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Cloakroom chiude a Treviso: l’addio di Samuele Ambrosi accende il caso dei cocktail bar in centro

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Un nome che nella bar industry italiana pesa. Un cocktail bar diventato riferimento nazionale e internazionale, pronto a spegnere lo shaker dopo tredici stagioni. A Treviso il Cloakroom di Samuele Ambrosi servirà l’ultimo drink domenica 12 luglio, e il suo addio va ben oltre la cronaca cittadina: racconta una tensione che attraversa tutta l’Horeca italiana, quella tra la cultura del bere miscelato e il valore immobiliare degli spazi che la ospitano.

L’ultimo drink dopo tredici anni

Il Cloakroom, cocktail bar e gineria di piazza Monte di Pietà, servirà gli ultimi drink domenica. Non un locale qualunque: in poco più di un decennio si è consolidato tra le realtà più conosciute della bar industry nazionale e internazionale, costruendo attorno alla figura di Ambrosi, bartender tra i più riconosciuti del panorama italiano, una reputazione che ha superato ampiamente i confini veneti. A decidere la chiusura è stata Fondazione Cassamarca, proprietaria dell’immobile attraverso la società strumentale Ca’ Spineda, che ha comunicato la fine del rapporto con una PEC. Il contratto di locazione era scaduto lo scorso ottobre. Due settimane più tardi, il 26 luglio, la stessa sorte toccherà a La Pace, il bistrot adiacente presente in città da 49 anni.

 

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Lo sfogo di Ambrosi sul potere accentrato

La svolta ha spiazzato il bartender e il suo team. «La parola fine a questo viaggio intenso e meritato non viene per negligenza o malagestione, ma perché abbiamo subito il peso di un potere fortemente accentrato nelle mani di una singola parte», ha scritto Samuele Ambrosi nel messaggio d’addio pubblicato sui canali del locale. «Con il cuore pesante comunichiamo che domenica 12 luglio agiteremo i nostri shaker per l’ultima volta». Parole che raccontano l’amarezza di chi non chiude per scelta propria, ma per una decisione altrui arrivata, a suo dire, dopo rassicurazioni mai formalizzate.

La partita immobiliare da tre milioni

Dietro l’addio c’è una partita economica che parla il linguaggio del mattone. Ambrosi e il socio Matteo HU avevano provato a comprare il piano terra dell’immobile, mettendo sul piatto una cifra superiore al milione di euro, ma l’operazione non è andata in porto. La Fondazione, guidata dal presidente Luigi Garofalo, avrebbe poi valutato l’intero complesso attorno ai tre milioni. Cifre che spiegano perché, anche per un’insegna solida e affermata, restare nel cuore di una città diventi sempre più difficile.

Il progetto non si ferma

Ambrosi non intende però mollare, e lo ha detto chiaramente ai clienti. «Cloakroom ad ogni modo è un progetto non legato a un numero civico. Pertanto, attendi con pazienza le buone nuove», ha promesso. A Treviso continua a gestire il Boss Hogg, whiskeria che descrive come unica in Italia, e punta a far rinascere il cocktail bar altrove. «Vorrei riaprirlo, in una nuova sede, sempre in città. Facendo un locale diverso da com’è adesso, più piccolo, nello stile del Boss Hogg. Però i prezzi in città sono altissimi», ha spiegato. Aveva già individuato uno spazio in zona Pescheria, ma per novanta metri quadrati la proprietà chiedeva oltre un milione di euro.

Un vuoto che parla a tutta l’Horeca

La chiusura del Cloakroom si inserisce in un vuoto che il centro di Treviso sta accumulando, dopo lo stop di altri indirizzi noti in città. Ed è il sintomo di una dinamica più ampia: quando un locale capace di portare una città sulla mappa della miscelazione internazionale è costretto a spegnere le luci per ragioni immobiliari, il tema smette di essere locale. Nei centri storici italiani, la pressione sui valori del mattone e la fragilità dei margini della ristorazione rendono la sopravvivenza dei progetti indipendenti una sfida crescente, anche per le insegne più forti. Il caso di Ambrosi lo dimostra: il talento e la reputazione non bastano, se lo spazio in cui esprimerli diventa insostenibile.

+info: cloakroomcocktaillab.it/

© Riproduzione riservata

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