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Logistica dello scarto: il primo orto-frutteto sociale diffuso by Nespresso rigenera l’Italia

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Nel mercato del caffè porzionato, la gestione del fine vita del prodotto e il recupero dei materiali esausti rappresentano uno dei principali banchi di prova per i big player del settore beverage.
In questo scenario, Nespresso ha presentato ufficialmente a Milano, lo scorso 23 giugno, presso lo spazio agro-urbano di Cascina Biblioteca, un pilastro strategico che segna l’evoluzione dei suoi processi di economia circolare in Italia: il primo orto-frutteto sociale diffuso. Un progetto realizzato insieme a Legambiente e AzzeroCO2 che trasforma i residui delle capsule esauste in un’opportunità di sviluppo per il territorio.

L’iniziativa poggia su volumi industriali precisi, con oltre 24 quintali di compost biologico ricavati dal trattamento dei fondi di caffè e ripartiti in lotti da tre quintali e mezzo per ciascuna delle 7 cooperative sociali coinvolte, destinate a rigenerare complessivamente 31.300 metri quadrati di terreno tra Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Basilicata e Puglia.

Elena Piazza, Responsabile Progetti Forestazione di AzzeroCO2, ha spiegato dal vivo la visione agronomica dell’operazione evidenziando come la scelta delle diverse colture sia stata studiata per sposare le reali necessità dei distretti locali, creando al contempo percorsi di inclusione e autonomia lavorativa per più di 960 persone fragili e per le loro famiglie attraverso la vendita in filiere corte e mercati contadini.
Piazza ha voluto sottolineare la vicinanza umana dell’operazione affermando che «il nostro obiettivo è promouovere un modello virtuoso dove solidarietà e sostenibilità vanno di pari passo. Qui, il compost nato dal recupero del caffè esausto delle capsule oltre a nutrire il terreno, nutre le opportunità, generando competenze, inclusione e dignità».

A monitorare da vicino questa capillarità è intervenuto Emilio Bianco, Coordinatore degli EcoForum regionali di Legambiente, il quale ha ricordato come l’associazione si fondi da oltre quarant’anni sui circoli territoriali per operare a 360 gradi senza mai dimenticare il fattore umano, poiché i riflessi ambientali toccano direttamente la vita quotidiana e i bisogni delle persone sul campo.

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Sul fronte strettamente industriale dell’economia circolare, Bianco ha voluto lanciare un messaggio netto sulla gestione degli scarti e sulla logistica dei materiali, spiegando l’esigenza di superare la resistenza culturale e burocratica legata alla logica del rifiuto e dichiarando in modo diretto che «dobbiamo smettere di parlare di rifiuti, ma di risorse, e non dobbiamo avere paura della presenza degli impianti sui territori». Quest’ultimo ha fatto un riferimento chiaro sia alle strutture di compostaggio sia a quelle di digestione anaerobica che producono biogas e biometano, specificando come una risorsa rinnovabile di questo tipo sia chimicamente identica al metano tradizionale e debba essere valorizzata per restituire al Paese un minimo di indipendenza energetica rispetto agli approvvigionamenti esteri.

Il legame tra queste strategie di filiera e i piani di adattamento climatico locali è stato al centro dell’intervento di Elena Maria Grandi, Assessora all’Ambiente e al Verde del Comune di Milano, che ha voluto rimarcare l’importanza del verde per mitigare l’effetto cappa dei centri urbani, spiegando come l’ombra degli alberi e la nascita di oasi agro-urbane offrano un sollievo concreto e consentano ai cittadini di toccare con mano l’utilità pratica del riciclo.

LA PIANIFICAZIONE SUL CAMPO

La pianificazione sul campo, che prenderà il via il prossimo autunno rispettando i corretti cicli stagionali di messa a dimora, prevede l’inserimento di oltre 7.200 piante totali (tra orticole, alberi da frutto, ulivi e aromatiche) per una produzione stimata a regime di oltre 38.750 chili di cibo e circa 400 litri di olio extravergine all’anno.

I singoli distretti agricoli risponderanno direttamente alle richieste commerciali dei territori: a Milano, Cascina Biblioteca punterà su 200 alberi da frutto per lo spaccio interno, le confetture e la mensa; in Veneto, La Casa di Abraham a Rovigo coltiverà 3.000 orticole biologiche per la vendita diretta; a Bologna, EtaBeta destinerà 1.500 orticole ai Mercati della Terra per la rigenerazione di Salus Space. Spostandosi al Centro-Sud, la Nuova Arca a Roma lavorerà su 500 piante aromatiche per la tutela degli impollinatori ed oli essenziali, Olivart a Ripoli produrrà olio EVO per mense ospedaliere ed export, mentre i sistemi agroforestali di Matera (con Il Sicomoro e Noi Ortadini) e il Frutteto Nonna Bice della cooperativa Tracceverdi a Bari attiveranno nuovi gruppi di acquisto solidale.

Questo massiccio dispiegamento di risorse sul territorio segna un punto di svolta industriale per lo storico protocolloDa Chicco a Chicco di Nespresso che da quindici anni separa l’alluminio dal caffè esausto. Matteo Di Poce, Sustainability Expert di Nespresso Italiana, ha approfondito lo scenario aziendale che ha portato a questa evoluzione spiegando l’esigenza del brand di andare oltre il binario unico della risaia piemontese – che dal 2011 ha permesso di donare oltre 8 milioni di porzioni di riso al Banco Alimentare – per abbracciare sistemi complementari e diversificati basati sulla biodiversità ortofrutticola e sulle reali necessità dei suoli regionali.

Di Poce, inoltre, ha spiegato l’urgenza industriale di superare i vecchi schemi aziendali, affermando che «questo orto-frutteto sociale, diffuso in più territori italiani, è per noi un passaggio importante, perché rende visibile qualcosa che spesso resta nascosto: il valore che può nascere dal riciclo, nel tempo». E continua

«“Un chicco alla volta, insieme” è la direzione con cui Nespresso accompagnerà nei prossimi anni l’evoluzione del proprio modello di sostenibilità in Italia. Un approccio che, partendo dal progetto “Da Chicco a Chicco”, tiene conto dei cambiamenti normativi legati al riciclo delle capsule e si sviluppa attraverso un insieme di sistemi complementari, pensati per rispondere alle caratteristiche dei diversi territori. Accanto al precendete modello, infatti, si affiancheranno nuove soluzioni di raccolta, come i sistemi pubblici e di ritiro a domicilio già avviati a Milano, con l’obiettivo di ampliare le possibilità di recupero e favorire una partecipazione sempre più diffusa».

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L’avvio delle attività sul campo, che a partire dal prossimo autunno trasformerà i 24 quintali di compost biologico in una risorsa agricola viva, delinea un modello replicabile in cui i flussi industriali del riciclo si legano in modo indissolubile ai bisogni reali delle comunità. L‘impatto di questo primo orto-frtutteto sociale diffuso dimostra come l’economia circolare possa abbandonare i percorsi puramente teorici per tradursi in un investimento tangibile sul territorio, integrando la tutela dei suoli e della biodiversità locale con l’inclusione lavorativa e il supporto concreto alle fasce di popolazione più vulnerabili.

Attraverso la cooperazione strategica tra imprese, istituzioni e Terzo Settore, la gestione del fine linea del porzionato diventa così il motore di una micro-economia di prossimità pulita e autosufficiente, capace di dimostrare sul campo che il cambiamento reale e duraturo nasce proprio dalla capillarità e dalla messa a sistema dei piccoli gesti quotidiani.

+ INFO: www.nespresso.com

© Riproduzione riservata

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