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Esser “il figlio di” è quasi sempre complicato. Ci si aspetta inevitabilmente qualcosa. Insomma, non si sai mai, sopratutto in gioventù, se c’è un quid in più o viceversa. Certo è che nell’Italia enoica non mancano esempi felici e abili nel continuare la realtà di famiglia apportando innovazione, mentre altre volte si assiste a un tale scompiglio per cui si rende necessario rivoluzionare tutto.

 

 

Ma non è il caso della giovane – e si può dire – tenace, Elisabetta Pala, una donna del vino e figlia d’arte, in Sardegna. Nata e cresciuta tra i filari, dal 2013 è l’erede, nella cornice di Serdiana, a sud est dell’Isola, di un corpo vigna di 40 ettari nel pieno delle sue forze: 30 anni. L’insieme dei minerali hanno un’azione mirifica nei vigne che possono estrarre quanto è meglio e più utile dai terreni franco argillosi mixati al calcare. Ad arricchire il tutto ci pensano poi i venti del mediterraneo e quella salsedine che invade ogni angolo – pelle compresa.

Per il design, Elisabetta non sceglie i quattro mori, la bandiera sarda, un simbolo per l’isola liberata dall’oppressione saracena, ma le bandidas: donne forti, conservatrici e tenaci, e capaci di emozioni forti. Questa dunque l’immagine scelta per rappresentare Mora&Memo disegnata da Katia Marcias. Eleganza e austerità di quella Sardegna che con pertinacia mette in circolo il proprio entusiasmo sempre proiettato ad elargire benefici a chi la visita. E l’energia di Elisabetta, e il suo desiderio di esser illuminata tra la folla, si evince anche dalla scelta della forma delle bottiglie e dallo stile di vinificazione che appare in tutta la gamma lineare, sapido e incisivo. Elettrizzante nei colori pastello sui bianchi mentre più avvolgente sui rossi per una condizione di piacevolezza di cui il palato è sempre lieto, e a lungo.

 

 

Sono 75.000 le bottiglie prodotte e tra queste, il Vermentino di Sardegna Tino Sur Lie Doc 2018, dopo un breve contatto su bucce a cui segue la fermentazione in acciaio, libera un tesoro aromatico magnificamente delicato, floreale. È figlio di un giardino sbocciato nel tempo. La sapidità in bolle di cristallo è scaldata da acacia e magnolia. Nel bicchiere c’è una legittima e fedele interpretazione del vitigno in cui a parlare è quella missione della giovane donna al comando della cantina di cui sentiremo a lungo parlare.

 

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