Lorenzo 'Kuaska' Dabove
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BIRRE PER SPIRITI LIBERI – BIRRE STRANE? NO! BIRRE GENIALI, CREATIVE ED ORIGINALI Made in Italy

Lorenzo dabove Teo musso Birre Spiriti Liberi Strane Geniali Creative Originali Tipiche Italy

Tipiche Birre Italy Teo musso Originali Geniali Strane Liberi Spiriti Lorenzo dabove Creative

© Riproduzione riservata

A cura di
Lorenzo Dabove (in arte Kuaska)
Degustatore Professionale di Birre
Giudice internazionale WBC
Life Member of CAMRA
Docente per “Master of food” Slow Food
www.kuaska.it

Pubblicato sull’Annuario INFOBIRRA 2008-09 Beverfood srl

SOMMARIO: Introduzione – Birre alle castagne – Birre con cereali diversi dall’orzo e frumento – Birre legate al mondo del vino – Birre al miele, alla frutta e alle spezie – Conclusione

Riferimento temporale: estate 2008

Annuario Birre Italia InfoBirra Beverfood 2008/09

Introduzione

A poco più di dieci anni dalla nascita del movimento della birra artigianale nel nostro paese, collocabile a metà degli anni novanta, si può tranquillamente constatare come la fase pionieristica sia definitivamente terminata, lasciando campo libero ad una nuova, esaltante stagione, caratterizzata sia da prodotti che stanno consolidando un vero e proprio “made in Italy”, sia da prodotti innovativi che possono vantare un’originalità ed un’unicità davvero sorprendenti che, i meno aperti ed avvezzi alle novità dello stagnante campo birrario a livello industriale, a volte etichettano, con ottusità e superficialità, come “birre strane”. Dato che le prime birre che suscitarono l’interesse degli importatori stranieri erano “strane” o, per meglio dire, “inusuali”, non vorrei che si corresse il rischio di essere identificati come i produttori di sole birre bizzarre e curiose.

Luoghi comuni come “le birre belghe sono forti” o “le americane artigianali sono amare” ormai sono radicati e difficili da sfatare. Chi ama e conosce le birre, sa benissimo che, per lunga tradizione, le birre belghe del passato, erano pensate per i lavoratori dei campi e per la gente comune, quindi leggere, dissetanti ma al tempo stesso nutrienti, come lo erano, al di là della Manica, le porter londinesi, le “birre dei facchini”. Solo negli anni trenta cominciò ad affermarsi la tendenza a produrre birre fortemente alcoliche, adatte a “scaldare l’inverno”, così come le anglosassoni “winter warmer”. Purtroppo pochi sanno che negli Stati Uniti, protagonisti della ben nota ed esaltante Renaissance ed incontrastati leader nel campo della birra artigianale, non si producono solo birre amare od amarissime ma un’infinità di tipologie, sia innovative che rivisitazioni di stili caduti in disgrazia nei paesi di origine. Per fortuna noi cominciamo solo ora a farci conoscere e quindi faremo in tempo ad evitare di essere bollati come i birrai che fanno solo birre strane. Ci riusciremo grazie alla qualità e alla varietà delle nostre birre, anche le più inusuali e alla dimostrazione che una ricerca e sperimentazione, affiancate ad una sana passione e da un’innata creatività, non debbano per forza scaturire da bieche operazioni di marketing. Una birra con incluse patatine fritte e maionese per ora non è, che io sappia, nelle nostre mire

Detto doverosamente questo, direi che è giunto finalmente il momento di passare in rassegna le nostre più rappresentative creazioni, molte delle quali, non posso negarlo, farebbero rabbrividire Guglielmo IV di Baviera che si suiciderebbe all’istante, avvolto nel suo editto della purezza.

Birre alle castagne

Partiamo dalle birre alla castagna che si possono presentare come il primo esempio di un nascente “made in Italy” in campo birrario. Non si può né si vuole negare, sarebbe stupido ed ipocrita, che la prima birra alle castagne fu prodotta in Corsica , a inizio anni novanta dai due coniugi corsi Armelle et Dominique Sialelli che nel giugno del 1996 presentarono, dopo innumerevoli prove, la ben nota “Pietra”di 6 gradi alcolici. D essi va l’indubbio merito di avere tracciato una strada che ha poi avuto la sua esaltazione qualitativa proprio in Italia. Attualmente produciamo più di trenta birre alle castagne, tutte diverse perché utilizzanti, nella stragrande maggioranza dei casi, frutti locali, tutti di varietà diverse e spesso impiegati in forme e lavorazioni differenti, oltre alla farina, anche come caldarroste, affumicate, essiccate e così via.

La prima birra italiana alle castagne che assaggiai fu la Malphapana creata da un gruppo di simpatici ed appassionati birrai casalinghi, capitanati da Paolo De Martin, i ben noti “Soci dea Bira” di Cavaso del Tomba in provincia di Treviso, alle pendici del Monte Grappa. Paolo, ora apprezzato birraio professionista nella stupenda Barchessa di Villa Pola a Barcon di Vedelago, sempre nel trevigiano, produce la Monfenera che prende il nome dalle pregiatissime castagne utilizzate.A Busalla, nell’entroterra genovese, più o meno nello stesso periodo, nasce la Castagnasca con farina di castagne della Valgraveglia, trattate con tecniche d’altri tempi. Altre birre seguirono ma confesso di non aver pensato ad una tendenza tipicamente italiana fino a quando fui “informato” dal caro amico svizzero Laurent Mousson, vice-presidente EBCU (European Beer Consumers Union), che, ad ogni visita nel nostro paese come giudice ai concorsi per homebrewers, scopriva nuove birre alle castagne! Il mitico Submarine Captain (nickname sul web di Laurent) aveva ragione, stava nascendo uno stile tutto nostro e noi non ce ne stavamo accorgendo!

In Piemonte troviamo molti esempi, tutti prodotti con castagne locali. A Chieri Sergio Ormea nel suo brewpub Grado Plato, noto oltre che per le sue premiate birre anche per i suoi innumerevoli piatti cucinati con le lumache, produce la corposa Strada San Felice di ben otto gradi alcolici, utilizzando pregiate castagne Garessine della zona del Cebano essiccate all’antica. Di recente è stata scelta ed introdotta alla spina in uno dei più prestigiosi ristoranti americani l’Union Square Café di Manhattan, Nel Birrificio Montegioco nell’omonimo paese del tortonese, uno dei più creativi birrai italiani, Riccardo Franzosi, che ritroveremo spesso nel corso di questo articolo, produce la profumata Bastarnà di 7°, con le sempre più rare castagne di Garbagna, prodotte in quantità ridottissima tanto da rischiare l’estinzione. Bastarnà in dialetto più piacentino che tortonese significa caldarrosta ed è ovviamente in questa forma che Riccardo le utilizza, conferendo il caratteristico retrogusto con lievi note di bruciato.

A Vaie, in Val di Susa, il birrificio SorA’laMA’ utilizza una grossa quantità di marroni di Focchiardo per la sua Hurrà! di 6 gradi alcolici. A Frassino in Valle Varaita, il birrificio Boero realizza la sua Gaia di 6.7°, che prende il nome dalla gaietta, una piccola castagna della zona, qui impiegata dopo un tradizionale processo di affumicamento. In Valsesia, Carlo Cametti, dopo decenni di birrificazione casalinga, ora produce nel suo birrificio Vallecellio birre biologiche utilizando prodotti locali come il riso o le castagne, usate secche per la sua Castagna di 5.5°. Nel nuovo Birrificio di Galliate, nel novarese, il mitico Prinz, passato da triatleta e fisico asciutto e sempre abbronzato, produce una birra stagionale dal nome essenziale Alle Castagne con castagne secche e miele di castagno. Concludiamo la vivace scena piemontese con la più “castagnosa” delle birre alla castagna, la straordinaria Palanfrina di 9°, dei ragazzi terribili del Birrificio Troll di Vernante , esportata con successo negli Stati Uniti, con miele di castagno, castagne del monregalese sia essiccate che in farina e, quando disponibile, crema di marroni da un artigiano locale.

In Liguria, oltre i citati pionieri di Busalla, troviamo l’interessante Nivura prodotta dal Birrificio Scarampola di Millesimo nell’entroterra savonese per la Cooperativa Il Teccio, utilizzando la castagna Gabbina tradizionalmente essiccata nei tecci di Calizzano e di Murialdo, presidio Slow Food. Il birraio Massimo Albanese, ex-Busalla, produce una birra con farina biologica di castagne per la recente Fabbrica della Birra Fiore di Albisola Superiore vicino a Savona.In Lombardia troviamo la Birolla di 6.5°, per la quale Andrea Bravi, mastro-birraio del gigantesco Birrificio di Como, utilizza farina di castagne e miele di castagno, acacia e millefiori. E’ tutelata dal consorzio “Sapori di terra, Sapori di lago” e viene servita accompagnata da un cartoccio di caldarroste. A Prata di Camportaccio in provincia di Sondrio, la microbirreria Artegiana produce per il ristorante Lanterna Verde in Valchiavenna, la Kasta, una birra di Natale alla Castagna.

In Veneto oltre il citato pioniere Paolo De Martin, il birrificio ArteBirraia di Rasai di Seren del Grappa nel bellunese, produce la San Martino, ottenuta con l’ammostamento del puro malto d’orzo con i rinomati marroni locali riconosciuti e tutelati dal Consorzio del Marrone Feltrino. In Emilia-Romagna, più esattamente a Granagliuone, nell’incantevole Appennino bolognese, troviamo il Birrificio Beltaine protagonista dell’esaltante “Progetto Appennino”. Tre birre vengono prodotte, tutte rigorosamente con castagne locali, affumicate per la Birra Doppio Malto alle Castagne affumicate e Ginepro ed essiccate con aria neutra per la Birra alle Castagne e per la Birra Bianca alle Castagne e Frumento.

La Toscana può vantare ben cinque produttori che utilizzano castagne locali. Birra Amiata produce ad Arcidosso due interessanti birre con due rinomatissime varietà di castagne autoctone, la Bastarda Rossa con aggiunta in ammostamento di castagne essiccate e la Aldobrandesca con castagne, frumento, farro e segale. La simpaticissima mammina-birraia Francesca Torri nel suo Birrificio Mosto Dolce di Prato produce l’ironica Duff e la straordinaria Martellina la miele di castagno.Nella vicina Mercatale di Vernio, il Birrificio Rhyton produce la Caniccia con caldarroste di marroni dell’Appennino Toscano. Nella valle del Serchio, in Garfagnana, troviamo il Burrificio Petrognola il cui geniale birraio-camionista Roberto Giannarelli per la sua Petrognola alle castagne, oltre l’immancabile farro, utilizza farina di castagne locali. A Marradi, in provincia di Firenze, il neonato Birrificio Cajun produce la Lom con il 25% del “marron buono di Marradi”, in precedenza prodotta dal Birrificio Lodigiano col nome di Golden Season.

Nel Lazio, precisamente a Borgorose in provincia di Rieti, il talento naturale Leonardo Di Vincenzo della Birra del Borgo, che ritroveremo più volte nel corso dell’articolo, ha aggiunto alla sua già prestigiosa gamma, la Castanha di gradi alcolici 4.2, realizzata con castagne rosse del Cicolano nel reatino, essiccate al fumo di legna. In Abruzzo a Spoltore vicino a Pescara, il vulcanico Jurij Ferri produce nel suo Birrificio Almond 22 la Balù, una birra alle castagne davvero originale per l’utilizzo di rinomata farina di castagne della Garfagnana, miele di castagno del Parco Nazionale d’Abruzzo e baccelli di vaniglia che le conferiscono un ulteriore tocco di unicità. A Centola nel salernitano, Iris Birra produce La Castagnola a bassa fermentazione con le rinomate castagne locali.

Per una mappatura completa e costantemente aggiornata delle birre alle castagne e relativi produttori:
www.microbirrifici.org/beer_style_detail.aspx?IdStile=81

Birre con cereali diversi dall’orzo e frumento

Un altro peculiare aspetto di un nuovo made in Italy in campo birrario ci viene dall’utilizzo di cereali diversi dai più comuni orzo e frumento. Primo fra tutti vorrei citare il farro, tradizionalmente coltivato in Toscana ma anche nel Lazio ed in Abruzzo e in poche altre regioni. La citata Petrognola, oltre a quella alle castagne, ci regala birre al farro di grande interesse come la classica e pluripremiata la Petrognola in versione chiara e nera e la davvero unica 100% farro ai confini della realtà! Leonardo Di Vincenzo per la sua nota Duchessa utilizza farro tradizionalmente coltivato nei monti della Duchessa nel reatino. Il ciatto Jurij Ferri dell’Almond 22 va giustamente fiero della sua Farrotta con farro biologico ed in fase di raffreddamento del mosto, un’aggiunta di miele d’acacia biologico lavorato da apicultori abruzzesi. La Flavia Plumbea, prodotta dal birrificio bresciano Babb per il Comune di Pombia (NO) su ricetta originale liberamente ispirata dal ritrovamento di un vaso neolitico con residui di birra, con frumento, farro e melata della valle del Ticino Il citato Belatine produce una birra al farro per l’associazione MontagnAmica mentre pure in Veneto troviamo una birra al farro (definito “integrale”) dal Birrificio Birrone di Isola Vicentina, chiamata San Lorenzo.

Ma non mancano certo altri cereali e addirittura legumi nelle nuove birre dei nostri fantasiosi ricercatori: grano saraceno, segale, avena, kamut, miglio, riso, fagioli, favino e così via. Tra gli esempi più significativi ricordo la straordinaria ed unica Nora del Baladin di ispirazione egizia con kamut (ritrovato nelle tombe dei faraoni) e resine dell’Etiopia. Sempre dal grande Teo Musso ci giunge la Wayan, prima birra italiana ad essere stata certificata biologica (QC&I) per la quale vengono utilizzati ben 5 differenti cereali e addirittura 9 spezie diverse.

Interessanti sono poi,in rapida successione, la Talco dei pionieri Enrico ed Alessandro Borio del Birrificio Beba di Villar Perosa (TO) una weizen super-atipica di bassa fermentazione (!) con malto di segale, la PVK di Moreno Ercolani dell’incantevole birrificio L’Olmaia vicino a Cianciano (SI) con grano tenero, grano duro, orzo, avena e favino della Val d’Orcia, la Ruis del burrificio Orso Verde di Busto Arsizio (VA) per la quale Cesare Gualdoni utilizza frumento, segale ed avena, la Tellis del birrificio Spluga in Valchiavenna con 50% di malto di grano saraceno autoprodotto e la veronese Birreria del Vichingo che produce conto terzi una birra al riso per la ditta Melotti. Artebirraia a Seren del Grappa nel bellunese produce la Borlotta con rinomati fagioli di Lamon in ammostamento. Il birrificio piemontese Boero per la sua Festa Internazionale del Pane utilizza grano, farro e pepe bianco dello Sri Lanka. Lascio per ultima la recentissima Nanorò del citato Sergio Ormea del Grado Plato di Chieri che ha realizzato questa birra davvero unica, con miglio maltato, per un progetto a favore del villaggio di Nanorò nel Burkina Faso. Parte del ricavato della vendita di questa birra verrà devoluta per progetti di cooperazione.

Birre legate al mondo del vino

Altro emblematico esempio del Made in Italy è quello delle birre legate al mondo del vino, com’è giusto che sia in un paese celebre in tutto il mondoper la qualità dei suoi vini. Questo legame si può ritrovare in svariate soluzioni, con l’utilizzo di uve, di lieviti da vino o da spumante, con processi produttivi tipici del vino come il barricare, il ricercare ossidazioni e così via. Anche in questo campo così specifico, come vedremo, la fantasia e la libertà non mancano di certo.

Quando si parla di birre legate al vino, il primo pensiero va al parmense Renzo Losi del Birrifico Torrechiara, il cui padre produce vino dal 1936, che ha riscosso un successo planetario per la sua Panil Barriquée Sour , birra scura invecchiata in barriques di rovere francese, che subisce tre fermentazioni,15 giorni in vasca di acciaio, 90 giorni in barriques provenienti dal cognac e dal bordeaux, e 30 giorni in bottiglia. Ne esiste anche una versione “mild” più morbida e meno acidula. Altre sue sperimentazioni hanno portato a risultati originali ed interessanti come la leggera La Settembre Barriquée con 5% di uve barbera e la forte Enhanced, barricata e rifermentata con lieviti da vino

Riccardo Franzosi del birrificio Montegioco ci regala grandi birre legate al vino come la magnifica Dolii Raptor (dal latino “rubata dalla botte”) che nasce dalla maturazione in barrique di Barbera per sei mesi e successiva rifermentazione con lieviti da vino bianco della sua celebre strong ale ambrata Demon Hunter. Lo stesso trattamento lo riserva alla scura Bran per la straordinaria Bran Reserva. Ma non finisce qui; ed ecco una gemma come la Tibir, con l’utilizzo di acini di uva Timorasso dei colli tortonesi, fornito dal mitico Walter Massa. Ben riuscita pure la versione “rosé” con acini di uva della varietà Moscato d’Amburgo.

Il bravissimo, emergente Nicola Perra, sardo fino al midollo, nel suo birrificio Barley di Maracalagonis vicino a Cagliari, utilizza addirittura la sapa (mosto cotto) da pregiate e costose uve Cannonau per la sua iperbolica BB10 che io consiglio da abbinare a colpo sicuro al più sontuoso dei carrelli di bolliti misti piemontesi tale è la vicinanza alla cugnà L’estroso Lorenzo Bottoni del Piccolo Birrificio nell’incantevole antico borgo di Apricale, sulle alture al confine con la Costa Azzurra, produce la Eco, rifermentata in bottiglia con metodo champenoise e l’eccezionale Seson affinata in botti di Chardonnay con aggiunta di scorza di chinotto di Savona.

Marco Marenco nel suo Birrificio Citabiuda di Neive (CN) ospitato in una bellissimo ed antico edificio, ex-scuola, utilizza lieviti da champagne per le sue Biancaneive di grano e Sensuale ambrata d’abbazia. Un altro giovane cuneese, Matteo Billia di Birra 1789, per la sua Moscatus utilizza nel processo produttivo del mosto di Moscato DOCG dell’azienda vinicola Dogliotti. Il ligure Maurizio Ghidetti Flibus del già citato Birrificio Scarampola che ha recentemente trasferito la produzione in un’abbazia di Millesimo nell’entroterra savonese, produce la ChampAle con, come suggerisce il nome, lieviti da champagne La citata veneta Artebirraia produce anche Cartizze, una birra di 6 gradi alcolici rifermentata con Prosecco Superiore di Cartizze. Chiudo l’ampia parentesi delle…. birre di vino con il nostro geniale Teo Musso del Baladin di Piozzo (CN) ragazzo di Langa, molto attaccato alla sua terra e ai suoi vini. Dalle innumerevoli sperimentazioni fatte in tal senso, sono nati due capolavori che danno lustro al nostro emergente made in Italy. La straordinaria Elixir prodotta con lieviti da whisky dell’isola scozzese di Islay, da Teo definita come birra demi-sec, caratterizzata da un’elevatissima gasatura, che la può avvicinare agli spumanti metodo classico. Dulcis in fundo, parliamo della sua immensa, costosissima ed impronunciabile Xyauyù (dal nome della figlia del personaggio immaginario della figlia Wayan). Teo la definisce “birra da divano” cioè da godersi in assoluta decontrazione, a fine giornata magari in buona compagnia. La ricerca ostinata, giocata sulle ossidazioni per raggiungere note e sfumature olfattivo-gustative vicine ai vini da metodo solera, ha portato la Xyauyù ad essere considerata dai maggiori esperti stranieri, una birra “world classic”.

Birre al miele, alla frutta e alle spezie

Se dovessi elencare poi tute le birre originali e creative al miele, alla frutta o alle spezie che i nostri artisti sanno regalarci non basterebbero altre cento pagine quindi mi limiterò a segnalare quelle che, a mio personale giudizio, sanno eccitare maggiormente la nostra fantasia. I nostri birrai fanno spesso ricorso al miele, in tutte le sue varietà e in modi spesso differenti. Tra le birre più conosciute che utilizzano mieli più originali, vorrei ricordare la Ley Line del Bi-Du con miele di corbezzolo e la Utopia, in collaborazione con i Troll, con miele di rododendro e la Zagara con aggiunta di miele d’arancio da apicoltura biologica del Birrificio sardo Barley,

Il meritatamente pluricitato Riccardo Franzosi di Montegioco è il punto di riferimento per chi vuole utilizzare frutta nelle loro nuove birre. Riccardo ci sa veramente fare con la frutta e la sua Quarta Runa alle rinomatissime pesche di Volpedo conquistato gli esigenti consumatori statunitensi. Lo stretto legame al territorio viene ribadito dall’eccellente Garbagnina con ciliegie della pregiatissima varietà “Bella di Garbagna”, presidio Slow Food. Uno sciroppo artigianale di mirtilli viene invece usato per la forte Draco, ora anche in versione Cadrega, così ironicamente chiamata perché ha una fermentazione più lunga e quindi il birraio non deve far altro che aspettare, simbolicamente seduto sui una sedia, che la birra sia pronta e matura. Non manca pure una birra, anch’essa naturalmente di carattere stagionale, anzi oserei dire occasionale, alle locali more di gelso.

Un altro birraio che ama sperimentare con la frutta, e non solo, è il pioniere Agostino Arioli che nel suo tempio, il celebre Birrificio Italiano di Lurago Marinone nel comasco, ha messo a punto alcune meraviglie come la spumeggiante Cassissona al ribes nero e la stupenda Scires ai rinomati duroni di Vignola che nelle produzioni più recenti viene fatta maturare con trucioli che le conferiscono una complessità ed carattere “legnoso” davvero entusiasmante. Avveo detto “nono solo frutta” perché Agostino ci ha stupiti con la sua Fleurette, uan birra leggera e rinfrescante con fiori, rosa e violetta, pepe e una punta di sambuco. Userò la sua stagionale real ale Cinnamon Bitter Ale, con cannella e un mix di spezie esotiche, per collegarmi all’intrigante campo delle birre speziate.

Incontrastati dominatori di questo affascinante settore delle birre artigianali, sono i barbuti “montanari” del Birrificio Troll di Vernante. Per Dano Meinero andar per boschi a cercare piante e spezie inusuali, a volte senza nome, da mettere nelle sue birre è la cosa più naturale del mondo così come lo è per Alberto Canavese creare ricette culinarie a base di queste birre utilizzando anche le singole spezie. Così al volo ricordo citronella, lavanda e la bava (!) dei larici mentre per l’esotica, fantastica Shangri La, ora anche inversione fumé, si ricorre addirittura a spezie provenienti dalle pendici dell’Himalaya!
Ma anche gli altri non scherzano con le spezie. Penso allo zenzero nella Fenicia del baby-birraio mantovano Michele Montani del Birrificio Freccia, alla ruta, stavolta non per la grappa come è più usuale trovare, nella Baluba del Birrificio di Como, alla liquirizia unita a genziana e zenzero dall’appassionato casertano Mario Cipriano nel suo birrificio Karma per la sua originalissima Radica, alla canapa usata con maestria per la sua omonima birra dal simpaticissimo friulano Sandro Petris nel suo sperduto birrificio Zahre in alta Carnia, alla yerba mate che il poliedrico e talentuoso Beppe Vento del birrificio Bi-Du, al confine con la Svizzera, utilizza quasi totalmente al posto del luppolo per la sua Yerba, alla camomilla per la favolosa saison New Morning (ribattezzata Nuova Mattina negli Stati Uniti) del talento naturale Giovanni Campari del birrificio del Ducato vicino a Parma e soprattutto all’immancabile Riccardo Franzosi di Montegioco che utilizza il coriandolo e la salvia sclarea dall’orto della vicina di casa!
Ne ho incontrate tante di birre “strane” in giro per il mondo ma una Mint Stout mai! Invece bastava cercare in casa ed ecco spuntare la Black Rebel, nata dalla collaborazione tra il birrificio Citabiunda e il consorzio Essenzialmenta di Pancalieri.
Che dire poi del birrificio trevigiano San Gabriel con le sue Ambra Rossa al radicchio di Treviso e Ambra Gialla al Peperone di Zero Branco?

Chiudo col botto, cioè con il citato Leonardo Di Vincenzo che per la sua Birra del Borgo non pago di presentare una birra alla genziana e una al tè (entrambe molto apprezzate negli Stati Uniti) sa infierire un duro colpo ai tradizionalisti utIlizzando foglie di tabacco Kentocky Toscano per le sue sorprendenti KeTo Reale e KeTo Reporter che non hanno ottenuto il visto per espatriare in America (dato l’ingrediente inquietante) ma che, grazie a Dio, possiamo degustare noi in tutta calma e in buona compagnia davanti al classico caminetto, lasciando da parte, una volta tanto, vini, liquori e ammazzacaffè vari ed eventuali.

Conclusione

Con l’avvento delle birre artigianali, non solo nel nostro paese ma in molte parti del mondo, è cresciuta, direi meglio esplosa, la possibilità per il consumatore di trovare alternative sempre più valide alle anonime birre industriali, nella stragrande maggioranza dei casi, tutte simili e della stesa tipologia, dagli aromi e dai sapori quasi sempre impalpabili. Per avere emozioni e scoprire stili e di conseguenza colori, aromi e sapori diversissimi, bisogna per forza andare sulle birre artigianali, vive, non pastorizzate, dei piccoli artigiani, attenti alla scelta degli ingredienti e soprattutto aperti alla sperimentazione che abbiamo visto, può essere strettamente legata la territorio o ad audaci, innovative sperimentazioni. Noi italiani abbiamo una marcia in più, ci viene dall’innata fantasia che sa sfociare in creatività e soprattutto in originalità.Spero non vi siate spaventati dall’abbuffata di birre “strane” che vi ho riversato. Lo spero proprio perché siamo solo all’inizio e chissà cos’altro ci aspetta, per fortuna, nel prossimo futuro!

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