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Trentodoc: cento terre in una alla conquista di Milano

Cenci Pernilo Ais Associazione Italiana Sommelier Cento Metodo Classico Revì Maso Martis Letrari Ferrari Trento Doc Bellaveder Terra Abate Nero Altemasi Roberto Anesi Milano Trentodoc Bollicine

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Il mondo degli sparkling è in fermento, sempre di più i consumi e i gusti si stanno spostando in questa direzione. Tra le denominazioni più in voga un posto in prima fila sicuramente lo merita il Trentodoc. Nel corso della kermesse Trentodoc in città a Milano abbiamo avuto l’occasione di conoscere da vicino questa denominazione storica per la spumantistica italiana e mondiale. Dobbiamo infatti pensare che la Doc è stata istituita nel 1993, all’epoca fu la seconda denominazione al mondo dedicata alla spumantistica dopo lo champagne. Una storia quindi relativamente giovane quella delle bollicine trentine. Roberto Anesi, fassano di Canazei, miglior sommelier Ais 2017 vincitore del Premio Trentodoc, ci ha portato in un viaggio dentro questa storia di bollicine.

 

Trentodoc story

Basta fare un tuffo indietro negli anni, solamente 40/45 anni  la percentuale di produzione di uve in Trentino era 70% a bacca rossa e il restante a bacca bianca. Ragioni storiche che vedevano nella denominazione austro-ungarica le provincie più a sud dell’Impero attive nella produzione e coltivazione di schiave e di vitigni autoctoni. Oggi questa percentuale si è invertita, in una storia che negli ultimi 80 anni ha visto più volte il reimpianto dei vitigni, accomunati da un vantaggio genetico consistente tramandato ai giorni nostri grazie anche all’attività di ricerca della scuola agraria di San Michele Adige, nata il 12 maggio 1874. Ma c’è un altra tappa fondamentale nel percorso spumantistica del Trentino, il 1902 quando quel visionario di Giulio Ferrari dopo esperienze in giro per l’Europa e gli studi in Francia, decise di provare a spumantizzare le uve anche in Trentino, puntando tutto sullo Chardonnay e sulla viticoltura di montagna. Scommessa vinta guardando ai giorni nostri, ma non affatto scontata. Lo stile conclamato verticale trentino, oggi può guardare tutti dall’alto, grazie all’importanza di avere vigneti che si sviluppano partendo dagli 80/100 metri del fondovalle arrivando sino alle punte limite 850/900 metri. Una fortuna in un fenomeno globale di riscaldamento globale, in cui cambieranno sempre più le condizioni in vigna. “Ci sono delle conseguenze immediate di questo riscaldamento, l’anticipato dell’attività fenologia e delle vendemmie- spiega Roberto Anesi- La maturazione si svolgerà con temperature più alte, generando una raccolta anticipata con una componente aromatica modificata e con una diminuzione delle acidità, soprattutto malica”.

 

Termo-altimetria e l’Ora del Garda

Questioni di territorio, ma quando hai la fortuna di alzarti sempre più in alto e potendo sfruttare un termoregolatore come il vento che soffia dal lago, l’Ora del Garda, le mutazioni saranno sicuramente mitigate. “Molti enologi e produttori trentini affermano che in zona sia più importante l’azione del vento rispetto alla composizione del suolo”. L’altitudine media dei vigneti in Trentino è posta intorno ai 450 metri, qui il riscaldamento globale ha conseguente immediate più ridotte rispetto ad altre zone. L’acidità è salvaguardata, i profumi sono esaltati con un’escursione termica tra il giorno e la notte, una ricchezza aromatica che gioca sulla verticalità con dosaggi bassissimi. Il Trentino è cento terre in una, partendo dal lago di Garda arrivando sulle vette più alte delle Dolomiti delle Alpi dove in questi giorni è già caduta la prima neve. Terreni  basaltici, marnosi,  terra porfirica, un territorio plasmato dal ritiro del ghiacciaio della Val Senales, con un fattore fondamentale che è quello della ventilazione. L’Ora del Garda si sente fino oltre Bolzano, l’aria fresca rotola fra le valli regalando un frutto croccante e uve belle fredde ideali da raccogliere in vendemmia. Una termo-altimetria che influenza la viticoltura più del terroir.

 

Roberto Anesi

Valli del Trentodoc

Dalla ripida e scoscesa Valle di Cembra, territorio subalpina ripido scosceso e terrazzato, un serpente che si snoda sino alle valli dolomitiche con un’esposizione variegata e terreni gessosi. La Valle dell’Adige, dove la terra è ricca di calcare e con una buona escursione termica, la zona dove di concentra la maggior produzione. La Vallagarina si sviluppa nella parte bassa nei dintorni Rovereto con terreni poveri e rocciosi, con i vini che assumono diverse sfumature condite da pulizia e freschezza. Arrivando sino alla Valle dei Laghi, ultimo tocco di clima alpino, immancabile anche qui l’ Ora del Garda che mitiga gli estremi regalando un clima temperato. In uno scenario come quello descritto i lieviti vanno ad arricchire la complessità del vino, non di certo ad appesantire, grazie a delle espressioni eleganti e fini, un comune denominatore di uno stile trentino a sottolineare come sia ormai consolidata la mentalità filosofica del Trentodoc con bassi dosaggi e alte emozioni. Vini che per l’85% sono consumati in Italia e in grande parte sul territorio. Perchè se sei forte in casa la programmazione territoriale può partire sul mercato italiano affacciarsi gradualmente alle principali piazze straniere, come Svizzera, UK, Russia, Germania, Usa e Australia. La degustazione condotta da Roberto Anesi ha visto in mescita 7 campioni distinti, tra i 51 produttori appartenenti all’Istituto Trentodoc abbiamo assaggiato anche due nuovi ingressi recenti al bando di degustazione organizzato al Westin Palace di Milano. Pernilo, un Trentodoc Extrabrut della cantina Bolognani, azienda che ha sempre prodotto da appassionato le uve per altri e finalmente si è deciso a lanciarsi nella produzione. Blanc de blancs che esprimere la tipicità della Val di Cembra, 4.000 bottiglie posizionate a un target medio anche come fascia di prezzo con etichetta dallo stile classico. Nuovissima invece l’esperienza di Cenci, Chardonnay in purezza nato dal fatto che c’era una buona richiesta di bollicine. Sosta breve sui lieviti di appena 18 e mesi e residuo basso da 2 g/lt, un mix vincente per una bottiglia ben riconoscibile. Ecco invece come è andata la degustazione.

 

 

Trentodoc Ferrari Perlé Zero Cuvée Zero 11

100% Chardonnay, in casa Lunelli lo definiscono un multi-millesimato. La mano dell’enologo Rubén Larentis regala una bollicina dal carattere asciutto, ma non per forza magro, la riserva ha una verniciata di volume e un’ampiezza che lascia il palato pulito a lungo. Affinamento in acciaio, legno e vetro, riposa 84 mesi sui lieviti, una produzione che si attesta sulle 22.000 bottoglie all’anno. Azzardato metterlo come prima in batteria, perché alla fine sarà quello che (personalmente) lascerà più il segno degli altri.

Trentodoc Bellaveder Brut Nature Riserva 2013

Dal conoide di Faedo sopra san Michele Adige, arriva questo vino  che affina e fermenta una parte acciaio e una parte in legno. Sosta sui lieviti da 40 mesi, Bellaveder si è affacciata alla spumantistica dal 2003 con risultati via via sempre più interessanti. Naso con tratti minerali importanti, bollicina fine, bocca sapida e salata con una struttura  snella.

Trentodoc Revì Paladino 2012

Ci troviamo nel comune di Aldeno, qui hanno iniziato un po’ per gioco a cimentarsi già nel ‘82 con la produzione di vini spumanti. I numeri sono cresciuti, arrivando sino alla produzione attuale con le circa 50mila bottiglie prodotte. Un’azienda che ha sempre ricercato vini tesi, sono stati i primi a fare un Trentodoc non dosato e i precursori nel 2009 con il primo Trentodoc interamente certificato biologico, con un packaging dal basso impatto ambientate, con grande attenzione a quello che c’è dietro. Il Paladino fa una lunga permanenza sui lieviti per 60 mesi, colore giallo limone lucente, al naso una speziatura intensa e minerale decisa, la presenza di carbonica è sotto la media, in bocca un bel frutto persistente.

Trentodoc Abate Nero Domini 2012

Luciano Lunelli è un nome noto in zona, a un certo punto si mette a fare vino per se perché si era stufato di farlo per gli altri. Gli spumanti di Abate Nero non fanno mai la malaolattica, per mantenere un carattere trentino di verticalità e avvolgenza. Dosaggio 6g/l che non si sente affatto, 48 mesi sui lieviti, un vino dove prevale come sensazione il miele di acacia.

Trentodoc Altemasi Riserva Graal 2011

Con Altemasi parliamo della punta di diamante di Cavit, campione locale della cooperazione che può contare su un patrimonio importante di vigneti e uve sempre di qualità. 70% Chardonnay e 30% Pinot Nero, parte della fermentazione viene fatta in acciaio e parte in barrique. Le uve provengono dai vigneti posizionati a 500/600 mt, tra terreni scarni che donano forza ed eleganza dopo 72 mesi sui lieviti. Una struttura bella e persistenza, ideale come accompagnamento a tavola a tutto pasto anche per pietanze importanti.

Trentodoc Maso Martis Extra Brut Rosé Bio 2014

Degustando una gamma di rosé le sfumature sono tali che i colori diversi si allineano alla ricerca di una tonalità unica. Come nel caso del Rosé di Maso Martis, bollicina che arriva da un suolo calcareo, un’azienda nata per la produzione solo di bollicine che interpreta anche il rosé con la stessa filosofia aziendale, tutta improntata sulla qualità con freschezze e acidità ben bilanciate.

Trentodoc +4 Rosé Riserva Letrari 2010

Lionello Letrari è stato uno dei pionieri della denominazione Trentodoc. I vini di Letrari prediligono spessore e ricchezza, sono sempre un po’ più piazzati. Come nel caso di questo rosé, 60% Chardonnay e 40% Pinot Nero, a contatto solo 5 e 6 ore, tonalità da rosa antico quasi provenzale. 72 mesi sui lieviti, con questo vino è stata introdotta la tipologia Rosé Riserva che non prevedeva i tre anni di affinamento. Naso da pane integrale, floreale che vira verso una speziatura più decisa con note di tabacco. La bocca è larga, generosa e potente, complessa ma con grande pulizia ed eleganza in perfetto stile Letrari.

info: www.trentodoc.it

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