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“A” come Agricoltori: soltanto chi coltiva direttamente il vigneto può instaurare un rapporto corretto tra uomo e vite, e ottenere un’uva sana e matura esclusivamente con interventi agronomici naturali. “A” come Artigiani: occorrono metodi e capacità artigianali per attuare un processo produttivo viticolo ed enologico che non modifichi la struttura originaria dell’uva e non alteri quella del vino. “A” come Artisti: solamente la sensibilità artistica di un produttore, rispettoso del proprio lavoro e delle proprie idee, può dar vita a un grande vino dove vengano esaltati i caratteri del territorio e del vitigno. Più che un motto o uno slogan, le tre “A” del progetto Triple A rappresentano un vero e proprio stile di vita. Un credo, una filosofia, un wind of change che lo scorso 13 marzo ha portato una ventata di primavera a Bologna per un ventesimo anniversario davvero indimenticabile.

Fondata da Luca Gargano nel 2003, Triple A è stata la prima distribuzione al mondo a scommettere sui cosiddetti “vini naturali”. Le sue tre “A”, del resto, rappresentano proprio le fondamenta necessarie affinché un vignaiolo possa produrre un grande vino. Lo sa bene il fondatore di Velier, che per festeggiare i 20 anni del primo catalogo di vini naturali ha voluto riunire più di 80 produttori dall’Italia e dal resto del pianeta nel suggestivo Palazzo Albergati di Zola Predosa. Qualche numero? Circa 2.000 ingressi (solo operatori del settore Ho.Re.Ca.) e vignaioli provenienti da 13 differenti nazioni. Del resto, i 20 anni non sono mica un traguardo qualunque.

Questa giornata di festa e degustazione ci ha permesso di incontrare e conoscere dal vivo alcuni tra i principali protagonisti della rivoluzione culturale che ha investito il mondo del vino, degustando etichette tanto rare quanto intriganti da Nord a Sud Italia. Per esempio, il celebre Merlot di Radikon (Gorizia) con sentori di formaggio erborinato o l’altrettanto noto Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe (Teramo), con le sue note floreali lievemente ammandorlate e di frutta bianca delicata. Senza rinunciare alle incursioni dall’estero, con l’opportunità di provare vitigni meno comuni come l’Aligoté della Borgogna o il Vino Novello 100% Gamay del Beaujolais. Vini, nel complesso, accomunati da una sorprendente acidità e capaci di rompere gli schemi di ogni singolo vitigno. Persino dei più tradizionali.

Le tre aziende che ci hanno colpito di più

Radikon

La famiglia Radikon vive a Oslavia, a Gorizia, da sempre nella stessa casa. Dopo il reimpianto dei vigneti e la ricostruzione degli edifici distrutti durante la Prima Guerra Mondiale, Edoardo Radikon ricostituisce l’azienda nel 1948, dedicandosi oltre che all’agricoltura anche all’allevamento. Nei primi anni ’80 l’azienda viene tramandata al figlio, Stanko, che si concentra sul vino iniziando ache ad imbottigliare per la vendita. Dal 2016 Radikon è portato avanti da Saša, Suzana, Ivana, Savina e Luisa. I terreni vengono lavorati, oggi come ieri, nel pieno rispetto e amore per la natura: l’erba sfalciata, i sarmenti e le vinacce sono gli unici concimi per questo terreno minerale, la ponka, roccioso in profondità e sfaldabile in superficie, e i trattamenti, solo a base di rame, zolfo e propoli, sono ridotti allo stretto necessario. La vendemmia, manuale in cassette, avviene solo quando le foglie ingialliscono e i semi all’interno degli acini sono maturi. L’uva diraspata fermenta spontaneamente a contatto con le bucce e dopo un variabile periodo di macerazione, si passa all’invecchiamento in botti grandi e poi all’affinamento in bottiglia. Il tutto avviene perseguendo un’idea completa di rispetto per la natura e per le persone, che possono berlo dopo circa 6 anni dalla raccolta. Ogni vino racconta la storia della famiglia Radikon, del loro territorio, dell’annata passata e dell’evoluzione dell’azienda, tesa sempre alla ricerca del costante miglioramento.

Anno di fondazione: 1948
Ettari coltivati: 18
Vitigni coltivati: Chardonnay, Friulano, Pinot Grigio, Ribolla, Sauvignon Blanc, Merlot, Pignolo, Pinot Noir
Bottiglie prodotte: 50.000

Emidio Pepe

L’arte del vino nella famiglia Pepe è stata tramandata da quattro generazioni. Quando si pensa all’Abruzzo, è impossibile non pensare del resto al grande narratore della storia del vino di questa regione: Emidio Pepe. Torano Nuovo è lo scenario di fondo dove, da fine ‘800, si iniziano a gettare le basi di questo magnifico racconto, che proprio con Emidio nel 1964 prende concretamente forma con la fondazione della sua azienda. Oggi sono le figlie Daniela e Sofia, con le nipoti Chiara ed Elisa a continuarne la trama, in cui il fil rouge è sempre dettato dal grande fondatore. Mari e monti fanno da cornice, donando un clima di perfetto equilibrio tra la sapidità marina e la freschezza montana, che danno come risultato un ideale bilanciamento alle uve tra zucchero e acidità. 15 ettari di vigneti costituiti da viti di Montepulciano e Trebbiano d’Abruzzo, con una piccola parte di giovani vigne di Pecorino, sono i vitigni simbolo della regione, che Emidio ha lavorato per più di 50 anni portando avanti come principi cardine del suo metodo produttivo autenticità e rispetto della vigna e del vino. In vigna, gli interventi sono al minimo indispensabile per mezzo di pratiche biologiche e biodinamiche grazie a preparati degli stessi, letame, zolfo e rame. In cantina la filosofia non si discosta, visto che la chimica non è ben accetta. Il suolo argilloso-calcareo dona alle viti un frutto che non ha bisogno di aggiunte o ritocchi. Tutti i processi avvengono nel totale rispetto delle tradizioni, dalla raccolta a mano alla pigiatura con i piedi fino all’imbottigliamento senza filtrazione. La fermentazione è effettuata in vasche di cemento con i lieviti naturali senza aggiunta di anidride solforosa e poi affinato in bottiglia per 5,10, 20 anni. Dal più selvatico Montepulciano 2007 all’equilibrato e perfetto 2010 fino ad arrivare al più giovane ma ricco 2014, si riesce a celebrare la bellezza e veridicità di questo vitigno. La freschezza della nuova generazione unita alle tradizioni della vecchia rappresenta oggi il connubio perfetto per guardare al futuro e una garanzia per chi compra a continuare ad assistere all’apertura di vecchie annate e al re-imbottigliamento istantaneo per assicurare una maggiore qualità al vino.

 

Anno di fondazione: 1964
Ettari coltivati: 15
Vitigni coltivati: Trebbiano d’Abruzzo, Pecorino, Montepulciano
Bottiglie prodotte: 90.000

Domaine De Moor

Oliver e Alice De Moor sono i fondatori del Domaine che sorge nel villaggio di Courgis, all’interno della rinomata regione di Chablis. Promotori di un’agricoltura al naturale e sostenibile, nel 2005 i vigneti vengono convertiti in biologico con la certificazione Ecocert. I terreni vitati si estendono su 7 ettari, principalmente coltivati con uve a bacca bianca: Chardonnay, Sauvignon Blanc e Aligoté spalmati sulle diverse appellazioni di Chablis, Saint-Bris, Bourgogne Aligoté e Chitry. L’utilizzo di chimica viene sostituito da preparati di zolfo e rame ed estratti naturali di piante. È dunque la semplicità a riassumere il loro metodo produttivo grazie all’attesa della piena maturazione dell’uva, alla raccolta manuale e all’invecchiamento inpiéce di legno da dodici a sedici mesi. Tre semplici passaggi che riconducono a una genuinità produttiva. Grazie alla genuinità e semplicità produttiva dello Chablis, i De Moor si fanno conoscere riportando in auge un vino che da sempre ha dovuto soddisfare grandi esigenze commerciali. Tra i vini più rinomati dell’azienda si ricordano lo Chablis “Coteau du Rosette”, “L’Humeur Du Temps”, il “Bel-Air et Clardy”, il “Bourgogne Chitry”. Per ultimo, non in ordine di importanza, il “Bourgogne Aligoté Plantation 1902” che è prodotto con uve che provengono da vigne impiantate nei primissimi anni del novecento.

Anno di fondazione: 1985
Ettari coltivati: 6,5
Vitigni coltivati: Chardonnay
Bottiglie prodotte: 40.000

Oltre al ventesimo anniversario dalla fondazione delle Triple A, hanno guidato l’evento bolognese altre due tematiche principali profondamente legate tra loro: il futuro del vino e il ritorno alla policoltura. Ai banchi di degustazione, si è affiancata infatti una sfiziosa “Bottega”, che ha raccolto tutti i prodotti agricoli realizzati dai vignaioli e dai produttori della Dispensa Triple A. Ad accompagnare questa giornata di convivialità, non potevano mancare poi gli artigiani del cibo, che seguono nelle loro cucine proprio la stessa filosofia che dal 2003 Velier ricerca nel bicchiere. Tra le aziende presenti, segnaliamo il Pastificio Giovanni Fabbri (Strada in Chianti, FI), Le Macchie di Paolo Parisi (Lari, PI), la Macelleria Bacci (Montignoso, MS), la Bottega Pavesi (Cortemaggiore, PC), Fromagerie Antony (Vieux-Ferrette, Francia), Antonello Egizi (Capestrano, AQ), il Forno Brisa (Bologna), il Panificio Piuma (Genova) e tante altre ancora.

Il Decalogo dei vini triple A

I vini Triple “A” possono nascere solo…

  • da una selezione manuale delle future viti, per una vera selezione massale.
  • da produttori agricoltori, che coltivano i vigneti senza utilizzare sostanze chimiche di sintesi rispettando la vite e i suoi cicli naturali.
  • da uve raccolte a maturazione fisiologica e perfettamente sane.
  • da mosti ai quali non venga aggiunta né anidride solforosa né altri additivi. L’anidride solforosa può essere aggiunta solo in minime quantità al momento dell’imbottigliamento.
  • utilizzando solo lieviti indigeni ed escludendo i lieviti selezionati.
  • senza interventi chimici o fisici prima e durante la fermentazione alcolica diversi dal semplice controllo delle temperature.
  • maturando sulle proprie “fecce fini” fino all’imbottigliamento.
  • non correggendo nessun parametro chimico.
  • non chiarificando e filtrando prima dell’imbottigliamento.
  • dalla migliore espressione del terroir al quale appartengono.

Per saperne di più sui produttori Triple A: www.triplea.it/it/123-produttori-vino

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