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Il fotografo Giovanni Santi, ha visitato questa terra incantata, con particolare attenzione ad Atene e Salonicco, estrapolandone con i suoi scatti i segreti e le visioni più nascoste. Un viaggio nel tempo tra bar contemporanei, street art e classicità.

 


Nel suo itinerario non poteva ovviamente mancare il simbolo per eccellenza della letteratura turistica greca: l’Acropoli di Atene. In una serie di scatti Giovanni Santi la include nella cornice della quotidianità cittadina, la osserva a distanza, imprigionata nelle prospettive architettoniche del suo omonimo museo, oppure la fotografa dalla Collina di Strefi, rivelando il suo inserimento ottico nel caotico disordine urbanistico di Atene. La stessa città viene rivalutata quando dalla rocca dell’Acropoli, con il Partenone alle spalle, mette a fuoco lo spazio che si estende dal tempio di Atena Nike fino alla corona di colline che delimitano il bacino di Atene; la città e la sua indistinta periferia, sotto la luce attica, sembrano la continuazione del sito archeologico. Questo insieme costituisce il nuovo paesaggio «classico» con epicentro la Pnice, simbolo diacronico della democrazia diretta.

 

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Il mondo classico però, che sia reale o rappresentazione, non ha la precedenza nei temi di Giovanni Santi. Gli anonimi frequentatori della quotidianità s’imprimono nelle sue immagini come soggetti supplementari. Vediamo i passanti per il Lungomare di Salonicco e l’innevato monte Olimpo sullo sfondo, oppure le piccole figure nere dietro e fra le verghe verticali d’acciaio sotto la vasta scultura architettonica de Gli ombrelli. Ma se a proposito di questa opera di Georghios Zongolopulos, il fotografo si sincronizza con la capacità dello scultore di sfruttare la luce rispetto ai volumi e alla trasparenza dei materiali, nell’opera convenzionale di un altro autore, la statua di Alessandro Magno, il ruolo del protagonista è assegnato al giovane skateboarder che, con leggerezza e flessibilità spensierata, decolla dall’austero lastricato, sfuggendo dall’ombra dello stratega di bronzo. Altrove, nelle Meteore, con il pretesto del paesaggio naturale, commenta l’industria del turismo e la riproduzione di massa delle sue immagini; la grandiosità delle rocce e la luce apocalittica che investe i monasteri sono il fondo naturale al protagonismo dei turisti che affrontano il paesaggio come scenografia del loro irripetibile momento.

 

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Sebbene Giovanni Santi eviti simili riprese, ciò non gli impedisce di cedere al fascino della spontanea espressione umana, ricercandola nell’ambiente della strada, del quartiere, del divertimento, perfino nel culto religioso, quando, nella Salonicco Bizantina, incrocia il suo sguardo con quello della Vergine: rifugio della contemporanea supplice dal travaglio quotidiano. Ponendo le sue figure al centro del quadro cerca di recuperare la fiducia di chi si affaccia all’obbiettivo: di quello con la fronte rugosa e il misterioso sguardo consensivo, del pensoso oste nel Mercato Modiano e dei vecchietti nel Mercato Vlali. Altre volte, le espressioni delle persone riprese rispecchiano il rapporto con il loro ambiente di lavoro o ludico: il gioioso venditore di libri usati nel quartiere turistico di Plaka, il sorriso caloroso per la promozione di un prodotto in un Caffe Bar di Salonicco, l’indifferente malinconia del ragazzino che lavora nel Mercato dei pesci di Atene e, tutto ciò, in contrasto con lo sguardo rilassato della ragazza che al ristorante di Atene sta godendo il culto della sigaretta dopo cena.

 

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Mi commuovo quando lo sguardo di Giovanni Santi si ferma dinanzi alla nuova forma d’affreschi urbani, la street art. Ad Atene e in particolare ad Exarchia, quartiere socialmente e politicamente anticonvenzionale per antonomasia, questo tipo di arte agisce come palinsesto di poesia icastica per le facciate diroccate degli edifici neoclassici, mentre, dovunque, appropriatosi di spazi urbani, pubblici o privati, spesso anche con iscrizioni affrescate, esprime il malessere sociale per il dominio di un sistema economico globale.
L’obiettivo di Giovanni Santi imprime immagini istantanee dell’effimero in attimi e pose semplici e naturali: l’autenticità di un paese che, da sette anni, in un contesto di continua crisi economica, e con l’incertezza del futuro, si rifiuta di adottare comportamenti claustrofobici.”

 

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