Ogni anno, il 13 maggio, data in cui nel 1806 apparve sulla stampa americana la prima definizione scritta di “cocktail”, il mondo della miscelazione si ferma per celebrare se stesso. Un rito che si è trasformato da semplice ricorrenza a riflessione sul presente e sul futuro del bere miscelato. Quest’anno, in occasione del World Cocktail Day 2026, abbiamo raccolto le voci di sei protagonisti della scena italiana per capire dove sta andando la mixology nazionale, quali drink la rappresentano meglio e cosa cerca davvero il pubblico di oggi quando si siede davanti a un bancone.
Il risultato è un affresco vivace e articolato, in cui convivono passione per i grandi classici e voglia di sperimentare, attenzione al benessere e ritorno alla semplicità, identità territoriale e apertura globale.
Dario Schiavoni, bar manager di ByIT a Milano, non ha dubbi. Il suo drink simbolo è il Mustacchioni, signature cocktail nato a Pechino nel 2016 e oggi presente nella prestigiosa Difford’s Guide. “È un drink che racconta il mio percorso internazionale e il mio approccio alla miscelazione: equilibrio, identità e una forte componente narrativa. In una giornata come questa, credo sia importante celebrare proprio la storia dietro ogni bicchiere”.

Differente la posizione di Gianni Dell’Olio, bar manager del Botanicals di Bisceglie, che sceglie il Negroni, uno dei simboli assoluti della miscelazione italiana nel mondo.

Federico Galli, al timone del Bar Artemisia all’interno dell’Hotel Savoy di Firenze, indica invece il Martini: “È un grande classico che continua a funzionare proprio perché si presta a infinite interpretazioni. Ogni variante può essere adattata al gusto personale, proprio come un abito sartoriale.»

Dal rooftop romano dell’NH Forum Hotel, Daniele Zandri, bar manager di Oro Bistrot, sceglie invece l’Old Fashioned: “Regala un quadro abbastanza chiaro di quello che è la miscelazione. Insieme al Daiquiri e al Martini, sono i tre rappresentanti delle grandi categorie dalle quali poi, twist per twist, si arriva alla creazione di qualsiasi drink”.

Niccolò Rossi, bar manager del Barrier di Bergamo, opta per una doppia risposta che vale come dichiarazione di poetica: “Il Daiquiri rappresenta per noi del Barrier l’essenza della miscelazione: equilibrio, tecnica e purezza degli ingredienti, valori che celebrano perfettamente il World Cocktail Day. Allo stesso tempo, l’Americano —richiama la nostra identità italiana, fatta di convivialità e semplicità”.

Chiude il cerchio Davide Diaferia, co-owner e bar manager di Nucleo, cocktail bar romano di recente apertura in zona Ostiense, con una dichiarazione d’amore per il Manhattan: «Whisky e vermouth rappresentano un binomio vincente. Pochissimi ingredienti, che vanno bilanciati alla perfezione, per raggiungere un equilibrio assoluto. Ecco, direi che questo incarna la perfezione in un drink”. Se c’è un filo rosso che attraversa tutte e sei le testimonianze, è la trasformazione profonda che ha investito il mondo del cocktail.

“Negli ultimi dieci anni la mixology ha vissuto una trasformazione radicale, passando da un ritorno ai classici a una fase di grande sperimentazione – osserva Schiavoni – Oggi il pubblico è più consapevole, viaggia, si informa e cerca esperienze”. Un’analisi condivisa da Galli, che sottolinea come «i clienti conoscono i prodotti, sono curiosi e non seguono più i trend in modo automatico. Oggi cercano cocktail pensati su misura, realizzati con ingredienti autentici e inseriti in un’esperienza più completa, fatta anche di storytelling e ricercatezza dei prodotti”.
Rossi introduce una chiave di lettura sociologica: «Negli ultimi anni la mixology ha educato il consumatore, rendendolo più consapevole e curioso. Questo ha alzato il livello generale, spingendo i bartender a essere sempre più preparati e attenti”.

Dell’Olio legge il cambiamento anche in termini di gusto: “ Il decennio recente ha cambiato molto i drink. I clienti adesso li chiedono più semplici, con gusto deciso e pochi ingredienti”.

Zandri porta nel ragionamento la sua visione narrativa della miscelazione, maturata attraverso una fusione di passioni tra cucina, sala e bar: “Ho sempre pensato al drink come a un racconto. Allo stregua di un piatto, anche il cocktail vuole raccontare una storia”.
Uno dei temi più caldi del momento, talvolta divisivo è la crescita esponenziale della domanda di proposte analcoliche o a bassa gradazione. Un fenomeno dalle radici molteplici.
“È una delle evoluzioni più interessanti del settore, spinta sia da una maggiore attenzione al benessere sia da normative più stringenti – afferma Schiavoni – L’obiettivo non è “togliere” qualcosa, ma offrire un’esperienza diversa, altrettanto appagante”.
Galli la definisce semplicemente «un’evoluzione naturale», aggiungendo che «è giusto che questa offerta abbia la stessa cura e la stessa importanza di quella alcolica.» Al Bar Artemisia dell’Hotel Savoy alcuni signature cocktail vengono già proposti in versione analcolica, mantenendo la stessa ricercatezza delle versioni originali. Gianni Dell’Olio è più preciso nell’indicare le cause: “Sicuramente dall’irrigidimento del codice della strada e dall’avvento salutista. Nel futuro sarà sempre più rilevante il no alcol, – aggiunge Zandri – ci si può divertire anche con questo segmento”. Rossi collega il fenomeno a un cambiamento generazionale e culturale più ampio: “Il codice della strada ha influito, ma soprattutto il lifestyle sano, ecosostenibile e bilanciato che viene promosso in molteplici campi ha plasmato una nuova concezione di consumo”.

L’annosa questione dell’equilibrio tra grandi classici e signature è forse il nodo più dibattuto della miscelazione contemporanea.
Schiavoni ha una visione chiara: “I classici restano fondamentali, sono la base culturale della miscelazione, ma è attraverso i signature che si esprime davvero l’identità di un locale”. Il menu del suo bar, ispirato ai segni zodiacali con 12 drink pensati per stimolare la curiosità del cliente, incarna perfettamente questa filosofia di menu esperienziali.
Dell’Olio porta il peso dell’esperienza: “Grandi classici sempre, non possono mai mancare, ma visto che sono 25 anni dietro un bancone ormai i signature fanno la sua parte. I clienti si fidano molto e ne scelgono tanti”.
Galli indica nel twist on classic la sintesi più riuscita tra le due tendenze, dove la tradizione incontra la creatività del barman.
Niccolò Rossi pone il tema in termini di comunicazione e responsabilità: “Un cocktail bar per definirsi tale deve avere delle ottime basi nella conoscenza dei classici, perché sono e saranno sempre l’unità di misura che possiamo usare nell’ambito della vendita dei nostri signature. Stiamo portando al pubblico tante nuove tecniche nei nostri signature, ma noi come Barrier crediamo in una comunicazione semplice, coerente ed esaustiva dal momento della vendita al primo sorso del cliente”.

Diaferia, infine, porta una prospettiva radicale e affascinante: “Personalmente, vengo dal classico, sono cresciuto nel classico e vorrei finire nel classico. Anzi, ritengo che il modo migliore per lavorare sia a braccio, paradossalmente senza menu”. Una posizione coraggiosa, che riporta il bartender al centro della scena come artigiano e narratore, non come esecutore di una lista predefinita.

E sul dominio nei prossimi anni di Gin Tonic e Spritz, nessuno sembra aver dubbi, sebbene il mondo dell’agave stia ritagliandosi orgogliosamente uno spazio
“Sono drink trasversali, legati alla convivialità quotidiana – afferma Rossi – Tuttavia, il pubblico più curioso è sempre aperto a nuove proposte. Basta vedere il forte incremento di consumo di tequila e mezcal in tempi recenti”.
Un comparto capace di guardare avanti senza rinnegare le proprie radici. Il World Cocktail Day 2026 arriva dunque in un momento di grande vitalità, con un pubblico più curioso che mai e una generazione di bar manager che ha trasformato il bancone in un turbolento palcoscenico di idee, storie ed emozioni. Ma il miglior modo per celebrare il 13 maggio rimane sempre e soltanto alzare il bicchiere e gustarsi un buon drink.
[Le foto di Diaferia e Nucleo sono di Nicolò Panzeri ]© Riproduzione riservata


