Gli italiani spendono di più, ma comprano meno. A maggio 2026 le vendite alimentari sono cresciute del 2% in valore, mentre i volumi sono calati dello 0,4%. È dentro questa forbice che si gioca una delle partite più importanti per il futuro della grande distribuzione italiana.
Perché mentre inflazione e potere d’acquisto condizionano le famiglie, nel mondo il supermercato sta cambiando funzione: non più solo luogo dove acquistare prodotti, ma piattaforma di servizi, ristorante, hub logistico, brand, community e persino un servizio al quale abbonarsi. È quanto emerge dall’osservatorio di Retail Hub, tech company che con i suoi Innovation Tour internazionali accompagna retailer nei mercati più innovativi per capire cosa possa essere reinterpretato in Italia.
“La domanda non è cosa possiamo copiare dall’estero, ma cosa quello che vediamo all’estero ci sta dicendo sull’evoluzione del consumatore italiano”, spiega Stefano Motta, Chief Operating Officer di Retail Hub. “Il punto è distinguere le mode dai cambiamenti strutturali”.
Usa, dal supermercato al brand
Il grocery statunitense è molto più frammentato per canali. In California si passa dai 15.000 mq di un Walmart Supercenter ai 1.200 mq di Trader Joe’s, che costruisce oltre il 90% dell’assortimento con marche private. Cresce il valore opposto alla grande superficie: la semplicità. E si diffondono le membership a pagamento: oltre a Costco, in California il premium retailer Erewhon propone un club digitale da 200 dollari l’anno.
“In Italia la membership è ancora sottovalutata”, sottolinea Motta. “Diventerà sempre più importante, perché modifica profondamente il rapporto tra retailer e cliente”. Parallelamente sfuma il confine tra supermercato e ristorante: insegne come Wegmans e Whole Foods ampliano il ready-to-eat. “Il supermercato non vende più soltanto prodotti: vende sempre di più la soluzione al pasto”.
Francia, lo specchio più vicino all’Italia
La Francia offre il confronto economicamente più interessante. Circa il 15% delle vendite GDO passa dall’e-commerce e l’80% dell’online si sviluppa tramite drive, con la spesa ordinata online e ritirata dal consumatore. Non è tecnologia spettacolare: è innovazione diventata infrastruttura, che riduce il tempo dedicato alla spesa e integra fisico e digitale.
Cina, un altro pianeta
A Shanghai i convenience store come 7-Eleven e FamilyMart sono veri “ristoranti di quartiere”. La spesa online lavora su raggi di 3 km con consegne sotto i 30 minuti, mentre super-app, QR code e pagamenti biometrici assottigliano il confine tra negozio e piattaforma. “La Cina ci mostra fino a che punto può arrivare l’integrazione tra retail, tecnologia e logistica”, precisa Motta.

La sfida italiana: non copiare, ma capire
Tre modelli diversi, ma direttrici comuni: semplificare, far risparmiare tempo, offrire soluzioni oltre ai prodotti, usare la tecnologia solo quando genera valore. In un mercato dove la spesa cresce in valore ma non in volumi, la sfida della GDO non sarà convincere gli italiani a comprare di più, ma intercettare meglio ciò per cui sono disposti a spendere.
“Dietro smart cart, membership, drive o food-to-go non ci sono semplicemente nuove tecnologie: ci sono nuovi comportamenti”, conclude Motta. “Ed è su quelli che la GDO italiana dovrà costruire il proprio futuro”.
INFO: retailhub.tech


