Erika Mantovan
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Vinitaly, terroir a confronto: Borgogna vs Piemonte

Mascarello Vietti Cantina Confronto Borgogna Piemonte Terroir Dugat-py Cavallotto Barolo Vinitaly

Vinitaly Dugat-py Barolo Mascarello Vietti Cantina Borgogna Confronto Piemonte Cavallotto Terroir

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Vinitaly, il Salone internazionale di Vini veronese giunto quest’anno alla sua 53° edizione come ogni anno è la cornice di numerosi eventi e degustazioni tematiche arricchite da lustri personaggi e grandi vini. E anche in questa occasione lunedì 8 aprile Raoul Salama, professore di enologia a Parigi (Ecole Polytechnique) e Bordeaux (Facoltà di Enologia/ISVV), giornalista per Bettane + Desseauve e fondatore della società di consulenza VINALYS, ha condotto un grand tasting in cui le protagoniste sono state due tra le più grandi regioni viticole del mondo: la Borgogna e il Piemonte (2626 ettari per la Côte de Nuits, 2149 quelli del Barolo).

 

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Una degustazione ideata per enfatizzare le moltissime analogie tra gli areali produttivi, entrambi sempre più ricercati e ammirati, con pinot noir e nebbiolo ad essere modelli unici e trascinatori di molte delle altre denominazioni minori (per quantità di bottiglie o emergenti) sopratutto in Piemonte. Il fascino e la piacevolezza risiedono nell’ascolto del racconto dell’expertise dei vignerons e della loro storia, assaporando la comprensione della capacità interpretativa delle uve in questa giornata provenienti da Castiglione Falletto, per i Barolo, e da Charmes-Chambertin, Clos de Vougeot ed Échezeaux, per i Borgogna (270 gli ettari dei 24 Grands Crus, 148 gli ettari a Castiglione Falletto).

Una degustazione geo-sensoriale iniziata con il Clos de Vougeot Grand Cru 2014 Méo-Camuzet: tra i più grandi Clos di Borgogna, i 3 ettari ca nella parte più alta, dei 50 totali, di proprietà della famiglia, si caratterizzano per il suolo poco profondo (40 cm ca) dove le vecchie vigne (le prime impiantate nel 1920 e altre negli anni sessanta) si fanno strada in una trama più rocciosa dove è il calcare di Comblanchien a dominare. Una roccia già impiegata per la costruzione dell’imponente château dove fino alla Rivoluzione i monaci di Cîteaux producevano il vino più pregiato destinato ai papi. Oggi in questa stessa porzione del clos la filosofia produttiva, molto personale, prevede l’assenza dei raspi, e un affinamento per il 50% in legni nuovi. Piacevole già oggi nonostante la sua gioventù, emana sensazioni di frutti dolci, note balsamiche, di spezie e muschio, per un sorso di sensazionale armonia ed eleganza con una trama minerale sottile che si ampia nel tempo.

È la volta poi del Barolo «Rocche di Castiglione» 2014 di Vietti elaborato in 1 solo ettaro dei 5 totali frutto della più antica formazione geologica dell’area del Barolo, quella Elveziana, risalente all’era Terziaria. Le vecchie vigne di Vietti, impiantate nel 1840, 1950 e 1968 sono su suolo bianco misto a marne grigio-blu e sabbia, e tutte destinate alla produzione di questo Barolo – chicca della storica azienda di Langa che, come da protocollo classico, prevede una fermentazione di 4 settimane in acciaio a contatto con le bucce, con macerazione pre e post fermentativa con cappello sommerso, e un affinamento in botti grandi di rovere per 30 mesi ca. Ne deriva un vino luminoso e dal colore rubino tendenze al granato, tipico del nebbiolo, che sprigiona in bocca tutta la forza delle Rocche con tannini fitti e finissimi che accompagnano con grande energia il sorso.

 

 

Si continua con il Charmes-Chambertin Grand Cru 2015 di Dugat-Py, un vino prodotto oggi dalla 13° generazione della famiglia da vigne vecchie (70 anni in media) nei 12 ettari di proprietà dei 31 totali in regime bio dal 2003. Il nome Charmes (albero in realtà) riporta sicuramente all’eleganza qui bentrovata in un vino di estrema ricchezza, pienezza e densità. Una concentrazione dei frutti di Gevrey ineguagliabile per un’impronta stilistica che si ricorda per i tannini soffici, la sua ampiezza e morbidezza.

Si passa poi ad un altro grande nome delle Langhe, Mascarello. Cantina tra le più storiche che vinifica singol vigna dal 1970. Qui sfila con il suo celebre Monprivato, vigneto in monopole per il 95% che dona Barolo sempre unici prodotti nel centro della dorsale nei 6, 5 ettari ca a 280 metri s.l.m esposti a sud-ovest, di proprietà della famiglia dal 1904. Il suolo bianchissimo, ricco di calcare si contraddistingue per le marne grigio-azzurre di origine Miocenica e parti più limose. Da cinque generazioni si mantiene intatta in questo magico vigneto la percentuale delle varietà di nebbiolo (Michét 30%, Lampia 45% e Rosé 25%) così come la scelta di produrre 20mila bottiglie ottenute da severi diradamenti primaverili ed estivi e da una rigorosa selezione delle uve. Vinificazione e affinamento tradizionali, in grandi botti di rovere di Slavonia. Nel calice, il vino nato nell’annata 2013 è di colore rubino trasparente, il naso è deliziato dalla rosa appassita, dalle erbe officinali e da note goudron. Al palato ci si lascia trasportare dalla texture finissima dei tannini, da una grande eleganza del frutto per un sorso che rimane sempre sottile e di lunga persistenza.

Ritorniamo in Borgogna per l’ultimo pinot nero nato per mano del Domaine Confuron-Cotetidot, l’Échezeaux Grand Cru 2012. Tredici gli ettari di proprietà del Domaine spalmati nella côte de Nuits, nato nel 1964 dall’unione di due famiglie con quella di Confuron ad aumentarne il prestigio con il proprio ceppo di pinot nero in quel di Vosne-Romanèe. L’approccio in vigna e in cantina è molto rigoroso e tradizionale, poco interventista, con lunghe macerazioni e uso dei raspi. Malolattica in legno a cui segue l’elevage in barrique nuove per il 15-20% anche nel caldo millesimo 2012, ritornato a livelli normali intorno alla meta di agosto. La vendemmia -tra il 18 e il 25 settembre- ha portato ad una maturità fenolica media per un vino di espressività incredibile, di potenza e di garbo, maturo, fedele al vitigno ed all’origine. A tratti difficile da capire per le sue note di frutti blu ben maturi nascosti da nuances più speziate e boisé con cenni di polvere di  rosa a ingentilirne la conoscenza. Palato fibroso, progressivo ed espansivo, con un succo magnetico concentrato dai tannini sottili sempre in movimento a disperdersi e trasformarsi in un finale salato e mentolato.

 

 

Il gran finale è tutto per il Barolo Bricco Boschis «Vigna San Giuseppe» Riserva 2012 dell’azienda Cavallotto. Senza dubbio l’assaggio più bello ed emozionante di questa degustazione. La cantina con novant’anni di età all’attivo, è tra le prime ad essersi avvicinata al bio, nel 1976, e tra le prime ad aver iniziato a vinificare le proprie uve nel secondo dopoguerra. Oggi Bricco Boschis è curato dalla quarta generazione e al suo interno la Vigna San Giuseppe è il lieu-dit di 3,8 ettari esposto a sud-ovest che viene lavorato, come il resto, con estrema cura così da ottenere una resa di 38 hl a ettaro. Grazie poi al lavoro meticoloso e la felice risposta della natura dal 2008 hanno ridotto e poi eliminato del tutto (dal 2013) il rame in favore di prodotti naturali come il propoli, oli essenziali o la farina di senape. Un’azienda da prendere ad esempio se si guarda alla sostenibilità ambientale e alla qualità, ovviamente. E nella 2012 il Barolo Riserva è figlio di questa annata classica contraddistinta da molte piogge e temperature fresche eccettuati i mesi estivi che hanno portato a periodi di maturazione più lunghi.

Come se non bastasse c’è poi il potenziale delle vigne vecchie, del 1932 e del 1952 a donare un vino di un’eleganza e di una penetrazione incredibile. Macerazione lunga, di 32 giorni, affinamento in soli botti grandi per un naso appena nascosto i primi minuti che poi esplode con petali di rosa e mirtilli ma anche timo e bastoni di liquirizia. Mordente, nonostante la sua delicatezza, il tannino abbraccia il frutto allungandone il sorso esaltato dalla sua potenza. Materico, fitto e di grande pulizia ammalia per la sua persistenza. Solo 8000 bottiglie, 500 Magnum e 80 Magnum per questa eccezionale etichetta. Un vero Re dei vini.

 

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