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Per gli amanti, e non, del dolcetto è bene dire che sono ben dodici le denominazioni in cui lo troviamo in Piemonte. E in tre, Diano, Dogliani e Ovada, assume una connotazione di valore economico – ci sentiamo di dire – indispensabile tanto da essere tra le più importanti voci di bilancio, lato entrate, di timbro squisitamente territoriale e storico. Parte dell’offerta turistica i cui effetti si riflettono poco a poco in tutti i comparti. Esiste – è sotto gli occhi di tutti – un problema nell’immagine del dolcetto, nella sua percezione, causata anche dai costi del suo lavoro, oneroso, che ha spinto a ridurne la produzione. E il perché, dall’altra parte, del calo della domanda, un po’ ovunque, è da ricercare qualche anno fa con il sopravvento del nebbiolo – il suo appeal in tutti i luoghi e forme – e nei diversi posizionamenti.

 

 

Se in passato era il vino quotidiano, perfetto per gli antipasti piemontesi, per i pranzi in famiglia o pasti più informali – in poche parole: momenti conviviali, gastronomici e poco impegnativi – oggi l’immagine appare dimenticata, offuscata dagli altri vitigni piemontesi. Non aiuta, poi, l’ampio serbatoio delle cultivar autoctone dello stivale quando ci deve confrontare nel mercato bombardato da offerte sempre più di qualità e sempre più di nicchia. Le possibili soluzioni per affrontare queste tematiche sono emerse in occasione della seconda edizione di “Ovada incontra il Piemonte”. Uno dei tanti appuntamenti promossi dalla Regione Piemonte nell’anno del dolcetto insieme, in questo caso, all’Associazione Wine Experience.

Non solo una giornata di presentazione al pubblico di enoapassionati di un centinaio di etichette della regione ma anche un’occasione di stimolo per confronti tra la critica e i produttori delle denominazioni più iconiche del dolcetto. Tre areali che oltre ad avere la sessa uva, in comune hanno il legame tra uomo e natura intrecciato alla storia. Diversa, da raccontare e da non dimenticare per tentare la strada di proporre questi vini sotto un unico capello. E per farlo non c’è, e non c’era occasione migliore, se non quella proposta a Casa Wallace: una degustazione di dodici vini raggruppati per annate uguali o pressoché simili, per scoprirne le caratteristiche passate, figlie di mode e gusti passati, e attuali. Dunque se a Diano abbiamo 76 Sori e poco più di 50 aziende in 473 ettari di cui il 60% destinati al dolcetto, a Dogliani i numeri si alzano con 900 ettari in 76 Mega spalmate in 21 comuni. E infine ad Ovada, terra di vini di confine, troviamo 100 ettari, 36 aziende disclocate in una ventina di comuni, per la maggior parte biologiche o in regime biodinamico.

 

 

 

I vini delle Langhe – in linea generale – si diversificano nella beva piu che gli aromi: freschi, eleganti e dai sapori fragranti quelli di Diano, più golosi e di corpo quelli di Dogliani. Mentre ad Ovada il registro cambia totalmente. C’è, innanzitutto, un fiume a spaccare in due la dorsale, a cui si aggiungono: una storia secolare raffigurante “Vada” o “Vadum” come una delle tappe obbligatorie dei romani, ripide e selvagge colline colme di castelli, suoli con marne tufacee e terre rosse, brezze marine e il magnifico borgo del paese. Che battezza vini dagli aromi forti, floreali e speziati, e dai colori più carichi. Per non parlare degli stili di vinificazione di grande personalità. Dove in qualche caso non c’è il timore di presentarsi al mercato dopo 6-7 anni dalla vendemmia. Vini che nascono, dal principio, con l’obiettivo di mostrare le mutazioni causate dall’affimento in vetro.

Si mira alla serbevolezza quantificabile intorno alla decade circa, con emozioni ragguardevoli raggiunte in vini di oltre trent’anni. Caratteristiche, quelle dette, già evidenziate da Gallesio e Veronelli, ritrovate in questa giornata dove il giovane Consorzio di Ovada Docg, nato nel 2013, ha lasciato al tedesco Jonathan Gebser, collaboratore decennale di Slow Wine, la selezione delle etichette degustate in questa tavola rotonda alla quale hanno preso parte giornalisti del settore enogastronomico provenienti da tutta Italia: Paolo Novara (Ais Alessandria), Fosca Tortorelli (Lavinium), Danilo Poggio (Radio Deejay, Avvenire), Daniela Scaccabarozzi (The Italian Wine Journal), Erika Mantovan (Espresso, Beverfood.com), Carlo Macchi (Wine Surf), Gianni Fabrizio (Gambero Rosso), Valentina Vercelli (La Cucina Italiana).

 

 

 

I nostri preferiti:

Cascina Rossa – Dolcetto di Diano d’Alba Docg Sori Autinot 2017: solo acciaio per questo esemplare di dolcetto fato di sole, luminosità, apertura e freschezza. Il tutto è racchiuso, semplicemente, nel concetto di “brillante”. Così agile da richiamare gli agrumi appena raccolti; la grande pulizia ed agilità del sorso invogliano la beva.

Azienda Agricola Casavecchia Dolcetto di Diano d’Alba Docg Sori Richin 2016: considerato uno dei gran cru dell’azienda, è l’ultimo sori, a quasi 400 metri s.lm. en plein sud, ad esser raccolto. Minerale, raffinato, goloso nella sua polpa. Per un vino che gioca sulla dinamicità e precisione. La concetrazione sapido-tanica finale lo rendono di buona struttura e non ancora al meglio del suo equilibrio.

 

 

Boschis Francesco Dogliani Superiore Docg Vigna del Ciliegio 2012: un cocktail di fiori e frutti delicatissimi. Ritroviamo cenni di eucalipto, di pepe bianco.  Ma è la leggerezza e la ventata di polpa in perfetta armonia con questa carica acida, a colpire. Un vino in grandissima forma, oggi, non ancora al massimo della sua espressione. Forma aiutata forse dall’annata che comunque fa gioire particolarmente in questa batteria: appaiono immagini di peonia, e di fragoline di bosco. Una camminata pacata nel bosco nel pieno della gioventù.

Ca del Bric Ovada Docs Tre Lustri 2011: l’idea per questa azienda in bio è di uscire quando il vino è pronto. Passa molto tempo in vetro prima di esser messo in commercio. Abbiamo un Ovada nato a 350 metri s.l.m. spaventosamente giovane: pieno, tannico, scuro nei suoi colori e nelle sue solidificazioni di polpa con soffi minerali e di rose più secche ad incurvarsi nei granelli di sale. La progettualità dell’Ovada è rispecchiata in toto da questa giovane coppia che ha creduto nel territorio ristrutturando la vecchia cascina di famiglia in cima alla collina di Montaldo Bormida.

Sempre convincenti anche i vini di Cascina Gentile (geniale, fruttata e ammaliante la versione con chiusura tappo a vite dell’Ovada 2016) Forti del Vento (fibroso, voluminoso e di gola l’Ovada Ottotori 2016) La Signorina (rettilineo, acuto e di timbro indimenticabile per finezza tannica l’Ovada Superiore Bocassa 2007) e Cascina Boccaccio (vibrante, di incessante carica acido-tannica sposata al frutto esplosivo, l’Ovada Riserva Nonno Rucchèin 2015. Ottimo biglietto da visita della denominazione se ci buttiamo dentro anche l’uomo che il vino lo fa).

 

 

Per concludere, questo ultimo territorio di vino al confine con la Liguria, attrae per il suo esser giovane, rispetto a quello delle Langhe, che ha dalla sua quell’entusiasmo di chi crede nelle proprie idee. E, soprattutto, commercialmente il sound “Ovada” è piuttosto nuovo. Un aspetto da non sottovalutare insieme al suo esser ancora piuttosto inesplorato e, per certi versi, incontaminato. Con i cartelli stradali a dover ancora dare l’indicazione di star percorrendo “strade di vini” come dice Walter Massa, presente alla giornata.

Ma il vento sta cambiando: ci sono nuovi resort in costruzione, proposte gourmet più moderne a fianco le classiche – intramontabili e sempre apprezzate -promosse in primis da questo gruppo di produttori che in poco tempo è riuscito ad impostare una rotta, un modello di business con cantine aperte attrezzate per le degustazioni e percorsi turistici. Si tratta, ora, di creare sinergia intorno alla parola “dolcetto” e di lavorare – ogni  “Grande D” – per enfatizzare le proprie caratteristiche promuovendole passando sia dal sentiero del worth of mouth ma anche dall’autostarada della promozione turistica iniziando -perché no- ad invitare e coinvolgere i soggetti preposti, a questi eventi.

 

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