Lorenzo 'Kuaska' Dabove
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Speciale Birra dell’Anno 2017: concorso, backstage, Birrificio dell’Anno e birre vincitrici

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La giuria internazionale di Birra dell’Anno, organizzata da Unionbirrai, ha chiuso la sua XII edizione nella giornata inaugurale di Beer Attraction 2017 a Rimini. Sono state premiate tre birre per ciascuna delle 29 tipologie selezionate pari ad un totale di 87 birre artigianali italiane.

 

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La selezione è il frutto del lavoro condotto da una ampia giuria, composta da 72 giudici sotto la guida di Lorenzo Dabove (Kuaska), che nei giorni scorsi ha valutato oltre 1300 birre prodotte dai 257 birrifici aderenti al concorso. Grazie al concorso promosso da Unionbirrai, si riconfermano alcuni big storici, ma emergono nuovi nomi del panorama
birrario italiano e nuove realtà indipendenti per la prima volta in competizione.

Il concorso porta a galla, nelle categorie più attese – Pilsner, Lager, Stout, Saison, IGA e birre acide – nuovi nomi del panorama birrario italiano o semplicemente nuove realtà indipendenti per la prima volta in lizza per il podio. Dopo l’escalation di questi ultimi anni da parte di regioni come Sardegna, Calabria, Puglia, Lazio, si conferma il trend nazionale per cui è necessario guardare al Nord della penisola per un riscontro sulla maggiore vocazione brassicola.

La geografia birraria che si disegna con la XII edizione di BDA fa salire in cattedra Lombardia, Trentino e Veneto, allungando tuttavia un alloro nelle Marche terremotate di Pesaro. Colpisce senza dubbio la concentrazione di vincitori in area dolomitica dove più di tutto contano le parole sostenibilità, purezza dell’acqua, legame con la terra.
Lo storico birrificio Baladin, in base al numero di voti complessivi nelle varie categorie merceologiche è risultato il Birrificio dell’Anno 2017. Un risultato non così imprevedibile, considerando che Baladin è il più noto dei produttori italiani.

 

 

IL “BACKSTAGE” DEL CONCORSO

a cura di Lorenzo Dabove (detto Kuaska)

Dopo la mia fuoriuscita da Unionbirrai nell’ottobre 2008, risposi sempre no alle ripetute richieste di ricoprire il ruolo di presidente di giuria a Birra dell’Anno fino all’edizione del 2015 quando decisi di cedere “last minute” e di riaprire la collaborazione, seppur da esterno, con tanti appassionati coi quali ero rimasto in ottimi rapporti di salda amicizia. Già dalla seguente edizione mi sentii maggiormente in sintonia con la dirigenza, portando delle innovazioni e idee subito condivise. Posso senza ombra di dubbio affermare come questa terza volta abbia ormai portato, dalla non facile fase organizzativa sino alla cerimonia di premiazione, ad un forte affiatamento tra me, la dirigenza e lo staff col risultato che è stato sotto gli occhi di tutti.

Il lavoro iniziò con maggior anticipo del solito. Le caselle e-mail mie, di Simone Monetti e di Margherita Mattei diventarono sempre più roventi. Come primo compito, a me fu affidata la selezione dei giudici stranieri. Dato che, a differenza delle prime edizioni, i giudici si pagavano il viaggio, decisi di invitare un numero davvero notevole di colleghi di gran nome e profonda competenza, provenienti da tutto il mondo. Non voglio qui fare discriminazioni ma, chi è del mestiere sa bene che alcuni dei giudici visti a Rimini rappresenti il top del top e abbia dato lustro, valore e visibilità al concorso, equiparandolo a quelli più prestigiosi, facendolo entrare, a pieno titolo, nella “top five” internazionale.

Giuria Birra dell’Anno 2017

Un lavoro particolarmente duro è stato quello della formazione dei 24 tavoli da tre giurati e relativa assegnazione degli stili appropriati per la fase finale, quella che porta al conferimento delle medaglie e delle menzioni.
Da parte sua Unionbirrai ha fatto tesoro delle esperienze passate, aumentando considerevolmente il numero di volontari, assicurando inoltre uno steward, per ogni tavolo, a completa disposizione dei giudici per qualsiasi loro esigenza. Questo ha portato ad una totale soddisfazione dei giudici stessi, ad una maggior accuratezza del servizio e un maggior controllo su eventuali errori e soprattutto, cosa su cui si puntava molto, su feedback esaustivi e costruttivi per i birrai in gara. Purtroppo questo ha però portato a centinaia di chilometri ai poveri piedi del vostro Kuaska chiamato di continuo per cose importanti ma talvolta pure per cose futili o per capricci e fisime dei giudici più “montati”.

Con 1367 birre da gestire (record assoluto), dietro le quinte, il lavoro è stato febbrile ma mai caotico e sempre effettuato con accuratezza e razionalità grazie all’esperienza e professionalità di Andrea Crippa molto ben coordinato con tutto il suo efficientissimo ed affiatatissimo team e con il consueto apporto degli allievi dell’istituto alberghiero di Bologna che portavano le birre ai 24 tavoli dei giudici.
Febbrile anche il lavoro della segreteria dove Camilla Rodella, Margherita Mattei e il loro team hanno garantito rapidità e controllo delle schede di valutazione compilate dei giudici. E poi lì operava Tony Manzi che non ringrazieremo mai abbastanza per il suo prezioso lavoro di comunicazione e di logistica fatto con passione e con una tranquillità trasmessa a tutti coloro che stavano affrontando un impegno, credetemi, molto più duro e faticoso di quel che potesse apparire dall’esterno.

Nel ruolo di presidente non giudicante, ho avuto la possibilità di assaggiare un numero spropositato di birre di birrifici che conosco profondamente, di altri che conosco meno e di altri che non avevo mai sentito nominare, trovando prodotti di gran carattere, di medio valore e alcuni decisamente da migliorare, diciamo così. Devo dire che, con buona pace di chi in rete si preparava a criticare e demolire le birre medagliate ancor prima della premiazione, il livello medio si è notevolmente alzato confermando quella tendenza che ha portato le nostre birre ad essere apprezzate e stimate all’estero, conferendoci il ruolo di protagonisti trainanti della Craft Beer Revolution che sta sempre più contagiando paesi di ogni continente, in cui sembra di essere come da noi, più di quindici anni fa.

Kuaska con la giudice inglese Melissa Cole

Sabato 18 febbraio ore 14 circa, finalmente arriva l’attesissima cerimonia di premiazione delle 29 categorie, davanti ad un pubblico vivacissimo formato da appassionati, addetti ai lavori ed entourage di birrifici, vere e proprie claque pronte a rumorosamente esultare ad ogni medaglia assegnata.

Fin qua la cronaca. Chiudo con un doveroso commento sui risultati che mai come quest’anno hanno rappresentato uno spaccato reale dell’attuale momento del movimento artigianale italiano con medaglie distribuite in quasi tutte le regioni con il centro, il sud e le isole in gran spolvero per non parlare del Trentino Alto Adige, mai così in evidenza.
Ed ecco i pionieri come Teo del Baladin e Agostino del Birrificio Italiano che avvertono i giovani leoni di essere ancora e forse ancor di più sulla breccia. Ed ecco le conferme di chi ogni giorno riscuote meritati apprezzamenti, dai post-pionieri come, per fare solo alcuni significativi esempi, Gino di Foglie d’Erba e Donato di Birranova ai più recenti e agguerriti Marco di Hammer (fresco birraio dell’anno) e il giovane team di CR/AK. E poi, tante medaglie assegnate a birrifici poco conosciuti, se non localmente, fenomeno che si ripete sempre più frequentemente e che è fonte di polemiche spesso sterili in quanto non vedo perché un piccolo produttore, che anche abbia cominciato da poco, non possa fare una birra di carattere e personalità tali da colpire una giuria così titolata come mai era avvenuto nel nostro paese.

Concludo avvalorando la mia precedente affermazione con una testimonianza di chi, come me, fa il giudice negli Stati Uniti dal 2004. Durante le cerimonie di premiazione delle due più prestigiose competizioni birrarie americane, la biennale World Beer Cup e l’annuale Great American Beer Festival, vedo sempre più spesso ragazzotti con coda, tatuaggi e l’immancabile camicia con logo del loro birrificio, salire sul palco tra le urla di gioia dei loro fans. Beh, la maggior parte di questi birrifici sono piccoli e sparsi per tutti gli Stati e, credetemi, così sconosciuti che nemmeno i tanti giornalisti americani presenti li abbiano mai sentiti nominare.

Birra dell’Anno 2017 ha indubbiamente riscosso un più che meritato successo e questo è dovuto principalmente al buon lavoro di ogni componente, lavoro che sarà ancor migliore l’anno prossimo grazie ai numerosi feedback richiesti ai giudici su cosa è andato bene e soprattutto su cosa andrebbe migliorato.

 

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IL BIRRIFICIO DELL’ANNO

Birrificio Baladin di Chiosso (CN)

La migliore sintesi di tradizione e innovazione nel settore brassicolo si chiama BALADIN. Lo ha deciso la giuria internazionale di BIRRA DELL’ANNO, in occasione della XII edizione di Beer Attraction a Rimini, incoronando “BIRRIFICIO DELL’ANNO 2017” forse il più noto dei produttori italiani…

Fa incetta di premi il patron Teo Musso che raccoglie punti e soddisfazione dalle mani dell’amico storico Lorenzo “Kuaska” Dabove sul palco della Beer Arena. BALADIN vince soprattutto nella categoria delle Barley Wine (alta fermentazione e grado alcolico di ispirazione angloamericana) dove ottiene il primo (LUNE) e il terzo posto (XYAUYU’) oltre ad una menzione d’onore (Terre). Sotto la voce birre chiara di ispirazione belga, il birrificio, ex aequo con il calabrese ‘A MAGARA, sale sullo scalino più alto del podio con la “Nazionale”.
Stessa gloria condivisa, questa volta con il birrificio GJULIA, nella specialità “affinate in legno” per uno dei must della “Cantina – Riserva Teo Musso”, la Xyauyù Barrel, “una birra – spiega l’eclettico birraio – frutto di un pensiero perverso e di una lunga ricerca” che matura in botti di rovere una volta destinate a grandi rum. “Non me lo aspettavo, sono davvero felicissimo, soprattutto per l’oro con la birra Nazionale, sono dieci anni che lavoro sul progetto di una birra al cento per cento italiana”.

 

 

Nella pagina seguente… TUTTE LE MARCHE DI BIRRA VINCITRICI

Interviste di Beverfood.com a Birra dell’Anno 2017

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