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Risiko beverage, le attese sulle operazioni di M&A per il mercato italiano nel 2026

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Non è un vero e proprio Risiko quello all’orizzonte nel mercato del beverage italiano, ma sicuramente per il 2026 c’è da aspettarsi qualcosa che bolle in pentola. Il 2025 appena andato in archivio si è rivelato un anno di rallentamento per il mercato delle operazioni di M&A nel beverage italiano. I volumi delle transazioni sono diminuiti rispetto al 2024, riflettendo una maggiore cautela da parte degli investitori istituzionali e dei fondi di private equity. Le incertezze macroeconomiche e finanziarie hanno allungato i tempi di valutazione e di closing, ma senza intaccare in modo significativo il valore complessivo delle operazioni, che si è mantenuto su livelli solidi.

PRUDENZA E CONSOLIDAMENTO Nonostante questo scenario di mercato cauto e prudente, l’interesse su possibili operazioni di consolidamento non è venuto meno, soprattutto per i segmenti a maggiore valore aggiunto. Vini e spirits premium continuano a rappresentare il cuore dell’attrattività del made in Italy, sostenuti dalla domanda internazionale e dalla forza dei brand storici, in un quadro di calo dei consumi. Proprio questi ultimi sono tornati al centro delle strategie di M&A, con gruppi nazionali e regionali impegnati nel recupero e nella valorizzazione di marchi iconici, rafforzando al tempo stesso la competitività domestica. Nel confronto internazionale, il 2025 ha visto a livello globale operazioni di grande scala nel food & beverage, spesso di natura transnazionale. L’Italia non è stata teatro di mega deal nel solo comparto beverage.

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VINO IN STALLO Guardando ai singoli comparti, il vino ha vissuto un anno di consumi più prudenti e di M&A limitate, concentrate soprattutto su consolidamenti locali e operazioni lungo la filiera distributiva. Il settore resta frammentato, con investitori focalizzati sulla qualità delle denominazioni e sulle prospettive di export più che su grandi fusioni. Prima del 2025, il settore delle acquisizioni aveva già mostrato segnali di rallentamento, con un numero di operazioni significativamente inferiore nel 2024 rispetto al 2023, questa tendenza di cautela e attesa degli investitori è proseguita anche lo scorso anno. Il focus degli operatori resta sulla qualità delle denominazioni italiane e sulle potenzialità di export, specialmente sui vini premium come Prosecco o su alcune grande denominazioni di rossi, tra Toscana e Piemonte. Nel 2025 non si registrano deal vincolari di grande rilevanza mediatica tra grandi gruppi nel comparto vino italiano, tranne la scalata di Oniwine della famiglia Veronesi, che lo scorso anno ha messo a segno l’acquisizione in Piemonte di Pico Maccario e l’inaugurazione in Trentino della cantina Ert1050 a Brentonico, località a mille metri di altezza e situata nella zona meridionale del Trentino Alto Adige. Sullo sfondo rimane il tema legato a eventuali incentivi per l’espianto, una strategia l’Italia non sembrerebbe voler percorrere a differenza dei cugini francesi, oltre alle opportunità del vino dealcolato che al momento rimane più una nicchia.

FOCUS SPIRITS Più dinamico il segmento spirits, dove il 2025 ha segnato una fase di razionalizzazione dei portafogli da parte dei grandi gruppi che hanno semplificato l’offerta cedendo marchi non core, generando operazioni di forte valenza strategica. Rientrano a pieno titolo in questo trend l’acquisizione dei marchi Cinzano e Frattina da parte di Caffo da parte di Campari Goup, oppure la cessione in chiusura d’anno sempre da parte del colosso milanese degli spirits dei marchi di amaro Averna e mirto Zedda Piras a Illva Saronno. Due operazioni che sintetizzano l’approccio italiano: meno volume, ma maggiore attenzione alla storia, al posizionamento e al potenziale di crescita internazionale, oltre alla volontà di razionalizzare per un big player come Campari. Nel mentre gli operatori italiani hanno colto l’occasione per rafforzare brand storici e premium con ambizioni internazionali. Oltre alle cessioni targate Campari, da segnalare l’operazione che ha visto Newlat acquisire uno stabilimento da Diageo, rafforzando la piattaforma industriale nel segmento spirits e ready-to-drink.

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ACQUA IN CRESCITA Diversa la situazione delle acque minerali, che nel 2025 hanno mostrato una buona crescita dei consumi e dell’export, senza però tradursi in operazioni di M&A di rilievo. Il settore appare solido e resiliente, con strategie orientate più alla crescita organica, agli investimenti produttivi e al branding che a operazioni straordinarie. Il mercato si aspetta nel 2026 l’operazione di cessione da parte di Nestlé della divisione Waters, un’operazione che potrebbe dare una scossa a tutto il settore. Tra i candidati più accreditati figura il fondo francese Pai Partners, già socio al 50% di Nestlé nella joint venture dei gelati Froneri, che potrebbe replicare lo stesso schema societario anche per le acque, acquisendo marchi di pregio come S.Pellegrino e Acqua Panna. Possibili anche operazioni in chiave locale con il coinvolgimento di grandi gruppi, come quanto realizzato dal Gruppo San Benedetto, con la riattivazione dello stabilimento di imbottigliamento delle fonti Sandalia e Giara di Villasor, in provincia di Cagliari, in collaborazione con la Regione Autonoma della Sardegna.

BIRRA SULLO SFONDO Il mercato italiano della birra rimane abbastanza defilato dalle grandi operazioni, che sono più rare nel nostro paese interessato in passato da uno shopping di marchi storici da parte dei colossi internazionali. Pochi deal di birrifici italiani di grandi dimensioni, la maggior parte delle M&A riguarda micro o craft brewer. Il trend di mercato vede i grandi gruppi preferire consolidare segmenti produttivi o marchi complementari piuttosto che acquistare birrifici piccoli/medi. La situazione del mercato italiano craft vede oltre 1.200 birrifici attivi, principalmente micro e regionali. Politiche fiscali favorevoli ai piccoli produttori rendono meno probabile grandi acquisizioni verticali, mentre sono più comuni deal tattici o locali, spesso craft o di cluster distrettuali. Sembrano lontani i grandi deal mondiali, come quello che ha appena interessato Diageo che ha annunciato un accordo per la cessione ad Asahi della propria partecipazione del 65% in East African Breweries Limited (EABL) e della quota detenuta nel business kenyano degli spirits UDVK, con l’obiettivo di rafforzare il bilancio e ridurre la leva finanziaria.

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CAFFÈ DOLCE AMARO Nel settore del caffè non si registrano molte operazioni legate a marchi tradizionali o torrefazioni di grandi dimensioni interessare da operazioni di M&A. Il più rilevante accordo del 2025 nel settore del coffee roasting italiano è stato l’ingresso di RoastMaster Capital in Caffè Ottolina, un primo passo di un progetto di aggregazione volto a creare uno dei maggiori gruppi italiani del segmento. Lo scorso anno avevano destato molte attenzioni i rumors su un possibile interesse del gruppo Lavazza per un’aggregazione con l’azienda tedesca Dallmayr, con un fatturato di circa 1,2 miliardi di euro. Secondo le indiscrezioni di stampa non commentate dalla famiglia Lavazza, la trattativa ancora nelle fase iniziali, potrebbe avvenire tramite scambio azionario, mantenendo la famiglia Lavazza in posizione di maggioranza nel nuovo polo europeo del caffè.

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PROSPETTIVE Le previsioni per il 2026 indicano un graduale ritorno di dinamismo nel mercato M&A del beverage italiano. La stabilizzazione dei mercati finanziari e una maggiore fiducia degli investitori potrebbero favorire un aumento moderato delle operazioni, soprattutto nel mid-market. L’attenzione resterà concentrata sui segmenti premium, sui ready-to-drink, sulle bevande funzionali e sul no/low alcohol, in linea con l’evoluzione dei consumi. Il 2026 si preannuncia quindi come un anno di selettività e consolidamento di qualità: meno operazioni speculative e più deal strategici, spesso con una componente cross-border. I fondi di private equity torneranno a giocare un ruolo centrale, puntando su aziende con brand forti, potenziale di internazionalizzazione e capacità di innovazione.

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