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Energy drink, il divario tra USA ed Europa si allarga tra divieti e ingredienti estremi

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Il mercato globale delle bevande energetiche viaggia a due velocità, con una distanza normativa e qualitativa sempre più netta tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre in Europa si moltiplicano i divieti a tutela della salute pubblica, negli Stati Uniti proliferano gli energy shot ad alta concentrazione di caffeina e l’uso di ingredienti controversi che nel Vecchio Continente non possono circolare liberamente.

La stretta europea sulla vendita ai minori

Il mercato europeo degli energy drink è rigidamente regolamentato per contenere i rischi legati all’abuso di stimolanti tra i giovanissimi. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) fissa a 3 mg per chilo di peso corporeo il limite di sicurezza giornaliero per la caffeina nei minori. Su queste basi diversi Paesi hanno introdotto vincoli alla vendita. Lettonia e Lituania vietano la cessione agli under 18 dal 2016, la Polonia ha esteso un divieto analogo dal 2024 e la Repubblica Ceca ha approvato una stretta sugli under 15. Nel Regno Unito il governo ha annunciato l’intenzione di vietare la vendita agli under 16 dei prodotti che superano i 150 mg di caffeina per litro, una misura promessa ma non ancora tradotta in legge.

A livello comunitario, il regolamento UE 1169/2011 impone già un’etichettatura chiara per le bevande con oltre 150 mg di caffeina per litro, con l’avvertenza che il prodotto è sconsigliato a bambini e a donne in gravidanza o in allattamento.

Anche il Nord America si muove, il caso Quebec

Il primo segnale di una stretta normativa fuori dall’Europa arriva dal Canada. Il Quebec è diventato la prima giurisdizione del Nord America a vietare la vendita di energy drink ai minori di 16 anni, con l’approvazione del disegno di legge noto come Zachary Miron Act, passato all’Assemblea nazionale con 103 voti favorevoli e uno solo contrario. La norma, che entrerà in vigore dopo sei mesi, estende il divieto anche alle vendite online e ai distributori automatici. Il provvedimento prende il nome da Zachary Miron, il quindicenne morto nel 2024 dopo aver consumato una lattina di Red Bull in combinazione con un farmaco per il disturbo da deficit di attenzione, secondo il referto del coroner all’origine di un’aritmia fatale.

Il paradosso degli energy shot negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti il quadro gestito dalla FDA è molto più permissivo. Molte aziende registrano le proprie bevande funzionali come integratori alimentari, una classificazione che consente di aggirare i limiti previsti per le bevande convenzionali. Il formato dell’energy shot, il flaconcino concentrato da assumere in un solo sorso, non è di per sé un’esclusiva americana: anche in Italia prodotti analoghi sono in vendita come integratori, soprattutto nel canale sportivo, in farmacia, parafarmacia ed e-commerce specializzato più che nella grande distribuzione, con dosi di caffeina dichiarate in etichetta che restano nell’ordine dei 130-250 mg per flaconcino e con le avvertenze di legge per minori e donne in gravidanza. La differenza si gioca quindi sui dosaggi e sugli ingredienti. Sul mercato statunitense il contenuto di caffeina degli energy drink può variare da circa 80 a oltre 500 mg per confezione, in alcuni casi con la quota reale di stimolanti mascherata da ingredienti di origine vegetale come il guaranà, i cui semi contengono caffeina in concentrazioni anche superiori a quelle del chicco di caffè.

Il consumo crescente di caffeina tra i più giovani preoccupa le autorità sanitarie. Secondo l’analisi di Epic Research, tra il 2017 e il 2023 gli accessi al pronto soccorso per effetti legati alla caffeina tra gli studenti delle scuole medie e superiori statunitensi sono all’incirca raddoppiati, con sintomi che vanno dalla tachicardia alle aritmie.

La deriva del kratom e degli ingredienti borderline

Il divario qualitativo raggiunge il punto più alto sul fronte degli ingredienti. Sfruttando l’assenza di restrizioni federali stringenti, il mercato statunitense ha visto la comparsa di bevande e shot addizionati con kratom, una pianta che agisce sui recettori oppioidi, e con il suo derivato semisintetico 7-idrossimitraginina (7-OH), oggi al centro di un giro di vite federale. Venduti liberamente in stazioni di servizio e minimarket, questi prodotti hanno alimentato un allarme sanitario, con un aumento di oltre il 1.200% delle segnalazioni ai centri antiveleni statunitensi in un decennio, salite da 258 casi nel 2015 a 3.434 nel 2025.

In Europa la situazione è opposta. Il kratom è considerato sostanza stupefacente e inserito nelle relative tabelle nella quasi totalità degli Stati membri, Italia compresa, il che ne rende impossibile l’importazione e la vendita. Un destino in parte simile tocca al kava, radice del Pacifico dagli effetti rilassanti, vietato al commercio in diversi Paesi europei a inizio anni Duemila per sospetta epatotossicità, sospetto in seguito fortemente ridimensionato dalla letteratura scientifica e dalle stesse corti tedesche, che ne avevano giudicato il divieto sproporzionato. Oggi il kava non figura nella lista UE dei nuovi alimenti (Novel Food) e non può quindi essere commercializzato come ingrediente di bevande nell’Unione, mentre negli Stati Uniti i kava bar e le bevande al kava si moltiplicano come alternativa analcolica.

Il quadro che emerge fotografa due modelli di mercato divergenti, dove la stessa categoria di prodotto risponde a logiche regolatorie opposte: prevenzione e principio di precauzione da un lato, libertà di formulazione e classificazione flessibile dall’altro.

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