Erika Mantovan
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Vinitaly 2019 una settimana post: scouting tra numeri, assaggi e novità

Librandi Bocca Di Gabbia Settimana Arnaldo Caprai Zorah Feudo Antico Villa Guelpa Assaggi Fratelli Gancia Vinitaly Numeri Post La Leccia Agricola Tedeschi Scouting Malabaila

Zorah Numeri Librandi Arnaldo Caprai Post Assaggi Malabaila Fratelli Gancia Vinitaly Bocca Di Gabbia Feudo Antico Villa Guelpa La Leccia Settimana Agricola Tedeschi Scouting

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Vinitaly, la fiera internazionali di vini da 53° anni in scena a Verona chiude con numeri in salita e un notevole incremento qualitativo di pubblico e di offerta di contenuti. 125 mila visitatori da 145 nazioni con buyer stranieri in aumento del 3% per 33mila presenze con USA, Germania, Regno Unito, Cina e Canada nella top 5 seguiti da un Giappone sempre più interessato all’acquisto dei vini del Bel paese. 4.600 le aziende espositrici (130 in più dello scorso anno) con un’organizzazione sempre più di respiro internazionale ed innovativa. Tante novità e curiosità dunque dallo Stivale tutto che cerchiamo di condensare in qualche rigo proponendo i risultati del nostro scouting tra i 100mila metri quadrati netti espositivi.

 

 

Iniziamo dal Piemonte con Gancia: la nota casa di spumanti di Canelli aggiunge alla gamma Drink Beauty il Rosé 36 mesi . Un Alta Langa Brut 2015 prodotto con 70% di Pinot noir e 30% Chardonnay pressate singolarmente e fermentate in acciaio e barrique per un totale di 40 giorni. A fianco il 60 mesi Riserva questa cuvée è tutta da scoprire, bisognosa di vetro e tempo per placare la sua spina acida e liberare la grande carica materica morbidissima già anticipata dal colore rosa cipria.
www.gancia.com

 

 

Nel centro di Canale il suo castello immerso nel verde, con orto super bio e piante di cent’anni continua ad essere la casa madre del percorso della famiglia Malabaila, tra le più storiche della zona già proprietaria terriera nell’astigiano e nel Roero tutto. Oggi c’è la giovane Lucrezia a seguire tutte le attività, dalla cantina alla commercializzazione con idee stilistiche che la rispecchiamo assai: eleganza, precisione e gioia. Tutti i vini si ricordano per la freschezza, la materia estremamente definita e un attaccamento al suolo ineccepibile. E certamente i felici andamenti climatici aiutano e lasciano esprimere l’arneis e l’uva nebbiolo con gran classe esaltandone tutte le potenzialità dei suoli limosi e argillosi – calcarei. Quelli a conquistare, oltre al sempre gradevolissimo bianco roerino Pradvaj, sono la Barbera Giardino 2016 e il Langhe Nebbiolo 2017. Accesi, infuocati dal frutto, di finezza indimenticabile con succo impattante, accompagnato da tannini fini e presenti in grande plenitude mai invadenti.
www.malabaila.com

 

 

 

Sempre in Piemonte, ma nella zona più nord, Villa Guelpa, il progetto di Daniele Dinoa, continua a stupire per la fragranza e la profondità dei vini. A fianco le nuove annate di Lessona e Coste della Sesia, è il Sizzano Doc 2016 a sbarigliare le carte e ha riportarci agli storici scritti in cui già Camillo Conte Benso di Cavour elogiava queste terre elevandole per la qualità al pari del Clos Vougeot di Borgogna. Esposta a sud e sud-ovest la vigna, con piante di 35 anni, è di 1 ca a 290 metri s.l.m resta su suolo alluvionale, ciottoloso con parti sabbiose e stratificazione incrociata di tipo deltizio. Come da usanza scritta la vespolina qui per il 30% ca rientra a pieno titolo, insieme al nebbiolo, nell’assemblaggio. Alla fermentazione spontanea, una macerazione di 15 giorni sulle bucce segue un affinamento di 24 mesi in botti da 20 hl di rovere e in bottiglia. E non solo si conferma la sensazione di stratificazione e di lunghezza ma si resta stupefatti per la consistenza del frutto, per il suo volume già espresso al naso da un bouquet mentolato baciato dai frutti blu e piccoli cenni speziati.
www.villaguelpa.it

 

 

Ci spostiamo in valpolicella per raccontare di famiglie nate tutte con l’Amarone. La storia della famiglia Tedeschi inizia quattro secoli fa con lo stile come oggi lo conosciamo nei primi anni ’60 con l’intuizione di Lorenzo Tedeschi di vinificare separatamente le uve del vigneto Monte Olmi, da cui nasce l’Amarone ambassador dell’azienda. Nell’ultma decade si sono aggiunti altri cru grazie al lavoro di ricerca e studio geologico dei suoli, e delle loro potenzialità, nei quali si è scelto di produrre altri vini da singol vigna. Come La Fabrisiera (cru di 7 ettari in località Le Pontare, a cavallo tra i comuni di Fumane e di Sant’Ambrogio di Valpolicella, a 450 metri s.l.m con esposizione sud-sud-est) e il Marternigo (di 3 ettari tra Tregnago e Mezzane di Sotto, totalmente esposto tra i 270 e i 370 metri s.l.m).

Mentre a Pedemonte di Valpolicella, nel comune di San Pietro in Cariano, Monte Olmi di proprietà dal 1918, ha un’estensione di 2,5 ettari ed un’esposizione a sud-ovest. Suolo rosso, argilloso franco calcareo di origine morenica ospita piante con 25-45 anni di età coltivate a pergola a 130 metri s.l.m. L’assemblaggio per l’Amarone è quello tipico con l’aggiunta di altre uve locali (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% Oseleta, Negrara, Dindarella, Croatina e Forselina). Dopo 4 anni in botti di Rovere di Slavonia il vino è di grande struttura, giovanissimo, chiuso nel frutto con una concentrazione di energia che impone l’attesa prima di poter captare la distensione e la reale ampiezza di questo vino di nobili radici, simbolo di coraggio. Per scoprire oggi il livello qualitativo dell’azienda e apprenderne lo stampo ci pensa il Valpolicella Classico Nicalo 2016. È un assemblaggio delle uve 30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% di Rossignola, Oseleta, Negrara e Dindarella leggermente appassite – in realtà lievemente disidratate- così da concentrarsi di zucchero naturalmente ed avere una preziosa base su cui lavorare per aromi di frutta viva e bella freschezza. Suolo sempre rosso e calcareo in cui le piante di 20 anni ca producono uve poi affinate per 1 anno in botti di rovere di Slavonia di varia dimensione (10-50 hl). Carico di aromi, pieno di sfumature e colori piace per il suo equilibrio. Entusiasmo suscitato da una voce che ricorda un canto di Provenza, con lavanda, fiori secchi, oli essenziali ad alleggerire il sorso con una direzione netta, la beva.
www.tedeschiwines.com

 

 

La Leccia: Vicino Montespertoli nella Val di Botte la Famiglia Bagnoli, già nota per la storia di successo del gelato Sammontana, fa rivivere questa porzione di Chianti. Tutto inizia con la famiglia Machiavelli e i possedimenti dei 2/3 della superficie già nel XIV secolo fino al passaggio ultimo ai Bagnoli, e la consequente decisione di ripristinare vigne e oliveti per un totale di 20 ettari bio dal 2009 coltivati a Sangiovese e Trebbiano, con spazio per gli internazionali, come Merlot e Syrah, e 40 ettari di bosco. Le piante vivono su suoli franco argillosi, magri ma ricchi di calcare in un clima mite e ventilato, a circa 200 metri s.l.m. Le carezze dei venti e la protezione del bosco oltre a preservare la biodiversità tutelano il microclima talmente ideale da intraprendere anche un’attività di apicoltura. Dal 2013 la tenuta è nuovamente gestita dalla famiglia per un ritorno alle origini guidata in cantina dall’enologo Gabriele Gadenz. Che non si lascia perdere l’occasione di poter sperimentare con il sangiovese ed ecco Boh, un fresco e cremoso metodo charmat lungo di sei mesi e il Chianti Classico Il Leccino 2017 nato a 300 metri s.l.m da uve 95% sangiovese, cabernet franc, merlot e cabernet sauvignon. Qui un suolo più prevalentemente di matrice calcarea regala una struttura impeccabile, una precisione dei tannini finissimi accompagnati da una freschezza e aromi avvolgenti di frutta rossa e via via più speziati. Pungente ed elegante, potente ed affascinante. Da godersi già oggi per l’incredibile vivacità.
www.laleccia.it

 

 

Bocca di gabbia: Si tratta di uno dei “cento poderi” della Amministrazione Bonaparte di Civitanova, un importante esempio di moderna e organizzata agricoltura con tanto di stemma napoleonico della “N” coronata. Una realtà di quasi 10 ettari nella contrada Castelletta di Fontespina, una location mitigata dal vento proveniente dal mar Adriatico favorevole alla coltivazione della vigna già compresa dagli agronomi francesi di Napoleone III°. Dal 1986 si è deciso di tornare alle origini ripiantando a fianco il ridona, pecorino e sangiovese, antiche varietà francesi come merlot e chardonnay chiamato Montalperti. Anche nel 2016 è presentato in una veste che ricorda molto la Borgogna con caratteri minerali e intensi. Sei mesi di barrique per un vino di bella struttura energetica spinta da una sua scia salina e acida sempre in equilibrio con la carica aromatica di frutta gialla e secca nel finale con punte di oliva e fiori.
www.boccadigabbia.com

 

 

Quella di Arnaldo Caprai rientra tra le cantine italiane che portano il valore dell’eccellenza e lo stile italiano nel mondo. Si deve a Marco Caprai la reinterpretazione del Sagrantino ma anche di altre uve dell’Umbria come il grechetto. Oggi troviamo una filosofia molto green rivolta tutta alla salvaguardia dell’ambiente, alla sua tutela e sostenibilità. Un raggio di sole sempre puntato al territorio tutto che valorizza le uve lavorandole insieme per ricreare un gusto che sia fedele a se stessi. È il caso della longeva e raffinata Cuvée Secrète 2017 (prima annata nel 2012) il cui assemblaggio, come da nome, è segreto tra cui certamente troviamo il grechetto, lo chardonnay, il sauvignon, il vermentino e il verdicchio. I dieci mesi di affinamento in barrique accentuano la struttura, solida, per un vino che al palato pulsa, si stringe riuscendo in questa sua fase iniziale a lasciar intravede la spina molto acida e ricca di polpa tenuta viva da un tratteggio sapido e ben legato ai tannini. Da rapire e chiuderlo in cantina per goderselo al meglio della sua forma tra qualche anno. Stessa musica per la limited edition Spinning Beauty Montefalco Sagrantino DOCG 2010, risultato del più antico vigneto di selezione clonale Monte della Torre (clone Cobra). Con sguardo ai grandi vini affinati in barrique, il design dell’etichetta è già firma di questa arte maturata per 8 anni prima della sua premiere. Basse rese (50 q/ha) trasfigurano in 900 soli esemplari.

Parlando invece dei classici e di più facile reperimento, succoso e ben bilanciato il Montefalco Rosso Montefalco Rosso DOC, assemblaggio di 70% sangiovese, 15% sagrantino e 15% merlot, affinato per 12 mesi in barrique di 3°-4° passaggio, in cui la morbidezza del frutto passeggia su un tappeto tannico morbido e teso.
www.arnaldocaprai.it

 

 

Raggiunta la Calabria orientale, non si può non parlare dell’azienda Librandi, anima del Cirò. Con l’agave scelta come immagine a rappresentare la propria natura, tra terra e cielo dove le vigne respirano le brezze del mare ci si deve soffermare sulla generosità: dal 1993 è iniziata una costante attività di ricerca sfociata in un campo sperimentale di suggestiva forma a spirale che conta oggi 198 varietà di con 78 gruppi unici e biotipi. Un patrimonio genetico racchiuso nelle pagine del volume, “Il Gaglioppo e i suoi fratelli”. Oggi, partiti dagli anni ’70 con sei ettari siamo passati a 232 e sei tenute. Quindici le referenze prodotte con vinificazione separata delle zone alle quali si aggiungono quelle della linea Segno destinata al canale HORECA. Tre nuovi vini per concretizzare e circoscrivere la qualità della terra del Cirò Doc. Impronte digitali e segni, appunto, dell’interpretazione contemporanea con sguardo al classico per il Cirò Bianco 2018 (uva Greco al 100%, ben adatta ai terreni sciolti) siglato dal taglio minerale, la sua trasversatilità è l’equilibrio ne determinano i confini. Il Cirò Rosato 2018 simboleggia il tramonto, colore quasi arancione per aromi intensi di albicocca e pesca in un palato di bella setosità ed ampiezza da 100% uve gaglioppo. Ma è il Cirò Rosso 2018 forse ad esser il più territoriale, il più efficace. Strutturato, pieno, dolcemente tannico è un abbraccio al calore di questa terra.
www.librandi.it

 

 

Feudo Antico: una delle realtà più virtuose dell’Abruzzo nata soli cinque anni fa capace di sfruttare tutti gli strumenti dai più moderni e quelli più antichi. Azienda bretella della Cantina Tollo a cui non mancano i numeri, già tutt’uno con la Dop Tullum tra le più piccole d’Italia sviluppata in 300 ettari, in provincia di Chieti. Ma sono 18 quelli all’attivo con affaccio sempre innovativo e sperimentale anche per il montepulciano. Biologica dalla nascita oltre al vino si sta creando una sorta di museo per ospitare i resti romani trovati non distante dal parco vigna. Tra i fiori all’occhiello c’è sicuramente il Tulllum Pecorino (15mila bottiglie) nato da fermentazione spontanea in cemento, non filtrato e non stabilizzato che si racconta con una carnosità ed una bella complessità con aromi di polpa gialla matura e pain doré. Ma le novità sono il Casadonna Pecorino 2018 nato in 1 solo ettaro tra l’Alto Sangro a 862 metri s.l.m, esposto ad est-ovest su suolo limoso-argilloso e con abbondante presenza di scheletro, fermentazione spontanea in cemento seguita da una sosta sui lieviti per 6 mesi. Sole 3mila bottiglie annue prodotte di questo vino ancora ricordato per i profumi decisi di zafferano e fiori, uniti da vaniglia e cera. Sapido e voluminoso è sempre sostenuto dall’acidità. Per i rossi si passa la parola al Montepulciano affinato in anfore di terracotta. Le 12mila bottiglie di Fatto in Anfora 2017 fanno quasi un anno di macerazione, e liberano all’apertura note intense di petali di magnolia e mora. Le punte minerali amplificano al palato la fibrosità del succo allungandone la persistenza.
www.feudoantico.it

 

 

Da oggi quando inciampo in una situazione in cui “per capirci qualcosa bisogna partire dall’origine” mi verrà in mente Zorah “Karasi” 2016. Questo vino a base di Areni Noir, uva indigena e ancora coltivata a piede franco, nasce in Armenia. Il suo essere vivo è parte della storia stessa, nelle radici c’è la verità. Una questione di resistenza e capacità di adattamento, difficili da trovare tanto da far pensare che questa Areni Noir sia il genitore di molte uve arrivate in continente. Una probabile antenata del Pinot Noir secondo Patrick E. McGovern, archeologo biomolecolare alla University of Pennsylvania Museum di Philadelphia. Tralasciando le analisi genetiche Karasi nasce a 1400 metri s.l.m. in un terroir vigoroso, alcalino, sabbioso con componenti di calcaree, e fermenta con lieviti naturali in anfora per 12 mesi. Anfore rinvenute nella stessa grotta in cui è stata ritrovata la prima scarpa così come la intendiamo oggi. Un luogo magico dunque, testimonianza sincera a conferma della produzione di vino già 6000 anni fa.

Ventimila sole le bottiglie prodotte, polverizzate come immesse nel mercato per il loro background ma anche stoffa. Ampio, sensuale, con il suo colore rosso acceso e le piacevoli note di bacche scure e spezie, è inevitabile non farsi trasportare dai tannini delicati ma incisivi quanto basta da trasformarne il gusto, più salino e ancora fruttato nel finale.
www.zorahwines.com

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