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Cresce l’interesse dei consumatori verso ciò che mangiano: qualità certificata dei prodotti e trasparenza sull’origine degli ingredienti. Le aziende produttrici, sensibili e attente a tale tendenza, – convinte, inoltre, che ciò permetterà loro di mantenere una posizione all’interno del mercato – rispondono adeguatamente alla domanda con le cosiddette “clean label”, le etichette pulite.

 

 

Cosa si intende per clean label?

“Senza additivi”, “no OGM”, “prodotto Bio”, “senza grassi idrogenati”, “senza aromi”, “senza zuccheri”, “senza coloranti”, “senza olio d palma”: sono alcuni dei messaggi che aiutano a spiegano e a rafforzare la logica insita nella definizione di etichetta pulita. In verità, però, risulta alquanto difficile circoscrivere rigidamente il concetto di clean label, dal momento che questo incorpora in sé diverse tendenze. Un’etichetta pulita, infatti, può variare di significato in base all’interpretazione del singolo cliente, quale sarà espressa sulla base delle sue aspettative, dei suoi desideri e percezioni.

Anche le aziende hanno difficoltà nel comprendere e tradurre il significato esatto dell’etichetta pulita. Tant’è vero che la diffusione dell’utilizzo di clean label, che richiamano all’origine naturale e genuina dei prodotti, ha portato alcuni Paesi europei a sperimentare codici di buone pratiche per un utilizzo corretto dell’etichettatura. Nel Regno Unito, per esempio, la Food Standards Agency ha pubblicato un report destinato agli operatori alimentari, al fine di fornire indicazioni sul loro corretto utilizzo e, in particolare, sul riferimento a espressioni come: “fresh”, “natural”, “pure”, “traditional”, “original”, “authentic”, “real”, “genuine”, “home made”, “farmhouse”, “handmade”, “premium”, “finest”, “quality”, “best”. Tali espressioni sono consentite solo in presenza di processi di trasformazione del prodotto che non modifichino le caratteristiche essenziali dell’alimento – tra i quali cottura, fermentazione, pastorizzazione, sterilizzazione, taglio e torrefazione – escludendo, al contrario, l’utilizzo di trattamenti chimici che ne alterano la composizione originaria.

 

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La legge in materia di clean label

La determinazione del significato di etichetta pulita si è resa ancor più problematica dal momento che non è regolamentata da alcuna legislazione. Tuttavia, nonostante siano vengano presi in considerazione criteri di valutazione molti vaghi, anche le clean label devono rispondere ai regolamenti comunitari in materia di etichettatura. Tanto il Codice del Consumo quanto la normativa sugli alimenti, di fatto, vieta agli operatori alimentari di veicolare messaggi pubblicitari idonei a indurre in errore il consumatore medio sulle caratteristiche di un alimento. Pertanto, l’etichetta clean label non deve indicare l’assenza di determinati ingredienti (per es. aromi, additivi, OGM) ove gli stessi sono presenti nel prodotto, anche se solo in tracce. Inoltre, se l’impiego di alcuni additivi (per es. conservanti o coloranti) è vietato per legge in determinate categorie di alimenti, non è consentito utilizzare il claim “senza coloranti” o “senza conservanti”, poiché tutti gli alimenti analoghi sono privi – perché devono esserlo – di tali additivi.

 

 

Pro e contro

Come ogni medaglia anche quella della clean label ha due facce. Di positivo c’è che se una clean label lo è davvero, il consumatore avrà informazioni chiare e precise e saprà di acquistare un alimento con pochi ingredienti, tutti di origine naturale e privi di prodotti chimici. Di contro, però, vi è la consapevolezza che, molto spesso, le etichette pulite vengono utilizzate per ingannare il consumatore non esperto, per spingerlo ad acquistare un prodotto spacciato per “genuino” ma, in verità, non meritevole di tale definizione.

 

Fonti: www.roedl.net
www.inno-foodproducts-brainbox.com/2018/05/22/clean-label/

 

A cura della Redazione Beverfood.com
© Riproduzione Riservata

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