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Nel 2019 gli Stati Uniti segnano un record storico per le importazioni di vino, per un valore di 5,55 miliardi di € (una crescita del +5,7% sul 2018). Al contrario, la Cina recede del 9,7% a valore: è il secondo anno in calo e la comparsa del Coronavirus non aiuterà la ripresa. Questi sono gli ultimi dati diffusi da Wine Monitor, l’Osservatorio di Nomisma dedicato al mercato vinicolo, che forniscono una panoramica dell’andamento delle importazioni totali di vino registrate nel 2019.

 

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L’export del vino italiano nel 2019

Concentriamoci ora sull’export del vino italiano e tracciamone l’andamento nel 2019.
Partiamo da un dato positivo: l’Italia ha chiuso l’anno con una crescita nelle esportazioni del 2,9% rispetto al 2018 (si tratta di una stima Nomisma, l’effettiva chiusura si saprà a metà marzo con il rilascio dei dati Istat). Nel 2019, siamo cresciuti negli Stati Uniti (+4,2% l’import di vino italiano), in Svizzera (+3,8), in Russia (+12%) e in Francia (+6%). Quest’ultimo si sta rivelando un mercato molto interessante per l’Italia per le importazioni, a gran sorpresa, di Prosecco.

Se nel Regno Unito e in Norvegia non si sono registrati cambiamenti significativi rispetto l’anno precedente, due piccoli nei sono invece rappresentati dalla Germania, dove le importazioni di vino italiano si sono ridotte del 3,6%, e dalla Cina, mercato in cui l’Italia, nonostante abbia ridotto le perdite, registra un calo del -1,9%.

Tuttavia, il 2019 ha messo in risalto due importanti opportunità per i nostri prodotti: il Canada e il Giappone, due paesi con i quali vige un accordo di libero scambio con l’Unione europea. Qui, nell’ultimo anno, infatti, le nostre importazioni sono cresciute molto: +15,6% in Giappone e +5,4% in Canada. Una dimostrazione del fatto che dove i commerci sono agevolati è molto più semplice trarne guadagno. D’altronde, la crescita in Giappone non è un dato ad esclusivo appannaggio dell’Italia: la Francia ha, infatti, aumentato le importazioni del 15%, mentre la Spagna addirittura del 24%.

L’export del vino italiano e le previsioni per il 2020

Le grandi incognite del mercato del vino

Come rileva Denis Pantini, Responsabile di Wine Monitor, sulle sorti delle esportazioni del vino gravitano alcune incognite. La prima proviene da oltreoceano e risiede nella lista di prodotti europei colpiti dai dazi americani che il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America aggiorna ogni sei mesi. Finora possiamo dire di averla scampata: è notizia di qualche giorno fa che l’ultima revisione della lista, risalente alla metà di febbraio, non abbia fortunatamente contemplato il vino italiano (a differenza di quanto avvenuto invece per altri prodotti alimentari). Tuttavia, nulla vieta che tra 180 giorni le cose possano cambiare e che anche ai vini italiani venga riservato lo stesso trattamento toccato a quelli francesi dall’ottobre scorso.

Per l’altra grande incognita dobbiamo spostarci in Oriente, e precisamente in Cina. Questa rappresenta per l’Italia un mercato marginale: la quota dei nostri vini sull’import del Paese pesa per poco più del 6%, a differenza di quelli australiani divenuti oggi leader con un’incidenza di oltre il 35% e che, grazie anche all’accordo di libero scambio vigente tra Cina e Australia, sono riusciti a scalzare il predominio dei vini francesi che durava praticamente da quando la Repubblica Popolare ha iniziato ad importare vini. Il colosso orientale, però, proviene da due anni di flessione economica, sui quali adesso si innesta pesantemente il fenomeno del Coronavirus che, tra i suoi numerosi effetti negativi, annovera anche il blocco della produzione e delle importazioni.

Altri due punti interrogativi provengono da due paesi importanti per l’export del vino italiano: il Regno Unito e la Germania. Il primo vive l’incognita della Brexit, dalla quale potrebbero derivare nuovi dazi a seguito di mancati accordi doganali che preoccupano i nostri produttori. La Germania, invece, nel 2019 ha registrato il Pil più basso degli ultimi sei anni; inoltre, al pericolo di una flessione economica si associa il fatto che, rispetto ad altri popoli, i tedeschi non sono di manica larga nell’acquisto dei vini (il prezzo medio al litro di un vino fermo in bottiglia si aggira attorno a 3,18 €, vale a dire il valore più basso tra i top mercati mondiali)

In sintesi, fenomeni come il Coronavirus in Cina o incognite come la revisione quadrimestrale della lista dei prodotti toccati dai dazi americani, rendono imprevedibile l’andamento del 2020 in termini di scambi commerciali di vino.

 

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I nuovi mercati da esplorare

In un clima dominato dall’incertezza, la conquista di nuovi mercati da parte dei nostri vini diventa una condizione imprescindibile.

Per l’Italia, un paese come la Corea del Sud, con il quale sussiste un accordo di libero scambio da oltre dieci anni, potrebbe rappresentare una realtà interessante: i tassi di crescita delle importazioni sono evidenti, negli ultimi cinque anni gli acquisti di vino italiano del paese asiatico sono aumentati a valore del 51%.

Secondo Pantini, un’area emergente sulla quale l’Italia farebbe bene a concentrare i suoi sforzi è l’Est Europa, lì dove i nostri prodotti (specialmente gli spumanti come il Prosecco) hanno già ottenuto degli ottimi risultati. Lo scorso anno, infatti, la Polonia ha aumentato le importazioni di vino italiano del 17%, la Repubblica Ceca del 8%, la Slovacchia del 24%.

Conclusioni

Come riassume Pantini, il 2019 ha visto un generale incremento dell’export del vino italiano, specie nei mercati dove gli accordi di libero scambio con l’Unione europea permettono una facilitazione dei rapporti. Il tutto in uno scenario economico che all’opposto è stato dominato da rigurgiti protezionisti e guerre commerciali che non hanno giovato affatto alla crescita dell’export, Italia compresa. Se infatti è assodato che lo sviluppo del commercio internazionale permette una crescita del Pil e dei redditi, è altresì dimostrato come il consumo di vino sia fortemente sensibile al variare dei redditi: dove questi crescono, il consumo aumenta in misura più che proporzionale e viceversa. In buona sostanza, il pericolo che sembra emergere per i prossimi anni è quello di un rallentamento generale del commercio internazionale di vino che rischia di riflettersi anche sui nostri prodotti.

+Info: www.nomisma.it

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