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Matteo Ascheri, l’uomo al comando del Consorzio Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani

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Per chi non lo conosce – o meglio, per chi non conosce la sua storia, intrecciata a quelle di Langa – può suonare come un nome “nuovo”. Ma ovviamente, se è al comando di un consorzio di tale prestigio, ci saranno dei validi motivi. E appunto siamo andati a scoprirli: abbiamo trovato analisi, stabilità, concretezza e, sopratutto, visione globale del mercato. Del mondo, del vino. E l’“analisi” va intesa come trasversale: di prezzi, bottiglie esitate e non, mercati, e conoscenza capillare del tessuto sociale in cui vive, da sempre.

 

 

Matteo Ascheri, oltre ad essere una persona amabile – decisamente poco timosoroso, si confronta con tutti, e tutti fa sentire accolti – conduce un’azienda vitivinicola non certo piccola e non certo in zona anonima. Siamo a Bra, come sede operativa, dal 1880, e non a caso. Era allora quello il ponte magico dei trasporti, fonte di indiscussa praticità per uno sviluppo economico già al tempo della Real Casa Savoia. 

E anche se le cantine nascono, in realtà, a La Morra già all’inizio del XIX secolo, le stesse si trasferiscono nel 1880, appunto, a Bra, in testimonianza di questa capacità di visone e analisi “all’inglese” delle borse. Ma non è tanto la storicità e il savoir faire – inteso come saper produrre vino d’avanguardia, di impegno – il punto. Ma stavolta l’uomo che guida la cantina e, ora, anche  il Consorzio di tutela del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani.

Per ricostruirne la parabola bisogna partire dalla scelta creativa, fatta dopo la Laurea in Economia, con la decisione di entrare in azienda, con l’obiettivo di diversificarne l’offerta. Per farlo, impianta, impone la sua linea, e punta sul viognier, in tempi non sospetti. Era il 1993 quando sceglie per la nuova varietà la sabbia di Montalupa®, nel Roero. Con l’idea da subito di fare un “vino da sogno”, un bianco da invecchiamento. Piano presto avverato. Con l’aiuto – inevitabile  – di qualche viaggio di ricognizione nel Rodano. Arrivati i cloni, ci si lancia nel progetto. Con un vino che fermenta in legno per 3 mesi (ma con zero malolattica), in botti da 500 litri. A cui i terrazzamenti giusti non mancano certo, in vigna. E che fa onore in terra roerina alla porzione di Francia che ricorda e di cui è originario con la sua anima giovane e il piglio impressionista. La strada è stata comunque in salita; basti dire che ci sono voluti ben 7 anni solo per avere il benestare dall’Università degli Studi di Torino per l’inserimento di questa cultivar nel registro delle autorizzate dalla Regione Piemonte e Province. 

 

 

A fare un ritratto ora – annata 2015 – del risultato ottenuto, eccolo ancora verde di riflessi nel calice, con note di magnolia, crema e polpa fibrosa al palato, che per “sfaldarsi” e farsi totalmente setosa non può che desiderare – com’era nei piani – l’attesa.

Il percorso di Matteo, intanto, si arricchisce sul forte della carriera “politica” e amministrativa: dal 1992 al 1994 è vicepresidente del Consorzio di tutela e presidente del Centro di Ricerca Vitivinicolo del Piemonte “Tenuta Cannona” così come di quello del Consiglio di Amministrazione dell’Unione Produttori Vini Albesi, che aveva come scopo quello di promuovere la tradizionale bottiglia “Albeisa” .

 

Così oggi, dopo oltre vent’anni, il suo ritorno su quel palcoscenico pare totalmente sensato e coerente per il territorio. Mentre lui stesso non fa mistero del desiderio di ripartire e risultare vincente per la storia delle denominazioni tutte. Un colpo di fulmine dalla forza mai spenta, insomma. E carico di energia. Che Matteo ha sempre saputo tradurre con efficacia in risultati. Sono 240.000 le bottiglie prodotte in totale, e 23mila quelle destinate a un Langhe Nebbiolo 2017 di un ritmo, un succo e un tannino ricco di tale agilità da far svuotare la bottiglia prima che ce se ne accorga; e con gran felicità dei sensi. 

 

 

E se servisse una ulteriore prova di maturità sul fronte vigneron, eccola servita, per Ascheri, con l’assaggio del Coste&Bricco prodotto a Serralunga. Un Barolo 2013, da poco in bottiglia, che può confondere per il suo profilo orientale (tratto distintivo invece dello stile aziendale): autorevole, discreto ed esplosivo insieme. All’assaggio, aromi intensi, profondi, con attorno un coro  acido-tannico che avvince e impone un ripensamento generale sul valore stesso dell’annata. Che conferma, con le riserve “giuste”, di aver un bel potenziale di invecchiamento. 

Matteo Ascheri sul suo stesso sito dichiara di voler produrre “un’espressione più chiara possibile del vigneto, del vitigno e delle nostre idee. Come ascoltare,  paragonando il vino con la musica,  una versione acustica rispetto ad una elettronica”. 

 

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Ma sembra che la sua visione assomigli per certi versi all’ispirazione di un artista: “Otrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”. Da quando è al timone del consorzio, forte della sua posizione e della sua storia aziendale, ha lanciato un piano di attività concentrato sulla definizione dell’offerta del Barolo e dei suoi prezzi proposti in GDO. Ma c’è anche uno stop netto ai nuovi impianti per frenare e gestire la conseguente difficoltà della difformità dei prezzi. E se c’è chi pensa che il mercato debba esser lasciato libero di agire, a volte è altrettanto importante che regole opportune ne salvaguardino l’essenza. Questa la filosofia. Con semaforo rosso dunque a nuovi vigneti fino al 2022, come detto, e con i risultati di questa scelta da analizzare tra non meno di 7 anni. Si è poi pensato alle rese delle Mega e alla loro riduzione: l’idea è di portarle da 80 a 70 quintali per ettaro, e di inserire una “riserva vendemmiale”. 

Ultima urgenza: una volta in bottiglia a chi bisogna raccontare il Barolo? Non solo più al trade, ma al pubblico finale. Per il quale c’è subito un primo grande appuntamento da segnare in agenda: ad inizio 2020, quando andrà in scena Grandi Langhe, ad Alba.

 

+info: www.ascherivini.it
www.langhevini.it

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