La Svizzera ha costruito un paradosso economico: senza una sola piantagione, è il secondo esportatore mondiale di caffè per valore, dietro al solo Brasile, con circa 3,3 miliardi di franchi negli ultimi anni. Davanti a giganti produttori come Colombia, Etiopia e Vietnam.
Il margine che fa la differenza
Il modello si regge sulla creazione di valore. Secondo il Barometro dell’Università di San Gallo, il caffè verde entra a circa cinque dollari al chilo e, all’uscita dalle torrefazioni, sale a 26,80 dollari. Questo scarto fa del caffè il primo prodotto agricolo d’esportazione del Paese (quota intorno al 33%), davanti a formaggio e cioccolato. Il segreto giuridico è la trasformazione sostanziale: un bene acquisisce l’origine del Paese dove subisce la lavorazione decisiva, e le dogane riconoscono la torrefazione come tale.
Macchine e trading, l’altro primato
Attorno al Lago Lemano è nata una «Coffee Valley» con colossi come Nestlé (Nescafé e Nespresso). La Svizzera controlla circa il 70% del mercato mondiale delle macchine da caffè, prodotte da Jura, Schaerer e Thermoplan, quest’ultima fornitrice di tutte le macchine Starbucks. Sul fronte commerciale, dal 60 al 70% del caffè verde scambiato nel mondo passa da uffici svizzeri. Il motore della crescita restano le capsule: Nespresso produce le sue in tre soli stabilimenti elvetici.
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Le ombre coloniali
Il commercio ha radici controverse. La famiglia Escher deteneva una piantagione a Cuba, «dove schiavi sorvegliati da cani dovevano lavorare 14 ore al giorno», come riporta la Schweizer Revue. Il ricercatore Dominik Flammer parla di «un commercio triangolare». Oggi una piattaforma svizzera per il caffè sostenibile prova a migliorare tracciabilità e condizioni dei produttori, ma alcune voci la giudicano debole perché basata sulla volontarietà.
Fonte: SWI swissinfo.ch






