Giulia Navarra
| Categoria Notizie Vino | 633 letture

Cantina Monteverro, alla ricerca di un equilibrio sostenibile tra terra e vite

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Un’accurata gestione del suolo, grande attenzione a ciò che è visibile – con la catalogazione della flora presente tra i filari – e anche a ciò che è invisibile, la vita biologica del suolo e le colonie di microartropodi che la popolano. Risultato? Un terreno “vivo” oltre ogni aspettativa

La tenuta di Capalbio, dolcemente adagiata sulla Costa d’Argento, segue fin dalle sue origini le linee guida del biologico, alla ricerca di un equilibrio sostenibile tra terra e vite. Nel 2016 questo percorso ideale è diventato anche formale, con il processo di certificazione biologica che si concluderà ufficialmente nel 2019.

 

Ma la certificazione è solo un punto di arrivo di un approccio che mette in primo piano il terreno, le sue peculiarità, la fauna e la flora che lo popolano che sono la cifra della sua vitalità. “Ormai da diversi anni Monteverro investe sulla ricerca in vigna, in collaborazione con alcune università italiane”, spiega Matthieu Taunay, l’enologo della Cantina capalbiese. L’obiettivo è quello di approfondire la conoscenza di diversi parametri come lo stress idrico delle piante, la presenza di insetti utili e il monitoraggio degli insetti dannosi o l’effetto di nuovi prodotti naturali per la difesa della pianta. “Lavoriamo da 2 anni sullo studio della biodiversità presente nel nostro vigneto, in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach (San Michele All’Adige), con l’idea di praticare un’agricoltura, dove possibile, sempre più virtuosa”, continua Taunay.

 

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Un lavoro certosino che prende il via dall’analisi della parte “visibile” in vigna,  ovvero le piante presenti tra i filari. “Abbiamo caratterizzato e catalogato tutta la diversità di flora presenti – inerbimento naturale o sovesci – “, spiega  Taunay. “Queste piante “bioindicatrici” ci permettono di capire meglio la struttura, la composizione e le diversità dei nostri terroir”. Ma non è tutto. Oltre alla parte visibile, esiste anche quella “invisibile”, costituita dalla vita biologica del suolo.

 

“Per analizzarla, ci si è affidati all’indice QBS-ar, acronimo di “Qualità Biologica del suolo: artropodi”, che analizza tutti i gruppi di microartropodi presenti nel terreno, ovvero  insetti, aracnidi, miriapodi, crostacei”, aggiunge Simone Salamone, agronomo della tenuta che lavora in sintonia con Taunay. “Alla base di questo indice il concetto di forma biologica: indica il grado di adattamento anatomico di un organismo alla vita nel suolo. Se l’ecosistema suolo non è disturbato da attività antropiche, tenderanno a essere presenti molti gruppi particolarmente adattati alla vita in questo ambiente. Al contrario, se il suolo viene “turbato” e subisce degli impatti, i gruppi più adattati al suolo tenderanno a scomparire e resteranno solo quelli meno adattati”. La presenza e/o assenza degli organismi più adattati diventa un buon indicatore del livello di disturbo del suolo, della sua vitalità.

 

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Seguendo questi parametri e per studiare in profondità i nostri vigneti”, spiega ancora Taunay, “abbiamo analizzato 10 parcelle (3 ripetizioni per parcella) e su 2 parcelle l’indice QBS-ar ha raggiunto un valore uguale a quello che si potrebbe trovare nel suolo di un bosco ovvero un terreno pressoché incolto, vergine e vivo ”. Un risultato davvero straordinario per dei terreni coltivati che vantano una vita biologica del suolo molto alta. “Nei nostri terreni sono stati rilevati gruppi di organismi che raramente riescono a vivere in suoli agricoli coltivati”, afferma orgogliosamente Matthieu Taunay. “Su centinaia di terreni vitivinicoli analizzati dall’Università, quelli di Monteverro, risultano in assoluto tra i più “vitali”.

 

Risultati davvero incoraggianti che premiano il percorso virtuoso della tenuta, che vanta una gestione del suolo e del vigneto non invasiva e rispettosa della vita del suolo. Ma sono solo un primo tassello, di un puzzle che si compone nel tempo.  “Questi studi vanno ripetuti regolarmente su un periodo di diversi anni affinché possano essere validati”, conclude Taunay. “Per poter verificare  che i risultati rilevati non siano occasionali. Ci sono alcuni elementi, come le  variazioni stagionali (piogge, temperature…) che hanno un impatto importante sullo sviluppo delle piante e sulla vita degli insetti”.

Insomma, una rondine non fa primavera, ma è già un buon segnale che ci si stia muovendo nella giusta direzione!

 

 

Press Office ZED_COMM 

Michela Mezzolo
michela@zedcomm.it

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