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Il “sentiment” sul sistema-vino nel suo complesso è positivo. Così il 2007 visto da 50 cantine fra le più importanti d’Italia, secondo un sondaggio promosso da Vinitaly in collaborazione con www.winenews.it. A “tirare la volata” i vini dai 5 ai 15 euro (franco cantina). I mercati di riferimento per il vino italiano? Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Canada, Giappone e India. La Cina ancora non rappresenta un mercato solido su cui puntare decisamente. Nel 2006 per l’export incremento medio del 6-7%. A pieni giri l’organizzazione del Vinitaly Tour 2007.

Dopo il successo commerciale del 2006, al 41° Vinitaly che apre i battenti dal 29 marzo al 2 aprile prossimi (www.vinitaly.com) si registrano indicazioni più che positive per il business del settore nell’anno in corso. Sale infatti la fiducia delle aziende vitivinicole italiane che scommettono su un incremento dei fatturati e, soprattutto, su un’impennata delle esportazioni: è il 2007 visto da 50 aziende vitivinicole del Bel Paese tra le più importanti, per storia, volume d’affari e immagine, alle quali Vinitaly e www.winenews.it, uno dei siti più cliccati del mondo del vino, ha chiesto come vedono il nuovo anno, appena iniziato, nell’imminenza della rassegna più importante al mondo, vero e proprio sistema integrato per la promozione e commercializzazione dei prodotti sul mercato interno e internazionale.

L’ottimismo non abbandona gli imprenditori del vino neppure sul loro “sentiment” a proposito del comparto nel suo complesso: il 44% delle aziende “sondate” sente “a pelle” che il 2007 sarà un anno positivo, e la stessa percentuale lo reputa in prospettiva abbastanza positivo, mentre il restante 12% si aspetta un 2007 molto positivo.Guardando “in casa” propria, le aziende non cambiano sostanzialmente le loro previsioni: il 56% si aspetta un 2007 positivo, il 35% molto positivo e il 9% abbastanza positivo, in virtù di previsioni sul fatturato 2007, che indicano, a grande maggioranza (87%), che percentualmente ci sarà una buona/ottima crescita (con un range che va dal 5% al 20%); solo per il 13% delle aziende, il fatturato 2007 resterà stabile (su quello 2006).

«L’export 2006 tocca quota 3 miliardi e 200 milioni di euro secondo i più recenti dati Istat – afferma Giovanni Mantovani, direttore generale Veronafiere – . Ciò significa che in termini di valore è cresciuto di oltre il 6-7% sull’anno precedente. Già il Vinitaly 2006, con i primi due giorni in cui avevamo registrato un 15% in più di presenze di buyer, segnalava che il mercato era in forte ripresa. Il 2007 si annuncia altrettanto interessante. Le importanti iniziative dedicate agli incontri business to business nell’ambito della rassegna, il crescente interesse sia di espositori che di visitatori esteri (33 mila da 101 Paesi nell’ultima edizione, ndr) e il tour mondiale, iniziato con ritorni molto importanti in termini di contatti e contratti in gennaio a Mumbay e New Delhi, e che proseguirà a maggio in Russia a Mosca e San Pietroburgo, in ottobre negli USA a Chicago, San Francisco e Los Angeles, in novembre in Giappone (Tokyo) e Cina (Shanghai), ci portano ad essere molto ottimisti sull’andamento delle vendite»

Con una maggioranza “bulgara” (ben il 95%), le 50 cantine tra le più importanti d’Italia confermano che il 2007 sarà un anno di vero e proprio boom per l’export del vino italiano; solo il 5% delle aziende “sondate” si aspetta invece una stabilità sul 2006, che peraltro ha fatto segnare un significativo aumento percentuale sul 2005 che tocca quasi il 10%. A sostenere questo diffuso ottimismo anche la buona crescita in termini di vendita dei vini che occupano la fascia di prezzo che va dai 5 ai 15 euro (franco cantina), indicati dal 57% del campione come i prodotti più venduti; apprezzabile anche la percentuale delle aziende che vede crescere la richiesta dei vini posizionati nella fascia di prezzo tra i 15 e i 50 euro (30%), mentre il 13% delle aziende intervistate indica in crescita la vendita dei vini che costano fino a 5 euro (franco cantina).

Il campione delle 50 cantine fra le più importanti d’Italia ha anche stilato una sorta di classifica dei Paesi/mercati più importanti per l’export dei vini italiani: al primo posto, nei mercati “in”, ci sono gli Stati Uniti (indicati dal 35% delle aziende), al secondo la Gran Bretagna (20%), al terzo la Russia (20%), al quarto il Canada (15%) e al quinto il Giappone, a pari merito, con l’India (5%). A questa speciale classifica, si contrappone quella dei Paesi/mercati “out” per i vini italiani: per il 35%, la Germania, un tempo fra i “clienti” di riferimento per le imprese vitivinicole italiane, è al primo posto, seguita dalla Francia (30%), dalla Cina (15%), che sorprendentemente non sembra ancora essere entrata a pieno regime nei meccanismi commerciali delle aziende, dalla Svizzera e dall’Italia (10%), che resta, senza sorprese, ancora un mercato in qualche modo un po’ in difficoltà.

In tema di “sale channel”, le aziende vitivinicole hanno per lo più identificato l’horeca (hotel/ristoranti/catering) come il canale di vendita migliore con il 45% delle segnalazioni, seguito da enoteche/wine bar (35%), grande distribuzione (15%) e, per ultimo, la vendita diretta (5%); a questa sorta di “borsino” dei canali di vendita, più efficaci, la classifica di quelli dalle performance meno incisive: in testa, per il 36% delle aziende sondate, c’è la grande distribuzione, seguita da enoteche/wine bar (28%), horeca (25%) e vendita diretta (11%).

Ma gli imprenditori del vino italiano dimostrano anche di non perdere il contatto con la realtà: il presente, e soprattutto il futuro, rimangono incerti, ed è impensabile che il mercato del vino, pur dimostrando una ripresa incoraggiante, possa essere completamente uscito dalla crisi. Ed ecco allora le aziende stilare una sorta di “classifica” delle preoccupazioni più impellenti che vede ai primi tre posti la possibilità di perdita della nostra competitività internazionale (per il 31% del campione), la ancora persistente debolezza nei consumi (26%) e la concorrenza dei Paesi del Nuovo Mondo (17%); seguono le incognite politico-economiche (13%), una generica incertezza sul futuro (10%) e, da ultimo, problemi valutari (3%).

Le aziende vitivinicole italiane hanno anche fornito una “ricetta” per rafforzare le posizioni e la concorrenzialità del vino “made in Italy” nel mondo: da più parti è stata evocata l’opportunità di aumentare gli investimenti sulla formazione e quelli rivolti alla conquista di nuovi mercati; altre cantine hanno invece stigmatizzato la necessità di una riconsiderazione complessiva delle politiche di promozione attuate dal nostro Paese, in vista di un piano unitario, senza inutili spezzettamenti fra enti e organizzazioni varie; altri imprenditori ancora hanno auspicato un avanzamento legislativo del comparto sia in sede comunitaria che nazionale, per snellire i pesanti obblighi burocratici del settore vitivinicolo.

Le 50 cantine italiane hanno anche indicato altri fattori determinanti per un miglioramento delle politiche di promozione del vino “made in Italy”: i produttori vedono ancora nella “polverizzazione” delle aziende vitivinicole italiane e nella insufficiente difesa dei vitigni “bandiera” dell’Italia, elementi di rallentamento competitivo; molti imprenditori del vino propongono di abolire la “filosofia” del “made in Italy” puntando invece sull’“Italian Life Style”, e cioè su un concetto comunicativo e promozionale che raccolga in sé territori, storia, cultura ed “usanze” del Bel Paese, per evocare un più incisivo slogan: “bevi, mangi e vivi come in Italia”; ed altri ancora propongono una più attenta politica produttiva allo scopo di consolidare la costanza qualitativa dei nostri vini, legata ad una politica ed un posizionamento dei prezzi più convincente. Le aziende richiedono, a grande maggioranza, che il nostro sistema punti decisamente su strategie capaci di valorizzare le peculiarità territoriali a scapito di modelli propri del “Nuovo Mondo”, come ad esempio l’introduzione dell’Igt Italia.
C. S. Servizio Stampa Veronafiere
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