Il conflitto in Medio Oriente e la politica commerciale degli Stati Uniti stanno colpendo contemporaneamente i tre principali materiali da imballaggio del settore beverage: plastica, vetro e alluminio. Una convergenza di fattori che aggrava una situazione già critica, documentata nelle scorse settimane da Beverfood.com con l’analisi sullo shock energetico per l’agroalimentare e l’inchiesta sulla speculazione sui prezzi della plastica denunciata da Mineracqua.
Vetro, Assovetro conferma la vulnerabilità energetica del settore
Sul fronte del vetro il segnale arriva direttamente da Assovetro, l’associazione dei produttori italiani aderente a Confindustria. L’industria italiana dei contenitori in vetro, prima in Europa, conta 17 aziende, 40 stabilimenti, 7.952 addetti diretti e un fatturato di circa 3 miliardi di euro. Ogni anno consuma 660 milioni di metri cubi di gas naturale e 1,62 TWh di energia elettrica.
Non è un dettaglio: le vetrerie non possono interrompere i cicli produttivi perché i forni funzionano in continuo, e ogni aumento del prezzo del gas si riflette direttamente sui costi di produzione di bottiglie, vasetti e flaconi.
Il gas naturale alla Borsa di Amsterdam (TTF) è passato dai circa 30 €/MWh di fine febbraio a un picco di oltre 65 €/MWh il 19 marzo, per poi ripiegare intorno ai 50 €/MWh attuali. Quasi un raddoppio che ha riportato le quotazioni ai livelli della crisi energetica del 2022-2023. In Francia, i produttori di bottiglie per vino hanno già trasferito ai clienti rincari del 30%. In Italia le vetrerie del distretto nazionale restano esposte a qualsiasi nuova fiammata.
Nonostante il contesto, il comunicato di Assovetro di fine marzo evidenzia che nel 2025 la produzione di contenitori in vetro è cresciuta del 4%, superando i 4,5 milioni di tonnellate. Le bottiglie, che rappresentano il segmento principale, hanno registrato un aumento del 5,8% con un export in crescita del 23,8%. Secondo Biagio Costantini, presidente della sezione contenitori di Assovetro, “il 96% degli italiani raccomanda bottiglie e vasetti per conservare cibo e bevande”. Numeri che confermano la solidità della domanda, ma anche l’entità dell’esposizione del settore a un eventuale riacutizzarsi della crisi energetica.
La plastica resta sotto pressione
A marzo Mineracqua aveva lanciato l’allarme: fornitori di PET e HDPE avevano chiesto aumenti immediati del 30% sui contratti in essere, minacciando il blocco delle forniture. Ettore Fortuna, vicepresidente dell’associazione, aveva denunciato manovre speculative e annunciato un possibile esposto all’Antitrust.
Due settimane dopo, la situazione è peggiorata. Il comunicato di Unionplast (Federazione Gomma Plastica) del 1 aprile parla di incrementi che in alcuni casi superano il raddoppio rispetto ai livelli di inizio anno, con il rischio concreto di interruzioni nelle forniture e fermi produttivi. “Non siamo più in una fase di volatilità, ma in una situazione di crescente criticità per la filiera”, dichiara il presidente Massimo Centonze. “Se le attuali dinamiche dovessero proseguire, il rischio è quello di una riduzione della capacità produttiva, con possibili impatti su diversi comparti industriali”.
Le imprese di trasformazione italiane, soprattutto PMI, si trovano nell’impossibilità di pianificare la produzione anche nel brevissimo periodo, con forte erosione dei margini e rischio crescente di fermo impianti per mancanza di materia prima. Il Brent è passato dai circa 70 dollari al barile di fine febbraio a circa 110 dollari attuali, con punte vicine ai 120 dollari, trascinando con sé l’intera chimica di base. La chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha reso strutturale quella che inizialmente sembrava una fiammata speculativa.
Alluminio, il Medio Oriente conta circa il 9% della produzione mondiale
L’alluminio è forse la voce più sottovalutata nel dibattito sul packaging, ma potenzialmente la più critica. La regione del Golfo rappresenta circa il 9% della produzione mondiale di alluminio primario e circa il 23% dell’offerta fuori dalla Cina, secondo i dati dell’International Aluminium Institute. A fine marzo, attacchi iraniani hanno colpito direttamente gli stabilimenti di Emirates Global Aluminium (EGA) negli Emirati Arabi Uniti e di Aluminium Bahrain (Alba) in Bahrain, i due principali produttori della regione.
EGA ha dichiarato “danni significativi” al sito di Al Taweelah, che nel 2025 aveva prodotto 1,6 milioni di tonnellate di metallo. Alba, che gestisce il più grande sito produttivo al mondo su singolo stabilimento, aveva già ridotto la capacità del 19% a causa delle interruzioni nello Stretto di Hormuz, dichiarando forza maggiore sulle consegne. Le quotazioni dell’alluminio al London Metal Exchange sono salite fino a 3.492 dollari per tonnellata, con analisti di Citi che ipotizzano un possibile rialzo verso i 4.000 dollari se le interruzioni dovessero proseguire.
Anche la Cina, primo produttore mondiale, non è immune. La produzione cinese opera vicino al tetto di capacità imposto dal governo e nel 2025 il Paese ha importato un record di 2,5 milioni di tonnellate di alluminio primario, riducendo al contempo le esportazioni di semilavorati del 10%. In pratica la Cina assorbe più metallo internamente e ne esporta meno, stringendo l’offerta disponibile per i mercati occidentali. Le fonderie inattive in Europa e Stati Uniti potrebbero teoricamente riavviarsi, ma competono per l’energia con altri settori ad alta domanda elettrica.
Per l’industria europea delle lattine per bevande, che produce miliardi di pezzi l’anno per birra, energy drink e bevande analcoliche, si tratta di un problema concreto. Il segnale più tangibile arriva dall’India, dove la Brewers Association of India, che rappresenta Heineken, AB InBev e Carlsberg, ha comunicato aumenti di costo del 12-15% e segnalato possibili riduzioni di fornitura di lattine in alluminio, proprio alla vigilia della stagione di picco dei consumi. Parallelamente, il prezzo delle bottiglie di vetro in India è salito del 20%, con alcuni produttori costretti a ridurre la produzione del 40% per la carenza di gas.
Il quadro d’insieme, la filiera beverage sotto pressione multipla
Come Beverfood.com aveva analizzato nel dossier del 2 marzo, l’Italia importa il 90% del gas e il 95% del petrolio. I canali di trasmissione dello shock geopolitico verso la filiera beverage sono molteplici: energia, trasporti, imballaggi, chimica di base.
Per birrifici, cantine, stabilimenti di imbottigliamento e produttori di acqua minerale, ogni nuovo shock si somma ai precedenti senza che i margini si siano mai pienamente ripresi: dazi USA, calo dei consumi Horeca, inflazione residua.
Anche i fertilizzanti nel mirino, rischi a monte della filiera
La crisi energetica legata al conflitto non colpisce solo il packaging. Il gas naturale è la materia prima fondamentale per la produzione di ammoniaca e urea, i principali fertilizzanti azotati, e può rappresentare fino all’80% del costo di produzione. La regione del Golfo è tra i principali produttori mondiali e circa un terzo della fornitura globale di fertilizzanti transita dallo Stretto di Hormuz. Il blocco delle rotte e l’impennata del TTF stanno già provocando aumenti di prezzo che ricordano la crisi dell’AdBlue del 2022. Per la filiera beverage il nesso è diretto: costi più alti dei fertilizzanti significano materie prime agricole più care, dalla vigna al campo di orzo e di barbabietola da zucchero.
Uno sguardo oltre la filiera, segnali di crisi sistemica
La portata dello shock va ben oltre il packaging. Il prezzo del kerosene per aviazione è più che raddoppiato, spingendo compagnie aeree a cancellare voli e aumentare i biglietti. In Corea del Sud il governo ha introdotto il razionamento del carburante con targhe alterne e campagne per ridurre i consumi domestici di energia. Misure analoghe sono state adottate in diversi Paesi asiatici e nella Slovenia, primo Stato europeo a razionare. Per il beverage italiano, che dipende da trasporti e catene di approvvigionamento globali, sono segnali che confermano la portata sistemica di questa crisi.
E se il fronte si allargasse ancora
Trump ha più volte dichiarato l’intenzione di concludere rapidamente le operazioni in Iran. Ma i segnali sul campo vanno in direzione opposta. Il Washington Post ha riportato il 28 marzo che il Pentagono sta preparando settimane di operazioni terrestri limitate, con obiettivi che includono siti costieri vicino allo Stretto di Hormuz. La 82esima Divisione Aviotrasportata e circa 2.500 Marines della USS Tripoli sono già nella regione. Nel discorso alla nazione del 2 aprile, Trump ha annunciato un’intensificazione degli attacchi nelle prossime due-tre settimane. Se le operazioni dovessero estendersi a terra, l’impatto su energia, alluminio, plastica e vetro sarebbe di proporzioni ben superiori a quanto già prezzato dai mercati.
Per la filiera del beverage italiano, che affronta già la convergenza di dazi e incertezza dei consumi, è uno scenario che non può essere ignorato.
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