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Wisdomless Club: Mixology con il vento in poppa

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Grande fermento a Roma tra le mura cinquecentesche del Palazzo Boncompagni dei Duchi di Sora, casa del celebre Wisdomless Club. Il cocktail bar capitolino, meta degli amanti della mixology d’autore, lancia una nuova irresistibile drink list. Fil rouge, la leggendaria America’s Cup, la più antica e affascinante competizione velica del mondo. E i nomi dei cocktail fanno già salpare fra le onde dei mari.

Il prezioso book dedica ad ogni signature una pagina dove sono descritti, oltre agli ingredienti e alle peculiarità gustative, gli eventuali allergeni e l’imbarcazione a cui sono dedicati, con foto dello scafo e caratteristiche tecniche.

Si va dall’America con Toki Japanese Blended Whisky, Yuzu Sakè, Mango e Aloe al Cymba con Condesa Gin, Tomato Water e basilico, passando per il Bloodhound, ovvero Espolon Tequila Blanco, Matcha, Mela e Lime. Ogni drink racconta dunque un equipaggio, una traversata, un’emozione salata. Tra le protagoniste, la mitica Shamrock di Sir Thomas Lipton, imprenditore, filantropo e velista scozzese, ricordato come il miglior perdente della regata per non aver mai conquistato la vittoria, pur partecipando con ardore e stile. “L’idea era quella di far veleggiare i marinai non solo fino ad agosto, ma tutto l’anno rompendo il tabù della navigazione durante l’inverno”, racconta Vincenzo Saitta, proprietario del locale insieme a Francesco Simone Saitta e Graziano Paventi.

Ma per salire a bordo, niente di meglio che dialogare con Francesco Lazzo, il bar manager che ha studiato e creato i dodici cocktail: “Anche questa drink list si muove nel mood caratterizzante Wisdomless. Non un semplice cocktail bar, bensì un luogo d’arte e di cultura che ricrea quelle wunderkammer amate dai gentiluomini e dai dandy del passato. Quei signori che viaggiavano per il mondo alla scoperta di luoghi inesplorati e nuove terre e al ritorno arricchivano e adornavano le proprie abitazioni con cimeli e memorabilia. Traendo l’ispirazione dall’internazionalità e dal concetto globale delle barche ho cercato di lavorare con ingredienti internazionali, non limitandomi alla tipicità del nostro territorio, per rivisitare alcuni classici immortali della miscelazione. Il focus è un twist on classic con qualcosa di inaspettato. Prendiamo ad esempio l’America. Stiamo parlando di un whisky highball con nuance inedite grazie alla scelta di un distillato nipponico, morbido e non troppo spigoloso. L’effetto è una bevuta non ostica ma coinvolgente dove lo yuzu sake va a comporre la parte agrumata perfettamente bilanciata con della soluzione citrica. Successivamente diluita con del mango, acqua di mango e aloe. L’apparente complessità si dipana una degustazione fluida. E per chi desidera qualcosa di più strong, si può virare sullo Shamrock, rivisitazione del Negroni, ingolosito dall’alternanza del fruttato del lampone con il burro di cacao”.

Al Wisdomless Club, l’atmosfera è quella di un viaggio senza bussola. Tra legni scuri, bauli da viaggio trasformati in tavoli e cimeli d’epoca, il locale sembra davvero la cabina di comando di un esploratore ottocentesco. Il bancone poi, con un suggestivo alligatore imbalsamato, è un altare della miscelazione tra spezie, infusi e distillati premium. E celata dietro una libreria, una stanza segreta in stile wunderkammer accoglie gli ospiti di serate riservate, in cui arte, curiosità e spirito di scoperta si fondono in un’unica esperienza sensoriale.

Per i fondatori del locale, esplorare è un modo di vivere. Un incessante viaggio tra arte, collezionismo e ricerca del bello. È questa filosofia che trasforma il cocktail bar in un microcosmo dedicato ai viaggiatori dell’anima, dove i cocktail diventano bussole e i bicchieri rotte verso l’ignoto. Un locale per tutti, dove si può bere un old fashioned mentre si studia un tatuaggio da farsi.

“Abbiamo una clientela cosmopolita – evidenzia Lazzo – con alcune differenze fra quella internazionale e l’italiana, con la prima che, grazie alla predominanza di turisti, si lascia andare ad un consumo maggiore virando sui classici o comunque quei drink tipici del BelPaese. Per gli statunitensi, ad esempio, venire in Italia vuol dire bere bene e la fama planetaria dei nostri bartender lo conferma. Quello che constato è una profonda cultura e conoscenza del prodotto. Non lesinano nella richiesta di una particolare bottiglia o un determinato brand come nel caso del whisky. In merito ai trend mi sembra che ci sia un’ascesa del pianeta agave con tequila e mezcal, sembra quasi ricalcare la moda del gin tonic di qualche anno addietro. Così come il successo degli analcolici. Infatti in carta ho previsto dei mocktails che sono la versione alcohol free di una selezione dei nostri signature”.

Dunque non resta che abbandonarsi in una delle grandi poltrone in pelle e respirare quel fascino retrò e cosmopolita che dal Grand Tour arriva fino alle regate dell’America’s Cup, sempre “senza giudizio”.

© Riproduzione riservata

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