “Porto Timoni”, più scuro e profondo: distillato invecchiato, sikomáida corfiota, miele di montagna di Old Perithia, frutti di bosco caramellizzati, pickle di noce, tutto in stile Old Fashioned. Due signature legati allo stesso luogo, ma con due direzioni completamente diverse.

Porto Timoni

In tutto ciò appare inevitabile, alla fine, la “Nostalgia”. Forse il capitolo più difficile da analizzare visto che, per definizione, la nostalgia non ha un sapore preciso. Ha più che altro una memoria. Il primo signature è “Silent Lake”, con birra al miele fatta in casa, feta, anguria, CO₂ e pane. Ancora una volta il menu prende ingredienti che sembrano appartenere a una tavola più che a una bottigliera e li porta altrove. L’ultimo drink si chiama infine “Nostos”, parola greca che indica “ritorno”, e chiude il nostro viaggio con mandolato, amaro al caffè greco fatto in casa e schiuma setosa, per un ottimo twisr sull’Espresso Martini. Dopo il vento, gli ulivi, le rocce e la tavola, si torna così al caffè. Si torna a qualcosa di familiare e il percorso finisce proprio dove era iniziato, nella memoria.

Nostos

In sintesi, “Corcyra – L’Isola Invisibile” non cerca di dimostrare quanto sia tecnica o elaborata una cocktail list, anche se la tecnica evidentemente c’è. “Corcyra – L’Isola Invisibile” non cerca nemmeno di mettere in fila prodotti esotici o combinazioni strane pensati esclusivamente per stupire. Cerca di dare piuttosto a ogni ingrediente (e a ogni ospite, sia locale sia internazionale) un motivo per essere lì. Kumquat, noumboulo, olio, miele, erbe, feta, pane, caffè sono frammenti autentici di un posto vivo, tangibile, concreto. Spyridonas Vradis, a margine di questa degustazione, ci ha confessato di essere cresciuto tra sua madre, le sue nonne, i mercati tradizionali, le botteghe dell’isola e il rito quotidiano dell’accoglienza. È esattamente da lì, a posteriori, che nasce l’idea di un’ospitalità che non sa soltanto di servizio, ma che si articola armoniosamente tra credibilità, gusto e racconto. Detto altrimenti: il suo menu non poteva certo limitarsi a scrivere “Corfù” accanto a ogni cocktail, doveva provare a farti capire quale Corfù stai bevendo per farti conoscere l’isola ancora prima di esplorare. Missione riuscita.

© Riproduzione riservata

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