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La lingua napoletana, storicamente forse la più variegata e complessa tra quelle dialettali d’Italia, è uno specchio limpido dell’anima della città. Colorata, colorita, coinvolgente; a tratti esagerata, mai banale, entusiasta. Soprattutto è figlia delle dominazioni che nei secoli si sono passate il testimone per governare e godere della filosofia di Napoli: espressioni che sono di uso quotidiano nascondono in realtà origini oltreconfine. Buatta, scatola o lattina, dal francese boite: la celebre esclamazione Azz! non è un’abbreviazione volgare, bensì l’italianizzazione del tedesco Ach, so!, che denota tutt’oggi stupore, ammirazione. E così via con l’austriaco, l’arabo. Lo spagnolo, da cui viene un termine che è in realtà una religione atea, simbolo di un locale che ha aperto da pochi mesi ma già scalda cuori e palati.

Creanza, dallo spagnolo criar, ovvero crescere, allevare. Nei quartieri della Napoli storica (Spagnoli, non a caso) la creanza è il corredo di buone maniere, saper vivere, educazione, empatia, comprensione e anche un po’ di sofferenza. Il menu completo che I Primiammare, affacciato sulla scogliera di Pozzuoli, mette in tavola da inizio dicembre. Un’idea non nuova né innovativa, già testata dal padrone di casa Lucio Fiorenza sulla collina di Posillipo prima di decidere di cambiare location e avvicinarsi a due passi dalle onde, quelle stesse che gli hanno praticamente cambiato la vita. Un ex guru della movida partenopea ritrovatosi tra sala e mercato, asmatico e per questo portato per natura e necessità ad avvicinarsi al mare, con cui ha “un rapporto intenso, devo almeno vederlo se proprio non posso andare in spiaggia”. E valorizzarlo, in ogni piatto e in ogni storia che racconta.

I Primiammare è trattoria; è teatro, confessionale, stadio. È l’amore della cuoca (provate a chiamarla chef, a vostro rischio e pericolo) Palmina Illiano, self made woman che collabora con Lucio da 12 anni; è il sorriso di Simona e Dimitri trai tavoli, la competenza di Betty per la lista dei vini, l’eleganza fuori dall’ordinario della socia Emanuela. È, per l’appunto, creanza, l’intuizione che fa breccia per la conversazione, o la discrezione di chi capisce che il silenzio è apprezzato quanto e più di una parola dolce. L’atmosfera è intima ma informale, come lo spirito del team che Fiorenza non esita a definire “una tradizione aglio e olio, con cui abbiamo ottenuto negli anni una clientela selezionata. Non vengono a trovarci per moda, qui l’offerta principale è la materia fresca e le pietanze che fanno parte della memoria, mia e di chi verrà a provarli”.

Le pareti a tinte greche, bianche e azzurre, l’arredamento semplice e curato con qualche tocco di design ispirato al mare, vero filo rosso tra il dentro e il fuori, che si tratti del ristorante o delle persone. Il tramonto sul golfo è così vicino che quasi si prende in mano, da guardare attraverso la vetrata o seduti ai tavolini all’esterno. I piatti raccontano di conoscenza e rapporto con la materia prima e con il mercato: l’unica vera chiave, “comprendere il prodotto è il primo veicolo per poterlo raccontare”. Paccheri con granseola, spigola fritta, spaghetti ai ricci; una carta dei vini che parla di territorio e cultura, annodata alle vicende del Vesuvio e ai sentori della regione. Mangiare qui vuol dire ascoltare e imparare, partecipare, immedesimarsi negli aneddoti, quasi tutti legati al mare, che ogni pietanza porta con sé grazie all’estro, l’esperienza e la crianza di Lucio e dello staff. “La pubblicità lascia il tempo che trova, qui le foto le facciamo ai piatti vuoti. Vuol dire che sono piaciuti, no?”.

 

 

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