Lorenzo 'Kuaska' Dabove
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L’Emergente fenomeno delle IGA (Italian Grape Ale)

Gianriccardo Corbo, attuale presidente MoBI, e Kuaska
Gianriccardo Corbo, attuale presidente MoBI, e Kuaska

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In quest’articolo Lorenzo Dabove (detto Kuaska), uno dei maggiori esperti e degustatori di birre artigianali e birre di qualità, fa un’ampia analisi del fenomeno emergente delle birre IGA (Italian Grape Ale), che è stata riconosciuta come tipologia esclusiva per il nostro Paese. Nell’articolo Kuaska coinvolge i principali ispiratori e produttori italiani di questa tipologia birraria.

 

I birrai pionieri che, a metà anni 90, diedero inizio, con coraggio ed incoscienza, ad un movimento così esaltante che ha portato a risultati che nessuno all’epoca avrebbe potuto immaginare, si ispirarono per i loro primi passi a stili di paesi di lunga tradizione come il Belgio, la Germania, la Rep. Ceca e il Regno Unito.

 

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Ben presto però si cominciò a parlare di un nascente “Made in Italy” grazie a fattori come la creatività e la fantasia tipicamente italiane associate all’utilizzo di prodotti locali “a centimetro zero” come cereali, farro e non solo, frutti, castagna in primis, ortaggi, erbe e spezie per poi, fisiologicamente ed ineluttabilmente direi, approdare al legame con il mondo del vino che ha dato vita ad uno stile, chiamiamolo impropriamente così, che sta regalando a tutto il movimento artigianale italiano, una visibilità e un riconoscimento qualitativo e innovativo che ci pone in una situazione di leadership in quella che viene ormai definita la “Craft Beer Revolution” che sta gradatamente contagiando ogni angolo del pianeta.

La consacrazione arrivò un paio di anni fa con la proposta di inserimento del nostro nuovo stile, definito “Italian Grape Ale” nel prestigioso BJCP (Beer Judge Certificate Program) che rappresenta una sorta di disciplinare ufficiale dei numerosi, ormai oltre 100, stili birrari riconosciuti.

È indubbiamente bello e appagante leggervi “Italian” dopo aver sempre letto Belgian, French, German, Bohemian, English, American o addirittura Australasian!

Il merito di questa conquista va in gran parte condiviso tra i nostri birrai e un combattivo e appassionatissimo ragazzo salernitano che corrisponde al nome di Gianriccardo Corbo, attualmente presidente MoBI, il movimento nazionale dei consumatori della nostra adorata bevanda.

Da gran fautore della libertà di espressione e nemico giurato della censura, quale credo fermamente di essere, quando scrivo un articolo, amo lasciare la parola ai protagonisti senza cambiare una virgola di quello che mi hanno detto o scritto e così farò con Gianriccardo Corbo.

Il Beer Judge Certification Program (BJCP) è una organizzazione nata negli Stati Uniti nel 1985 con l’obiettivo di promuovere la diversità degli stili birrari, catalogarli e formare giudici-degustatori che potessero essere impiegati nelle competizioni birrarie. Attività fondamentale del BJCP è redigere la guida agli stili birrari che racchiude e cataloga gli stili birrari prodotti in tutto il mondo. Va detto che non è l’unica guida agli stili ma è sicuramente la più riconosciuta a livello globale.

Già da un po’ di anni il BJCP ha travalicato i confini statunitensi ed è ampiamente diffusa in tutti i continenti. Italia compresa, dove grazie al Movimento Birrario Italiano (MoBI) ogni anno viene organizzato un esame che, se superato, conferisce la qualifica di giudice.

 

 

Nel 2011 ho superato l’esame BJCP e ne sono diventato membro rappresentate per il nostro Paese. Nel 2014, il presidente BJCP Gordon Strong convoca una riunione con i rappresentati di vari Paesi europei con l’obiettivo di meglio cesellare/definire gli stili europei in occasione della imminente revisione delle linee guida agli stili. In quella occasione presento la descrizione di uno stile italiano che a mio avviso necessitava di valorizzazione internazionale. Lo battezzo senza pensare molto all’acronimo che ne sarebbe derivato: Italian Grape Ale… per gli amici IGA! Volevo che la parola “Italia” comparisse nella guida. L’Italia non è un Paese storicamente votato alla birra, si sa, ma è anche vero che è uno dei Paesi europei, che più di tanti, ha guidato la rivoluzione birraria in Europa negli ultimi 5-10 anni. Insomma, ci dovevamo essere, ce lo meritavamo. Per la descrizione dello stile prendo in esame una buona parte delle birre al mosto d’uva presenti nel 2014. Molte le birre di Barley, Montegioco, Loverbeer… ma alla fine non sono poi tantissime in rapporto al numero di birrifici presenti al tempo.

Sottopongo lo stile al BJCP, sottolineo quanto sarebbe importante per il nostro movimento avere il riconoscimento da parte di una organizzazione così importante e che sicuramente avrebbe promosso il movimento stesso dentro e fuori i propri confini. Mi vengono mosse due obiezioni:

  1. lo stile non è ancora prodotto in maniera così diffusa a livello professionistico ma anche a livello hobbistico (questo era vero!);
  2. mi viene fatto presente che l’uva è un frutto e che c’è già una categoria nel BJCP che ne prevede l’utilizzo: la categoria delle fruit beer.

Ammetto che fino a quel momento non avevo mai pensato all’uva come un frutto. Ok, lo è biologicamente, ma per un italiano l’uva non è alla stregua di una banana o una arancia. L’uva è identità territoriale, è identità di persone, è diversità. L’Italia è il Paese che conta il maggior numero di vitigni autoctoni al MONDO! Spendo molte parole per far capire questo concetto e mi sembra di convincerli. Posso capire che per un americano questo concetto non sia così immediato.

Passa qualche mese, nel 2015 viene pubblicata la guida agli stili birrari del BJCP. È una revisione maggiore, una delle più pesanti degli ultimi anni e… ci siamo anche noi! Le Italian Grape Ale diventano di maggior dominio pubblico e da lì il numero di produzioni birrarie a base di mosto d’uva, cotto o fresco, si moltiplicano a dismisura. Sarebbe utile fare un censimento delle IGA ad oggi presenti per avere una misura della dimensione del fenomeno, ma certo è, sono tante! MoBI ogni anno promuove un concorso dedicato alle IGA. A Birra dell’Anno, concorso dei birrifici italiani, ci sono ben due categorie di IGA (uve a bacca bianca e bacca rossa). A partire dall’ultimo Brussel Beer Challenge, uno dei maggiori concorsi al mondo, l’IGA è presente come categoria e a vincere quest’anno è stato un americano. Il fatto che sia stato un NON italiano a vincere dà maggiore lustro poiché rappresenta una attestazione di riconoscimento anche oltre oceano. Noi produciamo American Pale Ale e gli americani Italian Grape Ale. È questa la magia della birra, non produrre confini.

Bellissimo inoltre il festival annuale dedicato alle IGA e organizzato da Gianni Tacchini: “Campi di Birra” che nel 2018 si terrà dal 4 al 6 maggio a Campi Bisenzio (Firenze). Segnatevelo!

A distanza di 3 anni, come movimento birrario, abbiamo il dovere di proteggere e consolidare questo stile che è entrato a far parte della nostra non molto lunga, ma importante, storia birraria. Probabilmente, se non avessimo apposto noi il marchio italiano alle birre al mosto d’uva, prima o poi l’avrebbero fatto gli americani o i francesi. Indubbio che sarebbe stato una specie di ratto delle sabine. Detto ciò, non c’è modo migliore che concludere con lo slogan ormai più famoso della birra stessa: viva la IGA!

 

Ringrazio Gianriccardo e riprendo la parola dicendo subito come, nella mia lunga militanza in trincea, io ricordi di aver visto e assaggiato per la prima volta una birra italiana legata al mondo del vino, a Piozzo verso fine anni 90, nell’ex pollaio della famiglia di Teo Musso, adibito a prima cantina provvisoria. Teo l’aveva chiamata “Perbacco” impiegando uve Nebbiolo, se ricordo bene. Non fu mai messa in commercio ma rammento nitidamente come fosse davvero interessante e innovativa nella sua ardita sperimentazione. Curioso se non paradossale sottolineare come oggi Teo si dissoci fermamente da questa tendenza, affermando che lui non fa e non farà mai una IGA.

Se però dobbiamo nominare chi sdoganò questo legame aprendo la via poi seguita in modo sempre molto personale ma non sempre con la dovuta riconoscenza da tanti bravissimi colleghi, nessuno può avere dubbio alcuno: Nicola Perra che a Maracalagonis, “Mara” per comodità, nel suo BIRRIFICIO BARLEY, fece conoscere a me per primo, a tutta Italia poi ed infine a tutto il mondo, Stati Uniti in testa, la sapa, mosto cotto che in Sardegna si usava da sempre per farcire dolci e biscotti.

 

Nicola Perra del Birrificio Barley e Kuaska
Nicola Perra del Birrificio Barley e Kuaska

 

Nicola ebbe l’intuizione di usare la sapa, dapprima di Cannonau e successivamente con uve di altri vitigni sempre strettamente autoctoni, per una serie di straordinarie birre griffate BB che divennero le capostipiti delle IGA come vengono ormai definite le Italian Grape Ale. La sua natura di sperimentatore lo ha portato più recentemente a nuove birre prodotte applicando una tecnica assolutamente inedita con l’utilizzo del mosto fiore concentrato a freddo, ispirata da vignaioli che producono vini bianchi da uve aromatiche.

Superfluo sottolineare il legame di profonda amicizia e reciproca stima che mi lega a Nicola. Dalle risposte alle mie domande che seguono, traspare tutta la sua personalità fatta di genuinità, sano orgoglio e stretto legame con la sua isola e la sua gente.

Riporto qui integralmente l’intervista che espressamente gli feci per questo articolo.

Nicola, dimmi quando, perché e in che modo hai legato i due mondi (vini e birre) per la prima volta.

Diversi anni fa, quando facevo birra in casa utilizzai per la prima volta su una base da Imperial Stout una sapa che avevo in casa, fatta con mia madre, dopo una delle nostre vendemmie (allora avevamo ancora le vigne…). Erano gli ultimi anni ‘90 – primi anni 2000. Era una sapa di uve bianche miste, tra Nuragus, Trebbiano e qualcos’altro che non ricordo.

Barley BB10
Barley BB10

L’idea mi era venuta considerando che il mosto cotto d’uva poteva, a mio avviso, essere un materiale fermentabile interessante per i risvolti sensoriali, che poi avrebbe potuto conferire alla birra. Quello però era un periodo di totale sperimentazione, al punto che non pensavo ancora di abbinare l’uva alla ricetta di base di malti e luppoli. Così, su quella base di Imperial Stout, ci abbinai successivamente la sapa di Cannonau; una combinazione decisamente convincente, al punto che decisi di produrla – dal 2006 – in birrificio col nome di BB10.

Parlami delle tue birre in cui utilizzi uva o suoi derivati. Quali sono quelle, a tuo avviso, più riuscite o che ti abbiano soddisfatto maggiormente?

Memore delle sperimentazioni pre-birrificio che portarono a quella che in birrificio è diventata la BB10, dal 2008 cominciammo a produrre la BB Evò (su base Barley Wine, con la sapa di Nasco). Era ormai chiara – per me – la necessità che l’uva dovesse essere pensata in abbinamento alla ricetta birraria di base, in modo da far emergere adeguatamente l’uvaggio utilizzato. Ed ecco che, nel 2011 con la BB9 la strada in tal senso era stata “spianata” dalle precedenti, ma la difficoltà da vincere era creare una ricetta che andasse bene fin da subito con la sapa di uve malvasia di Bosa, mai sperimentata prima. Quella fu la sfida che forse mi appagò di più, al punto che quella prima ricetta non la modificai mai. Della serie: “buona la prima!”

Un’altra importante sfida fu quella che mi portò a pensare all’utilizzo del mosto fiore, concentrato a freddo, per valorizzare al massimo gli aromi primari di un’uva aromatica. Una tecnica mai usata prima in una birra, ma che “idealmente” presi a prestito dalla cura maniacale che alcune cantine applicano, quando producono grandi vini bianchi da uve aromatiche.

Ed ecco che, dalla vendemmia 2015 partimmo con l’utilizzo del mosto da uve Moscato di Cagliari, ottenuto proprio con questa tecnica, nella BB7 che di fatto aprì la strada ad altre produzioni, come la BB6.

Il risultato è stato praticamente quello atteso, specie quando la birra ha qualche mese alle spalle; ossia, l’uva arricchisce la birra e la sua evoluzione in bottiglia prende molti dei tratti aromatici caratteristici dell’uvaggio.

Ti piace e/o concordi con il termine IGA coniato per il primo stile italiano entrato nel BJCP?

Italian Grape Ale mi piace. L’acronimo “IGA”, decisamente meno 😀.

Futuro delle IGA?

Al di là delle mode del momento, che in questi casi scattano quasi in automatico, credo che ci sarà un’evoluzione interessante. Tanti produttori fanno dei prodotti discutibili, frutto di una carenza progettuale; altri invece hanno immesso sul mercato birre interessanti, che testimoniano una scelta oculata dell’uva ben abbinata alla ricetta di malti e luppoli. Ci sarà una inevitabile selezione dei prodotti, ma ormai le Italian Grape Ale sono una realtà. In evoluzione, senz’altro ma una realtà con cui misurarsi, in Italia ed anche all’estero, cosa che peraltro già accade, specie negli USA.

 

Detto doverosamente di Nicola come apripista, tra i primi ai quali vengono meritatamente riconosciute attitudini per la ricerca e la sperimentazione nell’affascinante unione tra birra e uva, due nomi non potranno mai essere messi in discussione: Riccardo Franzosi di Montegioco e Valter Loverier di Loverbeer.

Entrambi piemontesi e questo non sarebbe un caso, verrebbe da dire, per i grandi vitigni a cui poter attingere. Forse sarà anche vero ma questa vasta regione è caratterizzata da una diversità di ambienti e quindi da persone che hanno ben poco in comune. Provate, ad esempio, a mettere vicini un novarese, più vicino ad un milanese e un montanaro delle valli cuneesi, con camicia scozzese di flanella.

Riccardo e Valter, grandi amici legati da profonda stima reciproca, sono molto diversi tra loro come, di conseguenza, saranno diverse le loro birre legate all’utilizzo dell’uva, a partire ovviamente dai vitigni impiegati con l’eccezione delle uve barbera ma da zone e produttori diversi.

Ho chiesto il loro autorevole intervento. Comincio con Riccardino (del BIRRIFICIO MONTEGIOCO), così affettuosamente chiamato per la mole imponente.

 

Riccardo Franzosi del Birrificio Montegioco
Riccardo Franzosi del Birrificio Montegioco

 

Quando, perché e in che modo hai legato i due mondi (vini e birre) per la prima volta.

Nei primi anni del duemila durante le fasi di homebrewing e di messa a punto delle ricette per le birre del nascituro birrificio. Il motivo sta nel desiderio di far conoscere alcuni buoni frutti, uve ma non solo, prodotti sul territorio usando le birre come veicolo e/o scusa, con l’obiettivo di creare qualcosa di unico, interessante e di facile beva.

Parlami delle tue birre in cui utilizzi uva o suoi derivati. Quali sono quelle, a tuo avviso, più riuscite o che ti abbiano soddisfatto maggiormente?

Sono partito sperimentando quattro diversi tipi di uva: Timorasso a bacca bianca e Barbera, Croatina, Moscato d’Amburgo a bacca nera. Usando come birra base la Runa, una bionda in stile belga, ho aggiunto a fine fermentazione le uve pigiate, sbollentate e raffreddate. Mentre non avevo dubbi su quella con aggiunta di uva Timorasso, diventata poi la Tibir, per quelle con uva Barbera e Croatina rimasi indeciso tant’è che la prima Open Mind prodotta fu con la Barbera, mentre successivamente, dopo i primi due anni, passai alla Croatina. Quella prodotta con il Moscato d’Amburgo non mi appagava fin da subito e non la rifeci più. Al momento sono le due uve Timorasso (Tibir) e Croatina (Open Mind) che più mi soddisfano anche se le prove di maturazione in botti di legno potrebbero cambiare ancora le carte in tavola.

Ti piace e/o concordi con il termine IGA coniato per il primo stile italiano entrato nel BJCP?

Sicuramente è positivo il fatto che si parli di “italiano” nell’ambito degli stili di birra. Per quanto mi riguarda non lo considero uno stile, troppo diverse tra loro le birre di partenza e quelle ottenute, nel colore, tipi di fermentazione, gradazione alcolica finale, modi diversi di usare le uve, ecc… Forse potremmo parlare di tipicità data dall’utilizzo dell’ingrediente uva molto diffuso nel nostro Paese.

Futuro delle IGA?

Per quello che mi riguarda sicuramente la maturazione in legno. Più in generale credo possa sopravvivere anche nella sua forma “di stile” in seno al BJCP, di certo io continuerò a farle…

 

Passo la palla a Valter del BIRRIFICIO LOVERBEER.

 

Valter Loverier del Birrificio Loverbeer

 

Quando perché e in che modo hai legato i due mondi (vini e birre) per la prima volta.

Correva l’anno 2002 quando realizzai che i barley wine non erano vini con orzo ma bensì delle birre, questo accese una lampadina. Feci una irish red ale con uva Barbera in cantina da homebrewer. Il risultato non fu esaltante ma fu sufficiente a lanciare la sfida. Molti studi e consultazioni, mi hanno portato poi a scoprire che ovviamente non ero stato il primo a sperimentare l’uva nella birra, anzi era una pratica diffusa in quelle regioni europee appena a nord di dove non si riesce a coltivare uva e quindi non si può fare vino. Nel 2005 è nata la BeerBera come oggi la conosciamo e quattro anni dopo segnava l’inizio della nostra avventura professionale. Abbiamo fatto la prima cotta del birrificio con uva, fermentazione spontanea in tini di legno da 17 ettolitri. Forte no?

Parlami delle tue birre in cui utilizzi uva o suoi derivati. Quali sono quelle, a tuo avviso, più riuscite o che ti abbiano soddisfatto maggiormente?

Tutte ruotano attorno all’uva non fosse altro per l’uso del legno che proviene dal mondo vino. Ma le tre regolarmente in produzione sono tutte molto legate all’uva.

DuvaBeer rappresenta una birra che trae l’ispirazione dai vini parzialmente fermentati. Il nostro obbiettivo è che rimanga dolce come una birra “moderna” ma bilanciata non dall’amaro ma bensì dall’acido.

BeerBera invece è ancora più vicina al mondo di Bacco perché la sua fermentazione spontanea parte dai lieviti che si trovano sulle bucce dell’uva Barbera.

La Nebiulin-a però è la birra che più di tutte riceve le nostre attenzioni: dopo tre anni di affinamento della nostra base denominata da noi “biere du lambic”, una parte viene “blendata” con una più giovane di due anni e una di uno, per fare un tributo alle geuze, ma non basta perché viene aggiunta una quarta parte, di uve nebbiolo provenienti da La Morra dove con le stesse si fa il Barolo. Insomma le nostre birre anche se innovative vogliono raccontare la storia.

Ti piace e/o concordi con il termine IGA coniato per il primo stile italiano entrato nel BJCP?

Non è un segreto che io non ami questo termine. Chi ha voluto questo stile era armato di buone intenzioni e ha tutta la mia stima e la mia approvazione, ma con gli stili ci litigo tutti i giorni. Non abbiamo storia birraria, la stiamo costruendo adesso quindi comunque ben venga uno stile tutto italiano anche se io non lo userò per catalogare le mie creature.
Sorry.

Futuro delle IGA?

Le mode vanno e vengono e si nutrono di tutto ciò che sorprende… finché sorprende, poi si passa a qualcos’altro, inoltre sono birre abbastanza difficili da fare e a volte da comprendere quindi “passeranno” ma alcuni produttori come noi continueranno a proporle perché nate per durare nel tempo.
Alla salute!!!

 

 

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