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IL BOOM DELLE BIRRE BARRICATE SULL’ASSE AMERICA/ITALIA


Lorenzo Dabove Teo Musso Boom Birre Barricate Asse America/italia

Articolo pubblicato nella sezione microbirrifici
Dell’annuario Infobirra italia 2010-11 della A cura di Lorenzo Dabove (in arte Kuaska)

SOMMARIO: Durante i miei recenti, sempre più frequenti ed esaltanti viaggi negli Stati Uniti, sono rimasto particolarmente colpito dall’ormai costante presenza di botti, principalmente di rovere, utilizzate dalla stragrande maggioranza dei protagonisti della straordinaria Renaissance americana, per maturare ed invecchiare birre dai più svariati stili. Anche noi la tendenza a fare birre barricate è in crescita esponenzialmente, almeno nel breve periodo, portando inevitabilmente ad avere sul mercato birre costose, di non facile fruizione “popolare” ma molto adatte alla ristorazione e alla meditazione. Come sempre si affermerà chi saprà sfoderare l’arma vincente della qualità e della personalità, doti ormai essenziali e decisive per una nuova figura di consumatore più consapevole ed esigente. Nel seguito viene riportata una esseziale panoramica delle principali esperienze americane e nostrane in materia di birre barricate
Riferimento temporale: estate 2010

Annuario Birre Italia InfoBirra Beverfood 2008/09

LA REALTÀ AMERICANA Il solo tentare di tracciare una mappatura di tutte le birre barricate americane sarebbe assolutamente assurdo ed improponibile, per cui vorrei soffermarmi maggiormente sui produttori rivelatisi più abili ed innovativi nella riscoperta di quest’antica pratica e sui loro prodotti più significativi ed interessanti. Partirei dai due geniali birrai californiani Tomme Arthur (Port Brewing/Lost Abbey) e Vinnie Cilurzo (Russian River Brewing) che nei loro templi di San Marcos e Santa Rosa ci regalano autentici capolavori maturati in botte, nati da assemblaggi e sperimentazioni caratterizzate a volte da audacia ed incoscienza ma affrontate sempre con rigore e sano spirito di ricerca.

Visitare il tempio di Tomme può rappresentare un’esperienza mistica non lontana, come emozione e suggestione, da quella che si prova ogni volta che si entra nel museo vivente della gueuze ospitato nell’ultracentenaria Brasserie Cantillon di Anderlecht, cinque minuti a piedi dalla gare de Bruxelles-Midi. Tomme si è sempre professato sincero estimatore dei grandi birrai ed assemblatori belgi che hanno rappresentato una chiara e solida fonte di ispirazione per alcune delle sue birre più eclatanti. Ogni botte racconta una storia e ci aggiorna con precisione sullo stato della sua evoluzione. Sappiamo così, ad esempio, da dove provenga, quando, come e con cosa sia stata riempita e quando abbia ricevuto o quando riceverà ciliege od altri ingredienti. Ovviamente quello che conta è poi il risultato di queste ardite sperimentazioni e su questo aspetto Tomme è una sicurezza.
Non è infatti un caso che proprio alle sue birre barricate Tomme debba una larga parte del successo che tutti gli riconoscono per non parlare dei premi da esse ripetutamente vinti nelle varie edizioni della World Beer Cup e del Great American Beer Festival. All’ingresso della stanza dedicata alle maturazioni in botte troneggia un cartello la cui scritta in latino “In illa Brettanomyces nos fides” non lascia adito ad alcun dubbio sull’amore viscerale che Tomme nutre per i brettanomiceti (chiamati affettuosamente “bretta” dai birrai americani), i lieviti selvaggi che ogni devoto del lambic e dei suoi derivati venera incondizionatamente.

SULLA DESTRA COPERTINA GUIDAONLINE BIRRETra le Port Brewing maturate in botte, la prima doverosa citazione va alla stratosferica Cuvée de Tomme, ricercata dai palati più fini, di cui il birraio californiano va giustamente orgoglioso ed alla quale resta affettivamente molto legato. E’ una birra forte di circa 11 gradi alcolici con utilizzo di malto d’orzo, uva, zucchero candito e ciliegie acidule, completamente fermentata prima di essere messa in botti di bourbon dove invecchia un anno con le ciliegie e i brettanomiceti inoculati. Ciliegie acidule sono usate anche per la più leggera Red Poppy Ale, ispirata alle birre acide e acetiche delle Fiandre, che viene invecchiata in botti di rovere per più di sei mesi. La Duck Duck Gooze è un esplicito omaggio alle amate spumeggianti gueuze del Pajottenland con sapiente blend di birre giovani e meno giovani, rigorosamente invecchiate in botti. Autentico capolavoro è poi la già mitica Angel’s Share di 12 gradi e mezzo, che prende il nome dall’evaporazione che avviene nelle botti dei produttori di whisky. Caratterizzata da un notevole apporto di malto caramello che esalta le note di legno e di vaniglia derivanti da botti svuotate da bourbon o da brandy, la Angel’s Share, un concentrato di sensualità come un gran vino di Borgogna, se ne sta nella barrique per un anno intero. Con la recente Framboise de Amorosa, Tomme si è cimentato con l’utilizzo di lamponi ottenendo un risultato davvero notevole. Una cotta di Lost and Found, birra d’Abbazia di 8 gradi alcolici, ricca di note fruttate e candite, viene posta un anno nella barrique che aveva in precedenza contenuto vini rossi, addizionandola con lamponi selezionati, immessi in tre fasi distinte. Completano la gamma di birre barricate di questo eccezionale artista, la potente, scurissima Older Viscosity invecchiata in botti di bourbon e la natalizia Santa’s Little Helper, corposa Imperial Stout anch’essa passata in botti di Bourbon.
Un po’ più a nord, vicino a San Francisco, officia il prodigioso Vinnie Cilurzo, di origini calabresi, che nel suo celebrato brewpub Russian River Brewing da oltre un decennio studia, concepisce e realizza alcuni dei capolavori mondiali in tema di birre barricate. Anch’egli grande amante del “bretta” dal quale trae aromi e sapori davvero unici per le sue stupende creazioni a partire dal “primo amore”, la chiara Temptation invecchiata in botti usate di Chardonnay per proseguire con la scura Supplication invecchiata in botti usate di Pinot Noir con aggiunta di ciliegie acidule ma inoculata non solo con ”bretta” ma pure con pediococchi (“pedio”) e lactobacilli (“lacto”) così come l’ultima nata, la scurissima Consecration in botti di rovere americana di Cabernet Sauvignon con l’aggiunta di uva passa nella sola fase dell’invecchiamento. Concludo in bellezza la carrellata delle gemme di Vinnie con la magnifica Beatification, 100% fermentazione spontanea in botti esauste con rare tracce di sentori di vino e di legno e con l’inoculazione di un micidiale cocktail di saccaromiceti, brettanomiceti, lattobacilli, pediococchi ed altri batteri e lieviti selvaggi. Per la gioia dei suoi estimatori, Vinnie ci ha regalato due cotte denominate Batch 001 e Batch 002.

La prima trae il suo carattere dall’ utilizzo di botti usate per la fantastica Flemish Sour “La Folie”, procurategli dall’amico Peter Bouckaert, valente birraio fiammingo, ex-Rodenbach, da tempo trasferitosi alla New Belgium Brewing nel Colorado, a Fort Collins, mentre la seconda esalta il nuovo concetto di “Sonanbic”, cioè l’unione delle parole Sonoma e Lambic, idea maturata in Vinnie dopo un pellegrinaggio in Belgio nel 2006. Assemblare birre da botti differenti è un’arte a cui Vinnie dedica tempo e passione con cura maniacale unendo al suo estro personale, metodi tradizionalmente applicati dagli assemblatori di lambic nel trovare il proprio “imprinting”. Cura maniacale che si esplica anche nell’adottare la tecnica dei produttori di vino della vicina Napa Valley che usano rinnovare a rotazione una parte delle loro botti. A Russian River, ogni primavera si cambia circa il 20% della dotazione di botti, lasciando un altro 20% di botti prossime alla sostituzione, con lievi note di legno e di vino mentre le botti restanti (60% del totale) , usate dalla birreria per un paio d’anni, verranno impiegate per almeno altri tre anni.

Ma non solo nelle birrerie della California o della West Coast si fa un uso ricorrente e sapiente al legno. Un altro valoroso birraio che si è affermato usando botti per le proprie creature si trova proprio dalla parte opposta, a Portland nel Maine. Alludo ovviamente al grande Rob Tod dell’Allagash Brewing, che dietro l’aspetto di un timido e remissivo impiegato del catasto con tanto di occhialini d’ordinanza, nasconde una grinta e un coraggio fuori dal comune derivatogli dall’amore sconfinato per tutto ciò che è belga. Non mi soffermo, in tale sede, per motivi di spazio, sullle sue strabilianti birre, 100% fermentazione spontanea, della serie “Coolship”, per le quali Rob e il suo fido birraio, il grandissimo Jason Perkins, si attengono strettamente al metodo di produzione del lambic tradizionale sfruttando la microflora di batteri e lieviti selvaggi del Maine e non quelli del Pajottenland. Un doveroso cenno va poi alla straordinaria, recentissima “Mattino Rosso” per la quale vengono impiegati freschi lamponi locali e una maturazione in botti di rovere francese per oltre 18 mesi dopo l’inoculazione di un blend unico di lieviti selvaggi e batteri lattici e acetici. Cito soltanto altre sue due birre barricate di gran carattere come la Interlude per la quale viene usato un lievito “bretta della casa” e maturata in botti di Merlot e Syrah e la scura, di frumento, Odyssey maturata per dieci mesi in botti nuove di rovere americana e in tank di acciaio.

Voglio invece concentrare l’attenzione del lettore sull’iperbolica Curieux per la quale vengono seguite delle metodiche a dir poco innovative. Partendo dal processo produttivo della sua Allagash Tripel, dopo la fermentazione primaria in acciaio, avviene il trasferimento in botti di circa 200 litri di bourbon del Kentucky della James B. Beam Distilling Co. di Clermont. Nell’apposita stanza riscaldata, la birra subisce una fermentazione secondaria per una durata di circa otto settimane in botti che saranno usate una volta soltanto. A maturazione ultimata la birra viene pompata in tank di acciaio per accogliere lievito fresco e zucchero candito belga per essere poi imbottigliata con tappo di sughero e gabbietta metallica prima di tornare in cantina per una terza fermentazione o, per meglio dire, una rifermentazione in bottiglia che grazie alla sudhamber, detta aggiunta finale di lievito e zucchero, vengono favorite una gasatura naturale nella bottiglia ed una gradazione finale di circa 10 gradi alcolici.

Come detto all’inizio, il crescente numero di birrai americani che amano invecchiare le loro birre in botti è tale da impedire una mappatura completa ed esaustiva, quindi dopo aver approfondito la conoscenza con i due più fulgidi simboli di tale tendenza, Tomme Arthur, Vinnie Cilurzo e Rob Tod, vorrei proporvi una rapida carrellata su altri artigiani che sanno fare grandi cose ricorrendo all’utilizzo del legno. Rimanendo dalla parte atlantica, anche in tema di birre barricate non poteva certo mancare il genio assoluto, Sam Calagione che nella sua Dogfish Head Brewing nel Delaware effettua ardite sperimentazioni con ingredienti e metodologie a volte poco o per nulla ortodosse. Solo per fare un paio di esempi, grande successo hanno ottenuto la Palo Santo Marron per la quale Sam ha costruito un apposito tank in legno derivato da tale albero peruviano usato nel paese d’origine, per fabbricare botti, dalla comunità di produttori di vino e la Burton Baton, nata da due cotte di birre differenti come una Old Ale di stampo britannico e un’Imperial IPA di stampo americano, trasferite entrambe dai loro tank d’acciaio in un grande tank di rovere dove maturano insieme per circa un mese assumendo note di vaniglia e di legno. Da una collaborazione tra Sam e gli emergenti “enfants terribles” della Three Floyds di Munster nell’Indiana nasce la stupenda Popskull di 11 gradi alcolici ma sorprendente cauta nelle unità di amaro.

Altro grande nome che ama cimentarsi con il legno è Adam Avery a Boulder nel Colorado. Oltre l’abituale proposta di alcune delle sue birre più note, presentate anche in una versione in legno ed a fantasiosi blend passati nei legni più svariati, ha recentemente lanciato una serie di birre barricate, tutte a produzione molto limitata, davvero originali ed intriganti, di alta gradazione alcolica e dal gran carattere. Partiamo con la Samaels (dal nome del principe dei demoni ed angelo della morte) con evidenti note di caramello brassata con l’importante apporto dell’acqua delle vicine Montagne Rocciose nonché dello zucchero Turbinado mentre le note di vaniglia e legno vengono dall’utilizzo dei trucioli di rovere americano (American oak chips). Segue l’acidula, “brettata” Sui Generis, un blend di birre maturate in botti di Cabernet Sauvignon (39%), Chardonnay (35%), Porto (13%) e Bourbon (13%). La Black Tot, una Imperial Oatmeal Stout con avena, dal color ebano impenetrabile dalla luce, viene maturata in barili di rum mentre per l’acida Dépuceleuse, il nostro Adam aggiunge ciliegie acidule e la pone a maturare in botti di Zinfandel con una fermentazione spontanea al 100%.

Sarebbe davvero imperdonabile da parte mia se non concludessi questa carrellata sulla scena americana delle birre in botti con Ron Jeffries della Jolly Pumpkin un birraio del Michigan davvero eroico e coerente che non usa certo il legno per seguire una moda ma che ha sempre creduto in questa pratica, applicandola, sin dall’inizio della sua brillante carriera, a tutte, dico tutte le sue straordinarie birre. Ron crede ciecamente in tre regole per lui fondamentali: fermentazioni a cielo aperto, maturazione in botte e rifermentazione in bottiglia, tre regole che strettamente applica per tutte le sue creazioni. Nascono così prodotti contraddistinti da un carattere “verace” e sanguigno dato dallo stretto legame con la naturalità. Ricordo la Oro de Calabaza, audace risposta americana alla celeberrima Duvel fiamminga, l’ambrata La Roja da un blend di birre maturate in botte dai due ai dieci mesi, la rude Bam Bière, emblematica espressione di una Farmhouse Ale, la scura, potente ed ammaliante Madrugada Obscura, la Fuego de l’Otono, delicatamente speziata, la velluata e serica Maracaibo Especial, invece decisamente caratterizzata dall’utilizzo del cacao e dalla speziatura di cannella e scorza d’arancia e la recente, acidula e fortemente complessa descritta da Ron come “non una singola birrra, piuttosto un viaggio nel gusto”. Che altro aggiungere?

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LA REALTÀ ITALIANA
In Europa, la recente tendenza dell’utilizzo di botti per maturare le birre non risale certo ad una voglia di tornare al passato, quando non si poteva pensare altro che alle botti in quanto non esistevano gli odierni strumenti in acciaio ed alluminio. Infatti nella maggior parte dei casi si ricorre alle botti proprio perché è molto alla moda farlo ed anche perchè paradossalmente può essere anche redditizio nonostante gli assurdi prezzi che spesso vengono appioppati a questo genere birre. Altro grave problema per i consumatori è la tendenza “furbetta” di alcuni produttori europei (spero non diffusa anche tra gli italiani) di mettere in botte produzioni infette, inacidite o semplicemente problematiche con la speranza che il legno e le bestioline possano fare un miracolo o perlomeno “gabbare” i raters di mezzo mondo, a caccia di estremismi a volte gratuti, votati alla ricerca spasmodica del più amaro, più acido e del più strano possibile. Alludo soprattutto a birrai belgi, olandesi e scandinavi che stanno scopiazzando i maestri americani con risultati a volte più che buoni ma che a volte scadono nel ridicolo e nel subdolo, tanto per usare un eufemismo! Nel prendere in considerazione la realtà italiana, mi soffermerò quindi maggiormente su quegli artigiani che ricorrono al legno principalmente per vocazione e legame col territorio. I primi nomi che istantaneamente vengono alla mente appena si cerca il riscontro delle summenzionate caratteristiche sono quelli del parmense Renzo Losi del Birrificio Torrechiara, del tortonese Riccardo Franzosi del Birrificio Montegioco, del torinese Valter Loverier del Birrificio Loverbeer e, last but not least, il cuneese Teo Musso del celebre Birrificio Le Baladin.
Renzo Losi, figlio di un produttore di vino, ha fin da piccolo respirato l’aria delle cantine affollate di botti, ed è stato logicamente il primo a pensare di maturare la sua Brune, nata dalla collaborazione con l’homebrewer mantovano Marco Bellini, presidente del vivacissimo Circolo del Luppolo, in botti di Bordeaux per ottenere la Barriquée Sour che tante soddisfazioni ha saputo dargli, anche al di fuori dei confini nazionali. Renzo le fa subire tre fermentazioni, quindici giorni in vasca d’acciaio, novanta giorni in barrique provenienti da cognac e bordeaux e trenta giorni in bottiglia. La presenza di batteri lattici, tipici della flora che si radica nel legno delle botti, porta all’acidificazione della birra che tuttavia non risulta mai troppo aggressiva e pungente come avviene in altre tipologie simili. Più recentemente ha esteso l’uso della botte ad altre sue creazioni e dato il via a sperimentazioni sulla fermentazione spontanea. Il 2 aprile ha dato vita alla Divina, prima birra italiana a fermentazione spontanea con inoculazione del mosto tramite i lieviti selvaggi presenti nella fatata aria di Torrechiara a due passi da Langhirano, Felino e Zibello, noti in tutto il mondo, rispettivamente, per il prosciutto, il salame e il culatello per non parlare del parmigiano reggiano che giustamente impera nella zona. La prima versione passò la notte fuori in una vasca di acciaio aperta mentre per le versioni successive Renzo ha sfruttato l’habitat della cantina di fermentazione. L’ultima e definitiva versione è fatta maturare tre mesi in fusto di rovere. Ultima nata la Raphael, un promettente barley wine a fermentazione spontanea che come sempre dividerà il mondo degli addetti ai lavori, spesso spiazzati da questo genuino e sanguigno birraio a “fermentazione spontanea”, come le sue birre.

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Riccardo Franzosi rappresenta attualmente un solido ed affidabile punto di riferimento per ogni birraio nostrano che volesse cimentarsi per la prima volta con barrique e relativi problemi. L’esperienza maturata sul campo, il fortissimo senso di appartenenza al suo territorio e un approccio sempre umile, direi “da saggio contadino” lo portano a regalarci gemme assolute anche nell’arduo campo delle birre legate al mondo, uno dei quattro attuali “Made in Italy”, con le birre alle castagne, al farro e altri cereali locali, alla frutta autoctona, che orgogliosamente può vantare il nostro paese. Il fiore all’occhiello della sua produzione con botte è senza dubbio alcuno l’acidula La Mummia la cui storia è semplicissima da raccontare. Riccardo nel 2007 mise la Runa, la sua birra di base, una blonde leggera e ben luppolata, in una botte che in precedenza aveva contenuto la prestigiosa barbera Bigolla del suo carissimo amico Walter Massa, protagonista assoluto della rinascita del Timorasso. Tutto ciò avviene in un angolo remoto e buio della cantina della casa patriarcale della famiglia Franzosi.
Da Genova, passavo da Montegioco con cadenza regolare e per mezzo del “ladro” Riccardo estraeva una piccola quantità di birra dalla botte per constatarne, assieme a me e dal suo collaboratore Paolo, l’evoluzione per continuare nell’esperimento o, nel caso più malaugurato, per decidere di buttare via tutto. All’inizio ci cascavano le braccia per la forte presenza di zolfo e di off flavors tremendi ma poi piano piano le cose si sono messe per il verso giusto portandoci, ad ogni successivo assaggio, verso la consapevolezza che un piccolo capolavoro si stava formando in quel dimenticato sarcofago. Quando decidemmo di presentare la birra a Genova nel settembre 2008, mi venne chiesto che nome avesse per apporlo sulla locandina, al che io risposi in mezzo secondo: chiamiamola “La Mummia” e così fu. Proposta come aperitivo abbinata alla focaccia genovese, scatenò applausi a scena aperta e qualche lacrimuccia negli ospiti meno giovani che vi ritrovarono le stesse sensazioni provate, tanto tempo fa, quando si usava fare colazione con “fugassa e un gottu de vin giancu” cioè con focaccia e un bicchiere di vino bianco. Riccardo ora ne presenta tre versioni, una piatta, una rifermentata in bottiglia con lieviti da vino e una, chiamata X-Mummia ottenuta miscelando 50% di Runa con 25% di Ratweizen e 25% di Tibir al Timorasso, passate in botte per un anno intero. La botte è la grande protagonista della Dolii Raptor, apprezzatissima anchein Belgio e negli Stati Uniti, passata in barrique e sapientemente rifermentata in bottiglia con lieviti da vino bianco.

Valter Loverier di Chieri, cittadina a 15 km da Torino, già nota in campo birrario per il brewpub Grado Plato dell’affermato birraio Sergio Ormea, da tanti anni si era ritagliato una solida reputazione di talentuoso homebrewer per le sue creazioni coraggiose, ispirate alle birre acide del Belgio e spesso maturate in botte tanto che aveva ottenuto sinceri complimenti addirittura da Jean Van Roy, il figlio del leggendario Jean-Pierre ed ora mastro birraio della Brasserie Cantillon e non aggiungo altro! Oltretutto bisogna doverosamente riconoscere a Valter la paternità dell’utilizzo del mosto da vino, pratica ora molto alla moda tra i birrai del nostro paese. L’apertura del suo birrificio Loverbeer, nella vicina Marentino, era atteso da tutto il mondo birrario artigianale italiano e Valter, già dalle prime produzioni nell’impianto professionale non ha certo deluso le aspettative, anzi si sta già pensando ad una prima esportazione di campioni al di là dell’oceano. Fiore all’occhiello resta la sua amatissima BeerBera, senza alcun lievito aggiunto, a fermentazione spontanea in legno grazie all’aggiunta di mosto d’uva Barbera. Di facile fruizione nonostante la presenza di off flavors e di un’acidità moderata per l’esperto bevitore ma spiazzante per un neofita. Seguono altre interessantissime creature barricate come, ad esempio, la sperimentata BeerBrugna con susine damaschine e la più recenti Madamin, ispirata da una ricetta e belga, fermentata e maturata solo in tini di rovere.
Teo Musso lo conosciamo tutti e non solo per le sue famosissime birre, infatti il suo genio lo porta a spaziare in svariati campi, dalla ristorazione all’arte ma sempre con un’impronta personale indelebile e subito riconoscibile. Io lo conosco da tanti anni, fin dai suoi primi passi, a metà anni novanta, come birraio innamorato della tradizione belga. Teo non ha mai dimenticato le sue origini langarole e l’importanza che la vigna e il vino hanno sempre avuto per la sua terra e per la sua famiglia (suo padre ha sempre fatto il suo vino). Ricordo i suoi pioneristici esperimenti con mosto di Dolcetto e di altri vitigni e quindi non mi sono per nulla stupito quando mi rivelò di volersi dotare di una barricaia dove poter dare sfogo alla sua innata passione per il vino e la sperimentazione. Ora il sogno è diventato un’esaltante realtà . Circa 160 botti accoglieranno due birre ben distinte, una denominata Terre (plurale in italiano e singolare in francese) per botti da sei vini rossi tra cui Sassicaia e Barolo, e l’altra denominata Lune (plurale in italiano e singolare in francese) per botti da vini bianchi come, ad esempio Franciacorta e Champagne. Il processo produttivo di Lune, birra chiara con ingredienti canonici, malto, acqua, luppolo e lievito, rispetterà il metodo classico delle bollicine ma nella mente di Teo è prevista pure una versione piatta. Terre, invece, sarà caratterizzata dall’utilizzo di una percentuale del 25% di riso Nerone, una varietà di riso Venere coltivata nel vercellese che apporta dolcezza, aromaticità e un bel colore violaceo che ricorda i sei vini contenuti in precedenza nelle botti. Terre nascerà da un sapiente blend delle birre maturate nelle sei varietà di botti. Nelle intenzioni di Teo dovrà avvicinarsi, seppur solo concettualmente, ad una Xyauyù dalla struttura più secca, incentrando il lavoro più sull’affinamento in legno che sulle ossidazioni.

Altri birrai hanno recentemente pensato all’utilizzo del legno per almeno una delle loro nuove birre. Tra i tanti esempi citerei il cuneese Andrea Bertola di Pausa Café che porta avanti una meritevole iniziativa con i detenuti della Casa Reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo. Andrea rispetta l’antico metodo dei birrai boemi per la P.I.L.S. a tripla decozione e maturazione in legno di Slavonia mentre scatena la sua ricerca di sperimentazione con la meravigliosa Martina a fermentazione spontanea con aggiunta delle piccole, rinomate, pere bio Martin Sec. Il romano Leonardo Di Vincenzo, geniale birraio della Birra del Borgo, affina 12 mesi in barrique la sua potentissima Sedicigradi. Il toscano Moreno Ercolani dell’olmaia e la strana coppia Fausto Marenco e Massimo Versaci del Maltus Faber di Genova utilizzano botti che hanno contenuto il celeberrimo Brunello di Montalcino della famiglia Talenti. Moreno per la Cri Ghost su base Christmas Duck e i genovesi per la Barricata su base delle loro Extra Brune o Imperial. A Fidenza, nel parmense, Alessio Gatti e Bruno Carilli del Birrificio Toccalmatto usano botti di Marsala per affinare la loro Russian Imperial Stout e botti di grappa per l’Italian Strong Ale. Restiamo in zona con Giovanni Campari del Birrificio del Ducato di Roncole Verdi che invecchia sette mesi la sua Black Jack Verdi Imperial Stout in botti da bourbon svedese single cask.

Il pioniere comasco Agostino Arioli del Birrificio Italiano di Lurago Marinone, dopo aver usato botti e trucioli per la sua stupenda Scires con i rinomati duroni di Vignola, ci regala la Sparrow Pit un notevole barley wine prodotto in collaborazione con il birraio friulano Stefano Cossi che da anni dimostra il proprio talento presso la birreria inglese Thornbridge. La versione italiana è maturata in botti di Ramandolo mentre quella inglese è maturata in botti del vino inglese Nyetimber. I giovani brianzoli del birrificio Menaresta barricano la loro coraggiosa, acida Birra Madre, prodotta appunto con lievito madre di un amico panificatore, in botte di rovere con alle spalle due cicli di pinot nero dell’azienda vitivinicola La Costa di Perego nel lecchese. Infine, il piemontese doc Sergio Ormea del Grado Plato di Chieri, da tempo lanciatosi in ardite sperimentazioni, sta per proporre una birra, a dir poco unica, nata dalla miscela di tre mosti di idromele (35%), birra (32,5%) e vino Malvasia dolce (32,5%) e maturata in barrique di moscato, riservandone una piccola parte destinata a spumante per le feste natalizie.
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SITOGRAFIA:
www.portbrewing.com
www.russianriverbrewing.com
www.allagash.com
www.dogfish.com
www.averybrewing.com
www.jollypumpkin.com
www.microbirrifici.org
www.panilbeer.com
www.birrificiomontegioco.com
www.loverbeer.com
www.baladin.it
www.pausacafe.org
www.birradelborgo.it
www.birrificioolmaia.com
www.maltusfaber.com
www.birratoccalmatto.it
www.birrificiodelducato.com
www.birrificio.it
www.birrificiomenaresta.com
www.gradoplato.it

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