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Kuaska racconta i birrifici artigianali italiani emergenti

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Tanto si è scritto e parlato, specie ultimamente e non sempre purtroppo con cognizione di causa e competenza, del boom della birra artigianale nel nostro paese. Nel 2016, per celebrarne i primi vent’anni, ho risposto a mille interviste, dall’Italia e dall’estero, che si concludevano quasi tutte con la stessa domanda: “Come vedi il futuro della birra artigianale italiana?”. La mia risposta, a prescindere dalla lingua e dal background dell’interlocutore, era sempre la medesima: “Non ho la palla di cristallo ma ritengo che il futuro sarà roseo, con incremento della produzione, ampliamento dell’impianto e grande riscontro da parte dei consumatori e degli addetti ai lavori per coloro che avranno puntato e investito su fattori essenziali e decisivi.

 

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Annuario Microbirrifici

 

In primis la consapevolezza di essere imprenditori. Tatuaggi, code, piercing, rock a manetta in sala cottura come nella maggior parte dei birrifici americani ma sempre con i conti fatti bene e le idee chiare su come vendere, distribuire e comunicare. Altro fattore di estrema importanza deve essere ben presente nella mente dei nuovi birrai. Mi riferisco alla qualità e alla costanza del prodotto. Non sopporto sentir dire, anche se a ragione, che una birra una volta “è così” e un’altra volta “è cosà”! Quanto mi piace vedere sempre più laboratori nei nostri birrifici e quanto mi piace constatare che, come ci insegna Yvan De Baets, il lievito venga considerato un amico del birraio.
Non che i pionieri non ritenessero importanti questi fattori, anzi Teo Musso e Agostino Arioli, solo per fare i due nomi più autorevoli, ci puntavano eccome ma erano altri tempi, altra concorrenzialità, l’industria non ci aveva messo lo zampone e forse si era più romantici!
Si sa molto degli albori ma forse si sa meno del periodo intermedio, quello relativo agli ultimi dieci, vorticosi anni. Ecco perché, su stimolo dell’amico e direttore Pasquale Muraca, ho accolto con entusiasmo la scelta dell’argomento per l’edizione 2019.
Pensando, d’accordo con l’editore, a una seconda parte per l’anno prossimo, dedicata ai birrifici nati dal 2014 al 2019, questa prima parte terrà in considerazione i produttori nati dal 2008 al 2013.

Ne ho selezionati venti di gran valore col rischio, oggi molto presente, di dimenticarne qualcuno. Di questo mi scuso e, anzi, sarò pronto a rimediare nel prossimo articolo.
Non ho espressamente voluto ricorrere a cifre, statistiche o altre classificazioni ma ho voluto dare voce ai vari birrai, alle loro storie, alle loro opinioni e alle loro prospettive, certo che, dalle loro parole, sarebbe uscita la loro personalità e la loro diversità, parola chiave per artigiani del paese più votato alla diversità che esista al mondo, alludo ovviamente alla nostra Italia, leader riconosciuta della cosiddetta “craft beer revolution”.
Direi che sia ora di sentire i nostri birrai. Ho rivolto a tutti e venti le stesse seguenti sei domande:
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”.
Riporto ora le venti interviste, seguendo la cronologia dell’anno di apertura di ogni birrificio che, ripeto, va dal 2008 al 2013.

 

BIRRIFICIO FOGLIE D’ERBA

 

Gino Perissutti di Foglie d’Erba

Comincia nel 2008 a Forni di Sopra, nella lontana da tutto, splendida Carnia, l’esaltante percorso di Gino Perissutti che col suo Birrificio Foglie d’Erba ha saputo farsi apprezzare e stimare unanimemente e… scusate se è poco! Modesto per natura, come molti friulani, Gino non si è certo montato la testa per essere stato nominato Birraio dell’Anno nel 2011, solo tre anni dopo l’inizio della sua attività professionale. Sentiamolo senza indugio.
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
Tanta “primordiale” passione innanzitutto: prima di cimentarmi con le prime (disastrose, ma colme di una certa nostalgia…) cotte, ho spillato al nostro locale di famiglia centinaia di referenze provenienti dall’Europa intera, e non solo. Cosa piuttosto rara per fine anni Ottanta. Ero diventato una sorta di incubo per i distributori del tempo, chiedevo continuamente novità per sete di conoscenza e rimanevo comunque indipendente, senza volermi legare a contratti su impianto o altro. Allora era assai diverso: l’Italia era vista come il paese del futuro, grazie al grande turismo estero si potevano reperire facilmente moltissime referenze da ogni dove, addirittura in cartoni misti. Poi, si sa, le cose son andate diversamente, solo i consumi pro-capite non son cambiati. Iniziai con quel sano tocco di follia che non guasta mai, vivendo in un paesino di 900 anime, galline comprese, lontano da tutto. Davvero… ho iniziato con un impianto da 180 litri ed infinite cotte di fila… notte e giorno, il fisico reggeva allora.Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Molti i viaggi in una terra che ho sempre amato, la Repubblica Ceca: la birra del cuore per eccellenza è la Pilsner Urquell di quegli anni là, bevuta tra il fumo spesso e suoni indistinti sulle panche di UZlatejo Tygra a Praga. Più avanti, Pliny the Elder di Russian River. Pretenzioso il ragazzo…ovviamente mai avvicinate con le mie produzioni, ma l’ispirazione rimane.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
Come per ogni contesto giovane, e quello della birra artigianale italiana lo è eccome, molte cose possono cambiare piuttosto velocemente. Mi manca un poco una certa “autenticità” e semplicità nei rapporti tra colleghi/amici di qualche anno fa, ma sono felicissimo nel vedere quanta conoscenza e bravura hanno le nuove leve, molta più di tanti (ovviamente non tutti) tra noi “pionieri”. Penso sempre al plurale e mi piace guardare ai lati belli del presente, senza troppa nostalgia, che è cosa più privata e si può sempre esercitare tra vecchi amici.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Niente affatto, mi diverto sempre tanto. Solo magari, il non essere ancora riusciti a creare un vero ed autentico orgoglioso movimento della birra artigianale italiana indipendente votata alla ricerca di qualità e costanza. Ma ci siamo quasi… vorrei perdessimo meno tempo in chiacchiere e futilità e ci godessimo meglio il nostro lavoro e la condivisione che ne nesce. Sempre con grandi umiltà e voglia di crescere prima culturalmente.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
La voglia e la passione sono quelle del primo giorno. Sono consapevole di fare uno dei migliori mestieri possibili, fatto di tanta fatica e rischio, ma di altrettante belle emozioni e persone da conoscere. Il grande Hrabal scriveva che la verità è alcolica, a patto che l’alcol sia di quelli buoni e “sani” e che non se ne abusi affatto.
Prospettive future moltissime, a partire da una maggior presenza e legame col mio splendido territorio, con posti di lavoro per la gente di qui, con linea di birre dedicate e maggior diffusione “culturale” sullo stesso, grazie al supporto di associazioni quali Unionbirrai ed ai tanti amici che vengono a trovarci quassù, oltre naturalmente al nostro, di lavoro. Vorrei inoltre che l’unione tra noi colleghi si cimentasse ancor più, con progetti seri e “definitivi” per il bene futuro del movimento intero. Senza paura, con lungimirante realismo magari riuscire un giorno a replicare la Pilsner Urquell di allora o la prima Pliny the Elder che ho bevuto…
Una battuta per concludere: “quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”.
Sarebbero troppe ed ho troppi amici. Te ne cito due a caso ma molto rappresentative in questa mia “classifica”, giusto perché mi hanno accompagnato nella cotta odierna : Bruska del Birrone e Magnus di Croce di Malto.

 

BIRRIFICIO CARROBIOLO

 

Pietro Fontana di Carrobiolo

Il Birrificio Carrobiolo nasce a Monza nel 2008, all’interno del convento dei Padri Barnabiti per poi trasferirsi nella nuova location dal 2014, dove il birraio Pietro Fontana si sente più libero di esprimere la sua personalità di innato innovatore e audace ricercatore. Nascono così, accanto alle sue classiche produzioni, birre spericolate, con ingredienti a dir poco inusuali come il pomodoro, il cetriolo, i funghi porcini e così via.
Pietro è un birraio genuino che non cadrà mai nella tentazione del “famolo strano” ma che crede nella filosofia del non porre limiti all’immaginazione e alla sperimentazione. Noto per non avere peli sulla lingua e la sua “vis polemica” da lui mi aspetto risposte sanguigne e pepate.
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
Ho iniziato da bieco e ossessivo collezionista di bottiglie di birra nel 1990. A furia di assaggiare birre diverse mi sono appassionato più al contenuto che al contenitore. Era l’epoca “pre-internet” e per inquadrare una birra ti facevi bastare 2 cose: 1) Leggere l’etichetta (stile, paese di provenienza, alcol, e poche altre informazioni) e 2) Assaggiarla senza pregiudizi, a mente libera e vergine.
Visitare i birrifici era un’occasione rara, parlare con un birraio ancora di più!
Poi qualche pioniere ha messo su un microbirrificio anche in Italia… la collezione chiamava le nuove bottiglie… e lì è cambiato tutto! è nato l’interesse per la produzione, la scoperta dell’homebrewing, le degustazioni di Kuaska, Unionbirrai, il newsgroup Hobbybirra.it, il primo raduno Homebrewer a Piozzo, i seguenti concorsi, le continue nascite di nuovi birrifici…
Poi è maturato il progetto del microbirrificio Carrobiolo. In un contesto monastico (nel quale lavoravo come educatore da 10 anni, il Carrobiolo di Monza); con l’obiettivo non solo di produrre birra ma anche di promuovere inserimenti lavorativi per dispersi scolatici e ragazzi a rischio di disagio.
Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Tutto è stato fonte di ispirazione! Non nascondo -come fanno in tanti- i primi amori: come Schneider Aventinus e Schlenkerla Marzen; Fantôme, Dupont e La Chouffe; Guinness, Goldie e Thomas Hardy. La Motor Oil di Beba presentata da Enrico Borio mi ha segnato tanto quanto Orval; l’Artigianale di Beppe-Bidu tanto quanto Sierra Nevada.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
Moltissime differenze! In bene: mediamente oggi bevo meglio che prima e ho una scelta infinita! Se facessi ancora la collezione di bottiglie oggi impazzirei per star dietro alle novità. In male:
Questo tsunami di offerta crea anche una confusione pazzesca.
Veri Birrifici artigianali-falsi birrifici artigianali;
Birrifici agricoli veri-birrifici agricoli di comodo;
Birrifici ex-artigianali oggi industriali perché hanno venduto alle multinazionali che però vengono visti ancora come artigianali e “hanno fatto bene perché hanno fatto i soldi”;
Birrifici artigianali che si strutturano per essere acquisiti dalle multinazionali della birra industriale;
Beerfirm oneste con un sogno nel cassetto-beerfirm esperte solo di marketing, logistica e non sanno un cazzo di birra; distributori improvvisati con bancalate di birre artigianali stoccate in capannoni con 35°C in estate;
Publican paladini della birra che fino a ieri erano i re dello Spritz o gestivano sushi bar;
Publican che fanno finta di fare i birrai mettendo nei loro locali birre a loro marchio ma che sono di altri;
Birrai che fanno finta di fare i publican o i ristoratori aprendo locali, pub, ristopub invece di fare la birra;
Infiniti “Festival dei birrifici artigianali” in cui però trovi beerfirm/distributori e i loro commerciali invece dei birrifici e dei birrai;
Festival dei birrifici artigianali dove ci si fa la guerra tra colleghi a rubarsi la postazione migliore vicino al “food” e a notte fonda si litiga per essere i primi a portare il furgone nell’unico passo carraio dove si può caricare così si va via prima;
“Filtrare e pastorizzare è il male assoluto” ma aggiungere nella birra ogni sorta di coadiuvante di processo e centrifugare a manetta va benissimo “perché così il prodotto è più stabile” e poi tanto “conta solo quello che hai nel bicchiere” e non quello che c’è dietro;
Mega esperti improvvisati che tengono serate di degustazione senza saper riconoscere un difetto palese e presentano le birre ripetendo a memoria le caratteristiche dichiarate nella scheda di presentazione sul sito del produttore;
Leoni da tastiera che godono nel pontificare la loro autocertificata onniscienza, sputando sentenze e condanne su tutto e tutti per contare un pò di più nel mondo della birra e per scroccare gratis qualche birra ed entrare agli eventi senza pagare il biglietto;

 

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Colleghi birrai che ti chiedono la Tomografia Assiale Computerizzata di una tua birra perchè gli è piaciuta tanto (ma che in realtà non riescono a fare come te e te la vogliono copiare…pardon… si dice prendere ispirazione) e poi quando tu gli fai una domanda su una loro birra ti rispondono evasivamente glissando ogni dettaglio tecnico “perché quella birra non è ancora a punto e stiamo facendo un sacco di prove”;
La bottiglia di vetro è il miglior contenitore per la birra artigianale… finché non arriva la moda delle “latte”;
Premi alle birre, premi ai birrifici, premi ai birrai… e alla fine anche premi alle etichette e al packaging (sponsorizzati da produttori di etichette) che vengono consegnati ai birrai invece che ai grafici/designer che li hanno fatti;
Quando ho iniziato Teo Musso era un pallido e timido provinciale, oggi è un sorridente hipster internazionale di successo (questo lo taglierei!! se lo metti ti denuncio). Quando ho iniziato Enrico Beba era Enrico Beba, oggi è ancora Enrico Beba.
L’anno scorso, due birrai amici che non riescono mai a vedersi, uno del nord e uno del sud, hanno sentito l’esigenza di fare una cosa: un raduno di birrai. Un altro festival??? No no! Una giornata a porte chiuse solo per birrai, aiuti birrai, cantinieri. Senza pubblico pagante, senza quote di iscrizione, senza stand, senza gettoni, senza tacche sui bicchieri, senza laboratori, senza organizzatori. Una giornata di birrai per i birrai che si vogliono conoscere, incontrare e soprattutto vogliono divertirsi mangiando, bevendo e scambiarsi idee, consigli, esperienze.
Ognuno porta da casa qualcosa da bere e da mangiare (la regola è “solo roba buonissima”) e poi lo si mette sui tavoli e si condivide. Loro decidono solo data e luogo, poi invitano tutti i birrai di cui hanno il numero in rubrica e invitano ad invitare lo stesso. Un passaparola con WhatsApp. Tutti invitati: artigianali, agricoli, industriali. è solo passaparola… ma è stato sufficiente sia per il 2018 che per il 2019 a far conoscere molti birrai mai visti prima, provenienti da tutta Italia, per creare una festa unica e magica e assaggiare splendide birre non mainstream che altrimenti si sarebbero assaggiate difficilmente.
Questo spirito me l’avevano fatto respirare i birrai pionieri agli albori del movimento artigianale italiano e aleggiava ancora un pò 11 anni fa quando ho iniziato. Oggi, nonostante tutto e un pò anche grazie al “ritrovo dei birrai”, quello spirito sopravvive ancora nel cuore di quei birrai che sono prima appassionati e poi imprenditori e che hanno il cuore più grande del portafogli.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Non ti bastano? Nonostante tutto quello scritto sopra, sì! Ho ancora qualche sassolino nelle scarpe ma me li tengo per il prossimo libro che vorrei scrivere con te, caro Kuaska! La vera storia della birra artigianale italiana! Quella di cui in tanti sanno molto ma che nessuno osa raccontare. Quella piena di scheletri negli armadi e quella con le pezze al culo; quella dei finti luccichii e dei falsi eroi; quella dei veri sacrifici di chi ha seguito la sua passione a tutti i costi senza mai mollare e senza scendere a compromessi al ribasso.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
Quello che fa andare avanti davvero sono i debiti da pagare, per poi fare nuovi investimenti e reindebitarsi.
Però perfezionare alcune birre e soprattutto crearne di nuove è una soddisfazione senza pari. Realizzare birre come la 1111, la CoffeeBrett, la ITA-Italian Tomato Ale, la P.I.S.-Porcini Imperial Stout o l’ultimogenita Peter Panettone accanto a Pils, Brown Ale, Tripel e Saison è il mio modo di divertirmi e di andare avanti. Il prossimo progetto? Una Juicy (alla colatura di alici e diacetile) e una Ordinary Bitter.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”
Facilissimo… la Punk IPA!

 

BIRRIFICIO DI SORRENTO

 

I due cognati sorrentini Giuseppe Schisano e Francesco Galano costituiscono una coppia affiatata e perfettamente assortita, fattori che hanno giocato un ruolo decisivo nello sviluppo e nel successo del loro Birrificio di Sorrento, nato come beer-firm nel 2008 e diventato birrificio dapprima con un piccolo impianto a Massa Lubrense e poi, anche, nel 2017 con uno più grande, proprio a Sorrento. Idee chiare, piedi per terra, umiltà, capacità imprenditoriale, laboratorio interno, ecco le parole chiave della loro crescita professionale e qualitativa. Passo la palla a Giuseppe che sarà felice di raccontare la loro bella storia.
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.

 

Giuseppe Schisano e Francesco Galano del birrificio di Sorrento con Kuaska

 

Abbiamo cominciato come Homebrewers e fin da subito abbiamo cullato il sogno di aprire un birrificio artigianale. Il nostro territorio ha una forte vocazione turistica ma comporta anche costi alti per attività come la nostra. Non sarebbe stato possibile avviare ciò che abbiamo realizzato se non avessimo tenuto in considerazione la realtà da cui partivamo. Il nostro credo è sempre stato quello di puntare sulla qualità e sulla territorialità e per far ciò abbiamo dovuto studiare e continuiamo a farlo. Nel 2009 siamo partiti come beer firm e in 4 anni non siamo mai mancati ad una sola cotta… sempre presenti! La nostra prima Birra è stata la Syrentum una Birra Chiara con bucce fresche di limoni di Sorrento IGP e nel 2010 nacque la Minerva Birra Ambrata con bucce fresche di Arance di Sorrento. Le Birre furono apprezzate e nel 2013 decidemmo di fare uno sforzo in più e di installare un piccolo impianto in penisola Sorrentina. Un impianto di terza mano, da 3 hl, caricato in un piccolo furgone e rimontato pezzo per pezzo in un locale da 65 mq a Massa Lubrense. Un impianto piccolo ma che ci ha permesso di far crescere le nostre Birre in qualità e in tipologie ricevendo riconoscimenti e soddisfazioni. Sempre più spesso il Birrificio è diventato meta di visite di appassionati e curiosi con veri e proprio viaggi organizzati. Ma le piccole dimensioni dell’impianto di Massa Lubrense hanno sempre un pò sacrificato l’aspetto “esperienziale” della Birra Artigianale. Il passo successivo era quello di un impianto produttivo che potesse aumentare la produttività e la qualità delle Birre. Si rendeva necessario un nuovo stabilimento con nuove tecnologie e attrezzature ma oltre a ciò volevamo creare una struttura dove il visitatore potesse immergersi a 360° gradi nell’esperienza Birra. Dove potesse vedere uomini e impianti all’opera. Dove potesse comprendere i nostri sforzi nella ricerca osservando gli studi fatti nel nostro laboratorio di microbiologia, dove alla fine del percorso potesse provare il risultato finale del progetto degustando le birre magari accompagnate da qualche eccellenza gastronomica della nostra Terra. è proprio con queste caratteristiche che nel 2018 abbiamo dato vita al BIRRIFICIO SORRENTO EXPERIENCE a pochi passi dal centro di Sorrento.
è stata una crescita continua e costante, a piccoli passi, e probabilmente il meglio ancora deve arrivare. Attualmente nel nostro laboratorio di microbiologia, tra le altre attività, stiamo selezionando lieviti prelevati dalle bucce degli agrumi.

Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
La fonte d’ispirazione iniziale sono stati sicuramente i birrifici belgi e i primissimi birrifici artigianali italiani. Nella nostra storia ha svolto un ruolo tanto fondamentale quanto inconsapevole, il Birrificio Belga De Ranke. I primi studi di fattibilità per aprire un Birrificio ci palesarono le difficoltà, di cui abbiamo parlato prima, e stavamo per rinunciare. In seguito, partecipando ad una delle prime edizioni de “il Villaggio della Birra” (Dio salvi Gianni Tacchini) degustammo le ottime Birre di Nino Bacelle (De Ranke) che ci spiegò che non aveva un impianto di proprietà ma che produceva su impianti di altri. Si poteva quindi iniziare a produrre dell’ottima Birra “rimandando” l’investimento dell’impianto. Questo ci diede una nuova iniezione di entusiasmo e partimmo con la nostra avventura. Le ispirazioni iniziali furono queste poi i tempi cambiano, ti evolvi, le tue conoscenze si allargano ma la tua sete di conoscenza non si placa per cui ti apri alla conoscenza a 360°, cerchi di conoscere il più possibile. Credo che chi ama ed ha passione per un mondo così ampio è molto limitante essere un “integralista” in quanto ti preclude gran parte di un affascinantissimo universo.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.

 

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Annuario Microbirrifici

 

Dieci anni fa si era in pochi, si respirava passione vera in quanto il mercato era pressoché di appassionati e il consumatore medio a stento capiva quello che facevamo. Da una parte ti venivano perdonati più facilmente errori di “inesperienza” ma dall’altra non era semplice far capire il valore delle Birre Artigianali al grosso del mercato. Oggi c’è tantissima confusione non solo tra industriale e Artigianale ma anche tra le stesse Artigianali. Il mercato sicuramente è cresciuto ma è cresciuto a dismisura anche il numero dei marchi di Birra e distinguersi è sempre più difficile.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Ciò che conta è lavorare con impegno, dedizione e intelligenza seguendo la propria stra… saranno i tuoi stessi successi a far “schiattare” gli invidiosi e i detrattori.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
In questa avventura ci abbiamo sempre creduto e ci abbiamo speso sudore e soldi. Portare avanti attività del genere in Italia non è per niente semplice. Fortunatamente non sono mai mancati gli apprezzamenti ai nostri prodotti e questo è importante. Le nostre Birre sono ben recepite anche dai consumatori internazionali e quindi è naturale cercare di crescere in questa direzione. Sempre senza fare il passo più lungo della gamba. Dobbiamo sempre far crescere proporzionalmente la produzione e la qualità. Puntiamo molto anche sul turismo esperienziale per il quale ci siamo attrezzati e spero in un prossimo futuro di poter specializzare gli impianti verso produzioni diverse destinando quello di Massa Lubrense a produzioni in botti.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”
Tutte quelle birre a bassa fermentazione o a fermentazione spontanea che mi emozionano!

 

BIRRIFICIO LARIANO

 

Dopo anni di tenace homebrewing, con birre d’una qualità e potenzialità tali da far facilmente presagire un futuro da professionisti, nel 2008, il pacato Emanuele Longo e l’ancor più pacato Fulvio Nessi aprono il loro Birrificio Lariano nel lecchese, dapprima a Dolzago per poi ampliare impianto e cantina, spostandosi nella sede attuale, nella vicina Sirone. Ho voluto sottolineare la pacatezza dei nostri due eroi proprio perché, nel corso della loro decennale carriera hanno proposto birre davvero notevoli, certamente poco pacate ma anzi di grande varietà, spaziando con maestria e padronanza dalle basse alle alte fermentazioni sino all’esaltante progetto delle birre alla frutta. Lascio ora la parola ad Emanuele, reduce dal bel risultato ottenuto, quinto posto ex-aequo, a Birraio dell’Anno 2018.
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
L’inizio è stato un pò in sordina, poca comunicazione, social inesistenti. Siamo partiti con un piccolo impianto da 150 litri per iniziare a testare le birre che avevamo intenzione di produrre. Questa fase è durata circa un anno. Successivamente costituita la società e fatto un minimo di business plan, abbiamo strutturato il birrificio con una sala cottura da 600 litri e con quattro fermentatori da 1200 litri. Inizialmente il nostro impiego in birrificio era esclusivamente durante la fine giornata in settimana e il sabato e la domenica, visto che lavorativamente parlando facevamo altro. Questo è durato circa 4 anni. Come la maggior parte dei birrifici che in quel periodo iniziavano l’attività, lo si faceva principalmente per passione.

 

Il team del birrificio Lariano

 

Forse allora ci si poteva permettere di farlo principalmente per la spinta emotiva. Dopo un discreto percorso di homebrewer è partito il progetto insieme al socio Fulvio; ricordo bene quel 25 maggio del 2008 partiti con la prima cotta di LaGrigna, ancora adesso è il nostro cavallo di battaglia. Inizialmente nella nostra filiera produttiva avevamo 4 birre; ad oggi produciamo, tra le stagionali e non, ben 27 tipologie di birra.
Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Per quanto mi riguarda inizialmente la fonte d’ispirazione furono Agostino Arioli e Teo Musso. Stiamo parlando di ben 12/13 anni fa
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
11 anni fa quando siamo partiti il numero dei birrifici esistenti erano meno della metà di quelli esistenti tuttora. Le start up erano ai tempi, abbastanza approssimative, lo stesso le quantità produttive. In qualche modo nel bene o nel male si riusciva a partire. La conoscenza del prodotto artigianale era agli inizi e tutto quello che riguardava stili e qualità del prodotto stesso non erano alla portata di mano. Con il passare degli anni tutto quanto è cambiato, la cultura delle craft è aumentata e di conseguenza tutto quanto è andato verso l’ottimizzazione del ciclo produttivo e a favore della qualità stessa del prodotto finito. C’è sicuramente maggiore coscienza e conoscenza che nel bene e nel male sviluppa dinamiche più o meno positive.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Non ho nessun sassolino, solo la giusta competizione.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
La nostra è un’azienda nell’ambito delle craft beer che inizia ad avere una produzione importante, con 5 dipendenti e 2 soci lavoratori. Continua comunque a farci andare avanti il piacere di lavorare in questo ambito. Personalmente sono uno che, compatibilmente con le risorse economiche, mi piace sempre guardare avanti e migliorare la qualità del lavoro e del prodotto. L’obiettivo per il 2019 sarà l’apertura di una tap room all’interno del birrificio e successivamente la creazione di un piccolo laboratorio per la selezione dei lieviti nonché la propagazione degli stessi.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”.
La Bomb di Prairie

 

BIRRIFICIO RURALE

 

Bellissima la storia del Birrificio Rurale, partita nel 2009 a Certosa di Pavia con trasferimento a Desio, in Brianza, quattro anni dopo, caratterizzata da un team di homebrewers, legati da grande amicizia, cresciuti sotto l’ala di Agostino Arioli, che si sono meritatamente ritagliati, per qualità, inventiva e costanza, un posto consolidato tra i produttori italiani di prima fascia.
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
La storia del Birrificio Rurale è legata a doppio filo con la comune passione di cinque amici per la birra di qualità prima e per l’homebrewing poi.
Ci siamo appunto conosciuti grazie alla partecipazione a manifestazioni, corsi e degustazioni, per poi trovarci a fare la birra a casa tutti assieme, per poi infine pianificare e far partire il birrificio.
Sogno che si concretizzò nel giugno del 2009.

 

Kuaska e il team del birrificio Rurale

 

Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Parlando di birrai certamente Agostino Arioli è stato per noi un esempio, ma siccome il nostro interesse non si fermava solo alle realizzazioni artigianali italiane di qualità, certamente fonte d’ispirazione furono la scena belga nonché quella anglosassone, sia per le realizzazioni tradizionali inglesi che quelle innovative statunitensi.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
Sono passati solo dieci anni, ma sembra che sia passata un’epoca. Le differenze sono tantissime e sostanziali.
Alcune molto positive, fra cui è importante citare un aumento vertiginoso della qualità dei prodotti dei migliori birrifici italiani e la continua innovazione di prodotto e tecnologia che il mercato impone.
Il rovescio della medaglia sono le sfide che sono divenute importanti negli ultimi anni per l’azienda-birrificio, ovvero un mercato sempre più “complicato” e densamente popolato, sempre più difficile da decifrare.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
No, non parlerei affatto di sassolino nella scarpa, bensì di una propensione che ci ha sempre contraddistinto, il voler fare sempre meglio.
E quindi un atteggiamento ambizioso rispetto a ciò che facciamo, l’ambizione di migliorare sempre anche i prodotti che il mercato ci riconosce come eccellenti.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
La passione che ci ha fatto conoscere, che ci ha fatto costruire tutto questo non é certo sopita. La passione dell’inizio alberga ancora in tutti noi e questo è una fonte di motivazione grande.
Non è però sufficiente per cui la capacità di costruire una realtà solida ci fornisce strumenti per andare avanti e programmare i prossimi passi di sviluppo. Le prospettive sono quelle di continuare col ritmo di crescita degli ultimi anni, ritmo solido e sano.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”
Sarebbero davvero tantissime, per cui cito solo un esempio da invidiare ed inseguire facendo un torto a tutte le altre meravigliose birre che non cito, ma certamente invidio ai colleghi belgi le migliori Geuze, rari esemplari d’eleganza e complessità.

 

BIRRIFICIO LOVERBEER

 

Il piemontese doc Valter Loverier aveva già da homebrewer trovato la sua strada, quella delle fermentazioni spontanee, uso delle botti, frutta locale e nessun compromesso.
La sua fama aveva preceduto l’apertura del suo birrificio nel 2009 a Marentino, non lontano da Torino tanto che monumenti come Charlie Papazian (papà del movimento americano) e Jean Van Roy (Cantillon) mi chiedevano “Ma quando comincia Valter?”! Eletto Birraio dell’Anno nel 2010, appena un anno dopo l’inizio della sua carriera professionale, Valter è senza dubbio, con Teo Musso del Baladin, il birraio italiano più conosciuto all’estero dove esporta, se non sbaglio, più del 60% delle sue straordinarie birre. Sentiamo cosa ci ha detto.

Valter Loverier del birrificio Loverbeer

Come e perché avete iniziato la vostra avventura? Ho iniziato perché mi piacciono le Birre. Quali? Tutte quelle buone, non importa lo stile, le birre mi devono emozionare, trasmettere un concetto, una storia. Forse le mie birre oggi sono la proiezione da me reinterpretata di tutto ciò che mi ha entusiasmato negli anni. Ho fatto un “viaggio” nel tempo e nei luoghi dove c’era la testimonianza di qualcosa di straordinario. Un elenco non lo faccio: troppo lungo e dimenticherei qualcuno.
Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Un nome sì: Cantillon. Perché è un mito e nulla toglie alla vastità di persone che tanto mi hanno aiutato. Citando questo nome ovviamente sembro un figlio del lambic e lo sono, ma non solo, perché sono sempre stato affascinato da tutte le interpretazioni della birra.
Ci ho messo degli anni a capire cosa si nascondesse dietro ad uno stile, a volte usato impropriamente o coniato espressamente per la birra in questione, poi ho capito che serviva solo per creare l’atmosfera per comprendere e godere al meglio quello che si stava assaggiando.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi?
Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, lo avverto nell’aria… (cit. Il Signore degli Anelli) anzi dovrei dire lo sento nella birra. Circa dieci anni fa muovevamo i primi passi ed eravamo dei pionieri, e adesso rimane la nostalgia di un passato dove tutto sembrava quasi perfetto. Oggi siamo da capo: è sempre come ricominciare e bisogna guardare avanti continuando a fare del nostro meglio e godendoci i momenti magici che ogni tanto il nostro mondo ci riserva. La frase che ho più sentito in questi anni è “Bisogna dare alla birra la dignità che merita”. Sì e no. Ci sono birre che hanno un’anima quotidiana e altre più preziose. In questo momento il mondo è fatto di una piccola parte di appassionati super-competenti (o presunti tali) e ancora di una grande fetta di bevitori occasionali che bevono più o meno consapevolmente. Li c’è ancora la nostra sfida che si fonda sulla qualità del prodotto e la capacità di comunicarlo. Gli addetti ai lavori sono chiamati eticamente a combattere contro ogni logica che non porti alla realizzazione di un sogno: bere buona birra.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
… E chi non ne ha. Sono salito su questo treno che mi ha regalato panorami mozzafiato e ansia a non finire. Invece di pensare ai sassolini continuerò a lavorare duro e coerentemente con quello che siamo.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
Le persone con cui condivido tutto questo: colleghi, addetti ai lavori, appassionati… la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto e che quotidianamente metto in difficoltà perché mi sono scelto un mestiere difficile. Non è solo un mestiere ma una scelta precisa di vita, non è solo difficile ma anche molto stimolante. Le prospettive sono quelle di costruire un impero che fagociterà tutti i marchi del mondo in un unico marchio e invece della mela ci metto un ramassin! A parte gli scherzi, creare sempre nuove emozioni per non deludere chi ci ha seguito da sempre e chi ci seguirà in futuro.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”.
Mah… nessuna! Il bello delle birre è che ognuno fa le sue. Quando assaggio un capolavoro, non provo invidia ma solo stima nei confronti del birraio.

 

MICROBIRRIFICIO OPPERBACCO

 

Possiamo definire, senza ombra di dubbio, Luigi Recchiuti, fondatore, nel 2009, del Birrificio Opperbacco di Notaresco, nel teramano, uno dei birrai più coraggiosi e dallo spirito libero che il nostro movimento può vantare. Queste caratteristiche da tutti riconosciute stridono con la sua timidezza e una sorte di idiosincrasia a voler stare sotto le luci della ribalta. Come fa questo pacato ex-agronomo abruzzese a regalarsi e regalarci birre così diverse, innovative che, a volte, risultano più ardite di quelle di più famosi e paludati “estremisti” americani e scandinavi? Inutile chiederlo a Luigi.
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
Sono laureato in Scienze Agrarie e dopo diversi anni di lavoro come Agronomo, ho cominciato a cercare un lavoro che potesse appagarmi e soddisfarmi non solo economicamente e soprattutto che potesse darmi sempre nuovi stimoli ed è così che da homebrewer appassionato ho trasformato la mia passione in professione.
Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?

 

Luigi Recchiuti di Opperbacco e Kuaska

 

Nel 2002 aprii l’“Agripub Opperbacco” e poco dopo una distribuzione di Birre Artigianali.
I viaggi in Belgio alla ricerca di birre mi hanno fatto entrare in contatto con i maestri di quel paese ed i loro grandi classici. Dalla loro tradizione ho tratto ispirazione per le mie prime produzioni aggiungendo ovviamente il mio tocco personale.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
Secondo la mia opinione il birraio di 10 anni fa iniziava mosso da tanta passione anche con pochi soldi e riusciva a colmare questo “gap” con inventiva e creatività.
Oggi ho l’impressione che il nostro mondo sia mosso molto più dagli interessi che dalla passione… ma forse questo è Il punto di vista di un “romantico” che sta un pò invecchiando.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Le società con portafoglio “gonfio” che vedono la birra artigianale come una fonte di profitto.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
L’amore per questo lavoro, la passione, la continua ricerca in un ambito mai noioso e la voglia di migliorare sempre quello che facciamo ormai da tempo.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”.
L’Orval, una birra dalla facilissima bevibilità ma con una complessità unica.

 

BIRRIFICIO EXTRAOMNES

 

Kuaska e Luigi D’Amelio di Extraomnes

Luigi D’Amelio, alias Schigi, si considera mio fratello minore e non perde mai l’occasione di citarmi come guida spirituale e materiale dei suoi primi viaggi in Belgio, paese che lo ha fortemente segnato tanto che nel birrificio Extraomnes di Marnate, nato nel 2010, per pochi chilometri in provincia di Varese e non di Milano, campeggiano le bandiere delle Fiandre, leone nero in campo giallo e quella delle Fiandre Orientali, leone nero in campo bianco-verde e molte delle loro birre hanno nomi in lingua fiamminga. Schigi ha trasferito nel progetto del birrificio, di proprietà della fabbrica di caffè El Mundo, tutta la sua inventiva e intelligenza. Ed ecco nascere un nome originale e azzeccato (Extraomnes), un logo ed etichette subito riconoscibili (il Cave Canem di Pompei), l’esclusivo utilizzo di bottiglie da 33cl (i primi a puntarci e subito copiati da tanti altri) e una serie di birre che gli hanno valso la vittoria come Birraio dell’Anno 2013 e, da allora, la presenza costante tra i primi cinque finalisti.
Mi fermo qua e lascio la parola al mio arguto, caro amico.
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
Ho cominciato veramente per caso, facevo tutt’altro ma avevo una grande passione per la birra, sviluppata in viaggi soprattutto in Belgio grazie al mio fraterno amico Kuaska.
Tenevo anche dei corsi di degustazione durante i quali ho conosciuto le persone che mi hanno stimolato a cominciare questa avventura, in produzione.
Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Direi molti birrifici del Belgio, sia i classiconi trappisti o Dupont, ma soprattutto il Belgio più moderno che cominciava a smentire la nomea delle birre belghe dolci usando sapientemente i loro grandi lieviti e cominciando ad utilizzare i luppoli, anche americani: De Ranke, Rulles, Brasserie de La Senne e soprattutto De Dolle, Kris Herteleer è per me non tanto un punto di riferimento quanto un mito.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
Sono passati meno di dieci anni ma per la birra artigianale come si sa è un’era geologica.
Noi siamo stati i primi ad esempio ad usare la bottiglia da 33 cl mentre il mercato era monopolizzato dal formato più grande.
Ora si va verso la lattina…
All’epoca c’era più la ricerca di uno stile italiano… o un seguire gli stili classici, ora si va verso la ricerca dello stupore del cliente.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Mi dispiace che molti birrifici anche di tradizione cadano velocemente nella trappola dell’hype e nel seguire le mode invece di crearle.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
Facile dire la passione… ma in realtà anche le soddisfazioni economiche e di crescita hanno la loro importanza.
Io vedo un futuro roseo per i birrifici che hanno una loro precisa personalità e mantengono dritta la barra verso la qualità.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”.
Io facendo alte fermentazioni invidio chi fa Pils di classe… direi che invidio la capostipite che inoltre rimane sempre la migliore: la Tipopils del BI di Agostino Arioli e la Xyauyù soprattutto nella versione Fumé che mi piace tantissimo di Teo!

 

PICCOLO BIRRIFICIO CLANDESTINO

 

Il Piccolo Birrificio Clandestino di Livorno, fondato nel 2010 da Pier Luigi Chiosi, passato da valente homebrewer, si sta ritagliando un posto in prima fila grazie ad una graduale ma costante crescita qualitativa arricchita dall’utilizzo di ingredienti del territorio con una spiccata propensione ai vitigni locali.
Lasciamo ora carta bianca a Pier Luigi.

 

Kuaska e il team del Piccolo Birrificio Clandestino

 

Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
Abbiamo iniziato nel 2010 come brewpub da un gioco nato per caso con altri 6 amici, io avevo iniziato la mia avventura di home brewing circa 6 anni prima e visto che a Livorno non c’era nessun produttore di birra artigianale mi era sembrata una scommessa divertente, uno degli amici aveva un locale nel centro della nostra città che era sfitto e lì abbiamo cominciato.
Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Io da sempre sono amante degli stili anglosassoni e americani, quindi le prime produzioni si sono rifatte a stili tradizionali, bitter, ipa e barley wine. In Italia i riferimenti sono stati Birrificio del Ducato e Birra del Borgo, Giovanni Campari credo sia stato il birraio che ho cercato di “copiare” di più, un esempio per la nostra Imperial stout Montinera è stata sicuramente la Verdi del Birrificio del Ducato.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
Quando abbiamo iniziato noi nelle produzioni che facevamo c’era la ricerca assoluta della qualità e attinenza allo stile, senza curarsi di dover fare birre hype o che richiamassero il consumatore per qualcosa di eclatante, adesso credo che spesso si cerchi il colpo ad effetto per far parlare di sè con birre a volte improbabili ma che utilizzano ingredienti particolari o che fanno affinamento in botti di “chissachecosa”.
Penso che a volte si perda il senso della misura. Di contro adesso rispetto a 10 anni fa c’è molta più consapevolezza nel consumatore di cosa vuol dire birra artigianale, sempre meno spesso ci si sente chiedere una doppio malto oppure dire “No la birra rossa è forte”, quindi il nostro lavoro di diffusione della cultura birraria è sicuramente più semplice.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Sinceramente no.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
Di base la passione che ci ha spinto ad aprire, io credo che per piccole realtà quale la nostra il motore principale rimane la passione, ci sono molti altri lavori che ti impegnano mooolto meno e che rendono mooolto di più, ma questo volevo fare e questo non ha prezzo.
Le prospettive sono di ulteriori ampliamenti della cantina e conseguentemente della produzione che per il 2019 vorremmo attestare sui 2600 hl.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”.
In effetti sono più di una, ma se devo scegliere dico Punk Ipa di Brewdog.

 

BREWFIST

 

Pietro di Pilato e Andrea Maiocchi di Brewfist

Pietro Di Pilato, reduce da un formativo periodo di alto livello come aiuto birraio presso la famosa e storica birreria Fuller’s di Chiswick nei pressi di Londra, apre nel 2010, con l’amico Andrea Maiocchi, il birrificio Brewfist a Codogno, nei pressi di Lodi.
Coppia affiatata, direi perfetta, uno dei fattori decisivi per il successo incontestabile e meritatissimo, ottenuto dalle loro birre, all’inizio ovviamente ispirate alle tipologie anglosassoni ed americane ma poi affiancate da basse fermentazioni ed anche dall’utilizzo di frutta nonché sperimentazioni con le botti con un solido progetto iniziato nel 2014.
Sentiamo la loro voce.
Come e perché avete iniziato?
Abbiamo iniziato perché nel 2010 il mercato della birra artigianale in Italia era una gigantesca prateria e nessuno sembrava vederne il reale potenziale. Molti birrifici tentavano ancora di scimmiottare il mondo del vino puntando sulla ristorazione. Siamo stati i primi a proporci sul mercato con birre moderne, packaging giovane e prezzi competitivi.
Fonte di ispirazione?
Sicuramente birrifici in grado di coniugare quantità e qualità come Fuller’s o Sierra Nevada. Dal punto di vista operativo BrewDog era ovviamente la pietra di paragone nel 2010
Differenze?
Sicuramente il mercato oggi è molto più maturo rispetto al 2010 sia dal punto di vista della produzione che del consumo. La competizione è molto più forte. Oggi non ci si può permettere di fare errori. Continuo a pensare che il mercato italiano con tutti i suoi limiti (di consumo in primis) sia un mercato molto più maturo di altri soprattutto in quanto abbastanza impermeabile a fenomeni di hype estremo che avvengono in altre nazioni.
Sassolini?
Più che da produttore lo dico da consigliere UB. A volte sarebbe bello riuscire a fare gruppo non solo con la birra in mano ai festival ma anche nelle problematiche di tutti i giorni…
Cosa vi fa andare avanti e prospettive future?
Sicuramente la passione per quello che facciamo e il riscontro che abbiamo dal mercato. Le prospettive sono buone. Si cresce ad un ritmo sostenibile e non più folle come i primi anni. Soprattutto si cerca di consolidare i rapporti con i propri clienti.
Quale birra vorrei rubare ai colleghi?
Non ruberei nessuna birra… Con l’ipersaturazione odierna del mercato credo che le ricette valgano poco. Oggi competenza, organizzazione e cura maniacale dei dettagli sono le chiavi per il successo. Sicuramente ci sono colleghi che stimo molto da questo punto di vista e a cui ruberei volentieri.

 

BIRRA TARÌ

 

Nel 2010, due appassionatissimi homebrewer siciliani, Luca Modica e Fabio Bianco hanno fondato a Modica, nel ragusano, il loro birrificio, dapprima chiamato Rocca dei Conti ed ora ribattezzato Tarì, dal nome di un’antica moneta d’oro siciliana risalente prima dell’anno 1000. Consapevoli dell’importanza di alcuni fattori decisivi per aver successo come la capacità imprenditoriale e la costanza delle proprie birre, hanno gradatamente ampliato la produzione e raggiunto un livello qualitativo davvero ragguardevole.
Come e perché avete iniziato la vostra avventura.
Nella mia vecchia professione, appena laureato in ingegneria informatica, ho lavorato nei pressi di Pavia (correva l’anno 2005).
Un mio collega (doppio collega per l’automazione e la birra) stava aprendo un brewpub. Assaggiavo le sue giovanissime birre e seguivo i lavori del locale/produzione, piuttosto che prendere un aereo e tornare il weekend in Sicilia…
Da lì la passione per la birra artigianale. Nel 2009 con Fabio, mio cognato e architetto, iniziamo il progetto Birra Tarì.

 

Fabio Bianco, Luca Modica e lo staff del Birrificio Tarì

 

Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?
Sicuramente uno dei primissimi birrifici, se non il primo, è stato quello dei ragazzi di Via 32 dei birrai.
Accoglienza, condivisione e soprattutto entusiasmo. Ci è piaciuto il loro rigore, la pulizia e trasparenza (Signoroni dice che lo si vede anche nelle birre che facciamo a tal punto che spesso ci mette in abbinamento insieme). Teo Musso non dovremmo neanche nominarlo. Saremmo bugiardi noi tutti piccoli birraioli a negare il fatto che sicuramente le cose sarebbero andate diversamente.
Teo non solo risulta un riferimento ma è anche disponibile e aperto al confronto. In passato è capitato che ci siamo confrontati su aspetti tecnici e anche di strategie e ci ha dato ottimi consigli.
Soprattutto nei primi anni con Fabio abbiamo viaggiato tanto, considerando che in Sicilia nel 2009/2010 non c’era tanto. Da Mastri Birrai Umbri a Grado Plato (la moglie di Siracusa, motivo per cui usa le carrube per la sua Chocarrubica), Birradamare, Birrificio italiano… oltre a publican come Manuele Colonna che ci ha regalato, insieme a Leonardo, la possibilità di essere con la nostra birra nel loro locale (la nostra English amber ale poi medaglia d’oro 2017 a Rimini… loro ci aveva visto bene).
Infine c’è un certo Lorenzo Dabove, un energizzante naturale. Lui non lo sa, ma penso che, come noi, anche altri hanno momenti di sconforto o semplicemente le idee confuse, ma basta incontrarlo e le cose risultano più semplici da affrontare. Tenere lontano dalla portata dei ragazzi.. altrimenti ci ritroviamo più birraioli che bevitori.
L’incontro con tutti loro è anche il risultato di quello che oggi è Birra Tarì.
Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.
Non penso siano cambiate molto le cose; vedo sempre ragazzi con la voglia di fare birra. Chi sbaglia e chi indovina, chi fa bene e chi fa male, proprio come abbiamo fatto noi e tanti altri. L’unica vera differenza e che tutto il nostro tam-tam ha stuzzicato l’appetito dell’industria della birra. Ce la siamo andata a cercare… dobbiamo rispondere con le nostre forze e le nostre birre.
Avete qualche sassolino nelle scarpe?
Direi di no a parte voler fare di più… ma abbiamo scelto anche di far meglio prima che far tanto. Semplicemente una scelta che ancora oggi confermiamo sia stata quella giusta, almeno per noi.
Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?
Il mutuo… scherzo.
Anche quello insieme al fatto che oggi siamo in 6, e a breve 7 e quindi cresce anche il livello di responsabilità. Questo è l’aspetto più antipatico.
Poi ci sono gli incontri con tante persone da cui prendiamo spunto e nuove energie, oltre alla semplice voglia di rimettersi sempre in gioco e migliorarsi.
Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”.
Onestamente, a parte qualche Xyauyù (Kentukcy in particolare), siamo molto contenti delle nostre birre. Ci sarebbe anche qualche pilsner e sulla nostra stiamo lavorando tanto, sull’acqua in particolare, per migliorarla. In generale ci piacerebbe, come alcuni nostri colleghi/amici del nord, poterci approvvigionare di luppoli freschi, ma da qui è un pò complicato.

 

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