Erika Mantovan
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Sfida vinta per Wine Paris 2019, il primo evento del vino della capitale francese

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Parigi, la città più romantica al mondo, nota per Notre-Dame, il Moulin Rouge, i saloni impressionisti, la Tour Eiffel, il Louvre e molto altro, con Wine Paris si inserisce anche nel circuito degli eventi internazionali dedicati al vino, del mondo in realtà perché son stati ben 24 i paesi ospiti. E lo fa anticipando il ProWein di Düsseldorf e il Vinexpo di Bordeaux previsto a metà maggio.

 

 

Nata dalla fusione di due realtà importanti ed affermate (Vinisud e Vinovsion) Wine Paris 2019, andato in scena al Paris Expo Porte de Versailles, uno dei rari parchi esposizioni presenti nel centro di una capitale europea, ha ospitato dall’11 al 13 febbraio dalle 9:30 alle 18:30 oltre 2000 espositori per un’offerta di alto livello e curiosa, inclusiva di moltissimi areali produttivi raggruppati in funzionali salotti in cui poter degustare in comparata le migliori referenze delle cantine presenti anche con i propri stand. Occasione ghiotta anche per i produttori (22) delle regioni italiane (Piemonte, Friuli, Lombardia, Abruzzo, Toscana, Emilia e Veneto) per tre giorni sotto la lente di un pubblico francese che, secondo le stime, soprattutto nella fascia tra i 18-24 anni, si attesta essere sempre più interessato ai vini italiani (47%) rispetto a quelli di Spagna e Cile. Pubblico formato anche da oltre 250 importatori e 26.700 professionisti del vino, di cui il 30% al di fuori della Francia (Stati Uniti, il Belgio, il Regno Unito, la Germania e i Paesi Bassi in cima alla lista dei visitatori internazionali).

Una prima, di molte edizioni, quella di Wine Paris da raccontare e ricordare per il suo confort qualitativo: tranquillità, ampi spazi e tempo sono stati i veri asset per il dialogo e la conoscenza di moltissime grandi e piccole aziende nonché per fare un focus su molte appellation francesi e sull’annate appena introdotte nel mercato: 2017 e 2018.

 

I nostri migliori assaggi a Wine Paris tra anteprime e cuvée esclusive

Castello di Perno

Lo stupore nello scoprire questa realtà in Francia è doppio, anzi triplo. Si tratta del castello medioevale costruito come fortilizio difensivo e trasformato tra il XVII e il XIX secolo in dimora residenziale. Oggi, oltre ad ereditare un pezzo della storia italiana (fu sede della Casa Editrice Giulio Einaudi, residenza per lo studio e l’attività artistica degli scrittori einaudiani tra gli altri Primo Levi) è una cucina di vini e punta a ritornare ad esser una Casa di cultura tutta.

Le etichette moderne, con pentagono sempre in vista, colpiscono e si confermano anche nel contenuto. Dietro le quinte c’è un enologo di tutto rispetto, Gianluca Colombo, che mette in primo piano la freschezza in tutti i vini. Spiccano il Langhe Nascetta Doc 2017 e la Barbera d’Asti Docg 2017. La prima è giovanissima, chiusa nelle note di mandorla, appena morbida in ingresso, è di longevità smisurata mentre la barbera del Bricco di Nizza è brillante, fresca con una sabbia marina a far da tappeto, semplicemente perfetta in questo contesto tempo-gustativo in cui ci troviamo.

Si narra di esperimenti in anfora…non vediamo l’ora di assaggiarli!
castellodiperno.it

 

Convento dei Cappuccini

Ci trasferiamo nell’Alto Monferrato Acquese tra i comuni di Ricaldone, Cassine e Strevi in un’azienda di 20 ettari tutti destinati a vigna condotta dalla famiglia Botto da cinque generazioni. Nel nome c’è la storia, già nel Settecento infatti era proprio i frati Cappuccini a produrre vino. E in questa porzione di Monferrato in cui è il Brachetto a regnare, orgoglio è sinonimo di sfida: i 4 ettari in località San’Antoni esposti a sud a 283 metri s.l.m., sono rivolti a uno dei pochi, rarissimi, Acqui Secco Docg. I 50 ht per ettaro dopo una macerazione di 12 giorni con frequenti rimontaggi, la malolattica in acciaio e 6 mesi di affinamento, si trasformano in un vino difficile da paragonare ad altri per la sua armonia dei fiori e dei frutti. Si amplia al palato per presentare tutte le componenti necessarie alla costituzione dell’ordito del suo corpo, così tattile e così succoso.
bottovini.com

Domaine de Leyre-Loup

Fondata nel 1993 da Jacques Lanson, i 10 ettari di vigna di ca 50 anni tra 220 e 350 metri s.l.m. tra Morgon e Fleurie, cru tra i più rinomati del Beaujolais, si suddividono e lavorano per climats con passione ed attenzione alla natura seguendo i valori di Terra Vitis dal 2016. Oltre al Fleurie fine e preciso e il più strutturato ed intenso Morgon la vera novità del 2018 è il bianco Les Granits de Bellevue, Viogner 100% nato su suolo antichissimo granitico e da poche parcelle per una produzione limitata che non supera le 1000 bottiglie, al momento. Dopo un 50% in acciaio in cui si svolge la malolattica e un 50% di passaggio in legno incontriamo un vino di una potenza di frutto sempre equilibrata ed ampia a raggiungere ogni curva del palato. C’è poi sempre una sottile ma efficace fibra minerale a caldeggiare l’onda voluminosa che si assesta lasciando aromi agrumati e di acacia.
domaine-de-leyre-loup.fr

Champagne Pinot Chevauchet

Una di quelle Maison indipendenti in tutto da quattro generazioni e con le idee chiare, molto chiare. La viticoltura ragionata da vent’anni fa guadagnare due certificazioni: HVE (Haute Valeur Environnementale) e la VDC (Viticulture Durable en Champagne).

Le 32mila bottiglie prodotte ogni anno dai 4 ettari di proprietà, e relative 27 parcelle, situati nei villaggi di Moussy e Pierry si dividono tra Brut, Nature, Rosé e Millesimati frutto di assemblaggi delle cultivar della Champagne. A queste classiche a dar una sferzata di energia ci pensa il Blanc de Noir vecchie vigne di Moussy. Oltre all’etichetta “très simpa” funziona tantissimo questa decisione di vinificare il Meunier al 100% e lasciarlo esprimere da solo in una bolla di lunga persistenza, con un passo deciso che mette alla porta tutti gli altri. Non si riesce a smettere di berlo per la sua parte croccante e piena pur sempre fresca e golosa sempre a riprendere il frutto con punte boisé.

Domaine des Peyre

Siamo nella valle del Rodano, in una parte non del tutto scoperta, emergente. Non a caso scelta da Patricia Alexandre (ex direttrice della Guida Gault Millau) che dopo aver viaggiato e scritto, tanto, di vino ha deciso di passare dall’altra parte per produrlo. E quindi rilevata la tenuta e i suoi 26 ettari di vigna gestiti “ecofriendly” (in un futuro prossimo bio),  a Ventoux esposti a sud mentre a Luberon a nord, mancava decidere a quale enologo affidarsi. La scelta è ricaduta sul migliore al mondo per Robert Parker nel 2010, Philippe Cambie. I vini sono tutti delicati e di gran beva avvalorati da una capacità unica ed importante nel vino, quella di farsi ricordare. Per il colore, per la luminosità e precisione. Ogni etichetta riprende un po’ del cuore per la scrittura cosi da mantenere quel magico fil rouge capace di legare le componenti tutte del vino: uomo e terra. Nel bianco l’Apostrophe (Viognier e Sauvignon) c’è aromaticità e sensualità mentre ne La Gazette 2016 (Syrah, Grenache e Carignan) ci sono tannini morbidi che sprofondano nel succo riaccesi poi da note spaziate nel finale. PS: i prezzi sono “da mille e una notte”!

Domaine de Terrebrune

L’azienda più importante, se si guarda alla storia dell’AOC Bandol, fatta per volontà di Georges Delille, tra i primi a comprendere il potenziale di questo terroir provenzale nel 1963. La tenuta e annesse vigne si trovano infatti in quella considerata come l’antica era geologica del Triassico caratterizzata per la massiccia presenza di calcare di Gros Cerveau a Ollioules (friabile e ferroso) e terre argillose e scure, da cui prende il nome il domaine. La vicinanza del mare e il maestrale perfezionano lo stile, inimitabile, dei vini di Delille. Con i trenta ettari a disposizione bio si producono vini tutti in finezza più che in potenza a cui non mancano struttura e acidità anzi quando si affronta il rosé (50% Mourvèdre, Grenache e Cinsault) ci si accorge del talento del suolo. Di grande, grandissima complessità e decisione, al naso i profumi definiti non dolci ma più floreali, speziati e burrosi si stravolgono in un gusto iodato, raffinato e lunghissimo. Un 2017 di ragguardevole potenziale evolutivo: vent’anni e più.

 

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Champagne Florence Duchêne

Nel cuore della Champagne tra le argille nere di Cumières, prende forma una Maison d’eccezione condotta oggi dalla giovane Florence di Epernay. Che eredita dai genitori l’amore per l’agricoltura grazie alla mamma filippina (coltivatrice di riso) e papa vigneron decisivo nel 2005 per la ripresa dell’attività di famiglia con uno stile del tutto particolare. Il fascino dell’est si riflette solo nel vestito perché tutte le altre fasi produttive seguono fedelmente la tradizione della Champagne. Quattro gli ettari totali per quattro cuvée in cui le uve nere della champagne si manifestano al meglio. Il Brut Réserve dopo 5 anni sui lieviti ed assenza di malolattica, seduce per consistenza ed equilibrio, velocità e acidità in cui i 6 g/L sono abbondantemente digeriti dal frutto.
champagne-florence-duchene.com

Chateau La Croix Romane

Tra le appellation di Pomerol è quella di Lalande a sedurre la famiglia Dubard che insieme allo Château La Croix Romane, così chiamato per omaggiare la ricchezza della storia locale, acquista nel 2008 anche gli 8,5 ettari di vigna impiantati su pietra e argilla per vini di grande eleganza e volume.

Nel Château La Croix Romane 2016 ci sono un 80% di merlot, un10% di cabernet sauvignon e un restante 10% di cabernet franc. Percentuali che non smentiscono la vocazione per il terroir di Lalande in un sorso di già accogliente armonia ed apertura con netti profumi di frutti neri e nuances floreali e una rotondità indirizzata da un bell’uso del legno.
vignoblesdubard.com

Domaine Charles Audoin

Oggi gli ettari sono diventati 14, tutti gestiti dal figlio Cyril affiancato dalla famiglia tutta, richiamata alla propria origine nel 1972, anno in cui si decide di riprendere in mano il domaine e la gestione dei due ettari di vigna. Siamo a Marsannay-la-Côte e la gamma ampissima di vini è forse la caratteristica più attraente di Charles Audoin. Le produzioni, tutte centrate, e di carattere, son soprattutto in escalation e di gusto.

È sensazionale il bianco Clos du Roy 2015: cavernoso, con lime e selce poi con toni più grassi e sempre più strutturati da sconvolgere la memoria gustativa. Un vino che impone molti quesiti atto a segnare l’incontro a calendario per le inequivocabili autenticità e personalità.

 

+info: www.wineparis.com

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