Carlo Carnevale
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Paese che vai, cannabis che trovi: il CBD nell’alimentare di tutto il mondo

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Un passo in avanti e due indietro, a causa della sua natura ambigua e troppo spesso collegata ad ambienti criminali. Legale in alcune parti del mondo, condannata in altre e in stand-by ancora altrove, in attesa di concludere un procedimento legislativo che sembra ben lontano dalla fine. Apprezzata o meno, la cannabis, il suo contenuto non psicotropo e i suoi derivati restano sotto la lente d’ingrandimento dell’industria alimentare di tutto il mondo.

OLIO D’ORO – Particolare interesse starebbe suscitando l’olio di cannabis, ricchissimo di apporti benefici, antidolorifici e anticonvulsivanti. Facendo leva sull’assenza di effetti collaterali di rilievo, l’industria del cibo e della nutrizione sta puntando sull’olio per proporre un’ondata di prodotti innovativi. Con il termine cannabis ci si riferisce a tre distinte specie accomunabili sotto lo stesso ombrello: Cannabis sativa, Cannadis indica Cannabis ruderalis. Ciascuna di queste varietà contiene sia tetrocannabidiolo (THC), foriero di effetti psicotropi, che cannabidiolo (CBD), un pitocannabinoide che genera invece risultati calmanti e antiinfiammatori. L’approccio alla sostanza rimane comunque cauto, nonostante prove scientifiche ne evidenzino le proprietà positive, e a seconda della legislazione sotto la cui lente viene esaminata, la regolamentazione cambia.

EUROPA – In Gran Bretagna rimane una netta distinzione tra integratori e medicine che contengano CBD: una cosa è certa, la tolleranza è zero nei confronti di qualsiasi traccia di THC, a prescindere dalla tipologia di prodotto. La Commissione Europea ha recentemente classificato il CBD come Novel Food, ingrediente non tradizionale facente parte di una lista già varata nel 1997 e ideata per informare e proteggere i consumatori europei. In ogni caso, il governo britannico ha posto la Food Standard Agency (FSA) come punto di riferimento da contattare in caso di dubbi circa la legalità di un prodotto da immettere sul mercato. Da giugno 2018 in Francia è invece necessario certificare la totale assenza di THC nei prodotti proposti, cosa che ha portato svariate tonnellate di merce a essere rimossa dagli scaffali per controlli e procedure. Il CBD rimane inteso come non vincolato a questa disposizione. Stessa situazione per la Germania, che fa riferimento alla lista di Novel Foods. La Brexit potrebbe garantire alla Gran Bretagna di costituire regole interne e autonome, ma tutto è ovviamente ancora da vedere.

AMERICA E CANADA – Il Farm Bill 2018 ha già segnalato la direzione intrapresa riguardo hemp e derivati della cannabis, ma in attesa di ulteriori sviluppi negli Stati Uniti restano in vigore le ultime disposizioni della Food and Drug Administration (FDA), che ritiene illegale il CBD in cibo, bevande o integratori. In Canada uso personale e ricreativo di cannabis è del tutto legale, e contenuti rilevanti di sostanza in prodotti edibili saranno legali entro il prossimo ottobre. Il CBD è tuttavia non riconosciuto come come Prodotto Salutare Naturale, cosa che lo esclude da diete a base di integratori.

SUD AMERICA – L’Uruguay è stato il primo paese al mondo a legalizzare l’uso di cannabis sia a scopi terapeutici che ricreativi, nel 2017. Molti considerano il paese come il più avanzato ed evoluto in materia di regolamentazione di CBD, che è stato inserito in schemi legislativi già nel 2013, e può ritenersi il più importante centro di raffinamento, produzione e elaborazione di cannabis terapeutica del continente. Anche in Colombia è legale coltivare e consumare cannabis a scopo terapeutico, dal 2015; gli assi giocati dalla nazione sono un clima ideale e il bassissimo costo della manodopera, tanto da aver attratto almeno sette compagnie canadesi a investire circa 100 milioni di dollari nel settore. Situazione particolare in Messico: i produttori che ottengano un’autorizzazione prima di immettere qualcosa sul mercato, possono vendere legalmente prodotti a base di CBD con un contenuto di THC fino al 1%: questo vuol dire che i messicano possono regolarmente trovare prodotti del genere sugli scaffali dei supermercati. Per la fine del 2018 è atteso il passaggio di un riforma che permetta l’utilizzo di cannabis a scopo terapeutico.

ANCORA SUD AMERICA – L’Argentina era ritenuta il gigante addormentato fino al 2017, quando ha legalizzato CBD e cannabis a scopi ricreativi e scientifici. L’assenza di controlli e interventi governativi ha però favorito il proliferare di un pauroso mercato nero, tale da rallentare il progresso legislativo, a causa di leggi ambigue e facilmente interpretabili a piacimento. Lo scorso novembre si vide l’annuncio della creazione della più grande piantagione di cannabis legale del mondo (14mila ettari) nella provincia di Jujuy, nel nord est, firmata da una joint venture tra Cannabis Avatara State Society e gli statunitensi della Green Leaf Farms. Nettamente in contrasto con questo fiorire è invece il Brasile, ancora limitato al consumo terapeutico; le tracce di coltivazione casalinga sono pressoché inesistenti, ma nel 2017 è stato varata un’autorizzazione legale per permettere alla Brazilian Association of Cannabis Hope Support di produrre olio di CBD per scopi medici, primo caso assoluto nel paese. Infine il Cile, forse il paese con il maggior numero di ettari coltivabili a cannabis e con il maggior numero di legami internazionali per lo sfruttamento di essi. Già de-criminalizzata nel 2005 e 2015, la coltivazione di cannabis a scopi medici è addirittura incentivata dal governo, sebbene la vendita di prodotti derivati sia illegale.

ASIA E AUSTRALIA – In Australia, le regolamentazioni restrittive hanno di fatto reso stagnante la situazione: i prodotti a base di CBD a scopo farmaceutico sono legali, purché richiesti e ottenuti esclusivamente tramite Special Assess Scheme. Tutti i prodotti derivati dalla pianta sono considerati come droghe, e possono essere consumati soltanto a esclusivo scopo medico previa certificazione e autorizzazione, allontanando di fatto potenziali investitori stranieri. In India è invece permesso importare cannabis medica purché si esibisca un certificato medico che lo richiede; il costo medio dei prodotti è comunque astronomico, per cui il consumo rimane piuttosto contenuto, ma nei prossimi mesi dovrebbe arrivarsi a una svolta importante in materia di produzione e commercio anche all’interno del paese. Nelle Filippine, la parola d’ordine è Bill 6517: una disposizione governativa che permette il consumo di cannabis a scopo terapeutico, per pazienti che soffrano di condizioni debilitanti causanti dolori cronici, tra le altre cose. Si prevedono progressi in termini di prodotti farmaceutici a base CBD, ma pare ancora lontana l’approvazione nei settori alimentari.

Fonte: nutraingredients-latam.com

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