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Questa relazione ha l’obiettivo di fornire una visione d’insieme del segmento dei vini spumanti e di chiarire la sua posizione nel settore viticolo.  Per “vini spumanti” si intendono i vini spumanti naturali e quelli gassificati ottenuti da uva, mosto o vino, trattati secondo le tecniche ammesse dall’Organizzazione internazionale della vigna e del vino (OIV), ossia i metodi tradizionali o in autoclave nei quali il diossido di carbonio (CO2) è di origine endogena, e i metodi con aggiunta di CO2, che pertanto ha origine esogena.

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Codificare bottiglie in vetro, PET, tappi, capsule, lattine ed altri tipi di contenitori non è impresa facile considerando che il tutto avviene a velocità estreme ed in condizioni ambientali umide e spesso critiche. L’esperienza maturata nel settore e la partnership con famosi brand a livello mondiale ci hanno permesso di stilare una “Top Ten” dei punti di attenzione da considerare prima di acquisire un sistema di marcatura.

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Il settore del food&wine sta vivendo una vera rivoluzione: non solo cambiano le modalità di distribuzione così come le abitudini dei consumatori, ma anche i rapporti di filieria si sono invertiti ponendo al centro dell’esperienza d’acquisto non più il prodotto ma il consumatore, oggi sempre più informato. Le aziende produttrici di vino sono dunque giunte a una svolta, e per rispondere al cambiamento l’e-commerce diventa il vero orizzonte per il vino online: un numero sempre maggiore di produttori infatti scelgono di affidarsi a partner privilegiati come vente-privee per internazionalizzarsi e valorizzare i propri prodotti.  In occasione del wine2wine, vente-privee, pioniere e leader delle vendite-evento online, HA presenta il suo case di successo per questo settore.

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L’”alleggerimento” è la pratica di ridurre il peso complessivo di un prodotto attraverso l’innovazione nel packaging. Convenzionalmente un imballaggio è “alleggerito” in uno dei due modi seguenti: il materiale stesso dell’imballaggio viene sostituito con uno alternativo di peso minore – si veda, per esempio, la tendenza a sostituire i barattoli di latta con le confezioni di cartone per gli alimenti a lunga conservazione; riduzione del peso dello stesso materiale: per esempio, la San Pellegrino ha alleggerito le confezioni risparmiando circa 850 mila chili di PET/anno, e anche Coca-Cola HBC Italia, il produttore di marchi di The Coca-Cola Company ha alleggerito il peso delle bottiglie risparmiando circa 650 tonnellate di PET e caricando sui camion più stock di prodotti in modo da snellire l’apparato logistico e, ovviamente, diminuire le spese.

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La campagna produttiva 2014-2015 presenta numerosi problemi. Le fasi fenologiche di fioritura e allegagione non hanno avuto il decorso sperato e sono state ostacolate principalmente dalle avversità climatiche. L’estate è risultata troppo piovosa e ha favorito gli attacchi di patogene (in primis la mosca) che hanno avuto al possibilità di manifestarsi in diverse generazioni inficiando notevolmente importanti aree olivicole della penisola, provocando danni sia sul fronte quantitativo, sia qualitativo.

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La ricerca Young Coffee Culture, realizzata da Future Concept Lab per la prima edizione dell’Osservatorio sul caffè nella cultura giovanile promosso da illycaffè, che si basa un campione rappresentativo dei giovani italiani (18-34 anni), dimostra la straordinaria tenuta dell’esperienza al bar (il 96% lo frequenta), della prevalenza delle caffetterie tradizionali (il 48%), della rilevanza della prima colazione (54,2%), del consumo plebiscitario di caffè al bar (il 92%), della centralità dell’espresso classico (il 66%) e del gradimento spontaneo della cremosità/schiumetta (48%). Di seguito è riporatata una breve sintesi della ricerca

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Nel 2013 i consumi italiani di bibite, succhi e altre bevande frutta sono caduti nel complesso di oltre il 6% a volume. Il mercato nazionale di questa categoria di bevande analcoliche è stimabile complessivamente per il 2013 intorno ai 4.250 milioni di litri. Il consumo pro-capite è ora sceso a ca. 71 litri/anno, un valore –questo- che pone il mercato italiano molto al disotto della media dei consumi pro capite dei Paesi UE.

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Comitato Italiano Caffè (CIC), è l’ente nazionale di riferimento di tutta la filiera del caffè, cui aderiscono le principali associazioni di categoria nazionali. Annualmente il CIC pubblica un Report con tutti i principali dati settoriali sia a livello interno che a livello internazionale. Dall’ultimo Report presentato da Patrick Hoffer, attuale presidente del comitato, abbiamo tratto le principali indicazioni sul mercato nazionale italiano.

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Il Vending è il canale della distribuzione automatica caratteristico di specifici luoghi come fabbriche, uffici, scuole, stazioni, ospedali che sta diventando sempre di più una “tecnologia disponibile” per integrare l’attività di altri comparti economici, primo tra tutti il retail. La capillarità delle locazioni è una delle caratteristiche distintive del comparto, che sta diventando sempre più importante grazie alla diffusione dei distributori automatici nei luoghi aperti al pubblico dove possono essere acquistati i più svariati prodotti e servizi. Nel 2013 il settore della distribuzione automatica ha espresso (dati Confida) un giro d’affari complessivo (fatturato delle imprese di gestione più fatturato dei produttori di macchine e del settore water coolers) di € 2.622 m,ni, pari a 6.266 milioni di consumazioni, con un parco macchine di 2.427.000 unità.

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Sul mercato italiano operano sette società birrarie con produzione industriale sul nostro territorio: Heieneken Italia, Peroni, Carlsberg Italia, Birra Castello, Forst, Menabrea, Theresianer. Esse gestiscono complessivamente 13 stabilimenti di produzione, ubicati in diverse regioni del Nord e Sud Italia. A questi si aggiungono poi le unità di produzione artigianale, quali microbirrifici e brewpub. Leader di mercato sono le filiali delle più grandi multinazionali birrarie del mondo: Heineken, SabMiller, AB-Inbev e Carlsberg, che nell’assieme controllano il 62% ca. del totale mercato.

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E’ di qualche giorno fa la notizia che gli scienziati sono riusciti per la prima volta a sequenziare il genoma della specie canephora, da cui deriva la varietà Robusta del caffè. Uno dei motivi per cui si sia riusciti a sequenziare questa specie e non la Coffee Arabica, considerata dai migliori esperti più pregiata, è dovuto al fatto che mentre la prima è diploide (ossia ha due copie per ciascun cromosoma), quella arabica è tetraploide (ha quatto copie del corredo cromosomico), circostanza che rende molto più complesso il sequenziamento del genoma. Questa notizia ci sollecita una curiosità; quando e perché nei caffè italiani si è fatto ricorso alla Robusta?

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Quest’anno cade il centesimo anniversario della Prima Guerra Mondiale e da qualche mese assistiamo ad una serie di eventi commemorativi; è notizia di qualche giorno fa la visita del Papa al cimitero di Redipuglia per ricordare i caduti di quel conflitto. Non intendo in questa sede soffermarmi sul significato o sui ‘disvalori’ della guerra. C’è però una curiosità che interessa tutti gli operatori italiani del caffè. La IGM, come è stato riportato ne “Il ritorno alla competitività dell’espresso italiano”, ha alimentato un’impennata nei consumi italiani di caffè. Come mai?

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Mentre l’economia italiana arranca il bio vola. Questi dati emergono dalle elaborazioni dell’indagine curata da Nomisma – su incarico di BolognaFiere e in collaborazione Federbio – per l’edizione 2014 dell’Osservatorio di SANA, Il focus dell’annuale ricerca dell’Osservatorio di SANA 2014 ha riguardato la trasformazione del comportamento del consumatore italiano di prodotti biologici e l’andamento del mercato bio, che anche per quest’anno, come si vede, conferma di essere in buona salute e di non risentire della crisi economica in atto.

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Per il consumatore il packaging di un prodotto non è solo un plus, ma anche un elemento fondamentale dell’acquisto. In alcuni casi, il consumatore è addirittura diventato parte del packaging; si vedano le campagne di Coca-Cola e Nutella, che offrivano al singolo acquirente la possibilità di personalizzare la confezione con un nome a scelta. Lo stile di vita sempre più attivo e salutare dei consumatori ha poi stimolato l’offerta di packaging più pratici e versatili e di standard qualitativi migliori, come per esempio la capacità di conservare i cibi più a lungo. Oggi i consumatori non fanno più scorte di prodotti come un tempo e si spostano continuamente, perciò hanno bisogno – e si aspettano – di aver a che fare con packaging più piccoli, leggeri e funzionali, e possibilmente senza massa in eccesso.

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Presentato il Rapporto Coop 2014 “Consumi & distribuzione” redatto dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) con la collaborazione scientifica di Ref. Ricerche e il supporto d’analisi di Nielsen. Il Rapporto, in versione ebook interattiva illustrato da Enrico Migliavacca, vicepresidente vicario Ancc-Coop e da Marco Pedroni presidente di Coop Italia, fotografa lo stato di salute dei consumi nel nostro Paese inserito in un contesto europeo e internazionale e approfondisce le modalità con cui le famiglie reagiscono alla nuova realtà economica, le differenze che caratterizzano i diversi territori italiani e il confronto con quanto accade negli altri grandi Paesi europei.

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La classifica è stata redatta dalla rivista The Drink Business, in collaborazione con Euromonitor International, sulla base dei volumi di consumo globali di ogni marca di birra nel 2013. La classifica è dominata dai grandi marchi cinesi (ben 4 nei primi 10, di cui 2 occupano posizioni di prima e seconda marca più venduta al mondo). Ciò non sorprende in quando il mercato cinese è orami il mercato nazionale della birra più grande al mondo e questi marchi godono di enormi vendite nel loro Paese natale.

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La storia di BACARDÍ, brand noto in tutto il mondo, per certi versi è ancora sconosciuta. Fino a oggi. Con oltre 150 anni di passione incessante alle spalle, la famiglia Bacardí apre le porte dei suoi archivi per rivelare il suo incredibile patrimonio culturale e il suo spirito indomabile. Grande forza e determinazione hanno contribuito alla sopravvivenza della famiglia, dell’azienda e del rum BACARDÍ, facendoli prosperare.

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Malgrado il perdurare della crisi economica del paese, nel 2013 la birra italiana è rimasta sostanzialmente stabile per produzione, consumi e – con qualche fatica – export confermandosi un settore di punta del made in italy agroalimentare. La crisi ha però fatto sentire i propri effetti in termini qualitativi, orientando i consumi verso le fasce di prodotto a minor prezzo e provocando l’ulteriore spostamento degli acquisti dal fuori casa (on trade) alla distribuzione (off trade).

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Nell’ultimo anno la crisi si è fatta sentire maggiormente, eppure la birra è riuscita a chiudere con un sostanziale pareggio, con produzione in calo del -0,3% ma consumi in salita del +0,3%. L’export, anche se in leggera flessione, si conferma poco al di sotto dei 2 milioni di ettolitri, il doppio del 2007 ultimo anno pre-crisi. Preoccupa il calo dell’occupazione, passata da 144.000 a 136.000 addetti, indotto compreso. Il settore si trova ad affrontare anche l’aumento delle accise che, secondo lo studio REF Ricerche, non porterà il gettito sperato e metterà a rischio altri posti di lavoro, ma c’è ancora tempo per fermare l’ultimo aumento previsto il 1° gennaio 2015. Questo è quanto emerge da un comunicato Assobirra, l’associazione italiana dei birrai.

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