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Uno studio SDA Bocconi in collaborazione con Parmalat evidenzia le quattro ragioni per cui la crescita dimensionale delle imprese è cruciale per lo sviluppo del sistema del Paese.

 

 

La filiera lattiero-casearia italiana soffre la carenza di operatori di grandi dimensioni, soprattutto a monte, nella produzione, secondo una ricerca di SDA Bocconi in collaborazione con Parmalat, presentata oggi a Milano.

Il tema della crescita è cruciale per lo sviluppo del Sistema Paese. Le ragioni sono principalmente quattro. Minore dimensione implica minore produttività, minore capacità di export, minore capacità di innovare data da minori risorse investibili in ricerca e sviluppo o in progetti di crescita organica o M&A. Minore dimensione implica infine maggiore rigidità finanziaria. Il tema è trasversale a più settori e caratterizza anche il settore lattiero-caseario, composto in misura prevalente da operatori conferenti latte di piccola dimensione.

La dimensione è un fattore cruciale nel settore lattiero-caseario, dove i 2/3 delle imprese è collocato nelle due classi dimensionali più piccole e dove esiste una forte discrepanza dimensionale fra parte alta (produttori) e parte bassa (trasformatori) della filiera.

 

 

Nell’ambito dell’Unione Europea, principale area mondiale di produzione di latte con un tasso di autoapprovvigionamento pari al 113%, il settore italiano del latte è quello che sta attraversando la fase più critica, principalmente a causa di costi di produzione nazionali mediamente più elevati (più alti di circa 3,3 euro/100 kg rispetto alla media europea nell’ultimo triennio) rispetto a quelli degli altri principali produttori dell’Unione Europea, tra cui, in particolare, Francia e Germania (con differenziali di prezzo rispetto all’Italia di – 2,73 e – 3,58 euro ogni 100 kg, in media, nel periodo 2015-2017). I costi di produzione aziendali, estremamente diversificati da un’azienda all’altra in funzione di numerosi parametri strutturali e gestionali, variano prevalentemente in funzione della dimensione aziendale, diminuendo all’aumentare della produzione annua e del numero dei capi. Nel settore il rapporto domanda-offerta è di 1:20 in termini di numerosità di operatori: i soggetti che operano a livello industriale nella trasformazione del latte si interfacciano con molti operatori di ridotta dimensione contraddistinti, in media, da bassi livelli di produttività. L’effetto è un costo netto di produzione del latte pari mediamente a circa 43 euro/100kg, ma con valori oscillanti tra i 30 e i 60 euro/100kg a seconda della dimensione degli operatori.
La crescita delle imprese appare dunque un imperativo per aumentare la competitività, favorita dai grandi operatori del settore, che stimolano un effetto “traino”.

 

 

Gli attuali squilibri possono essere colmati grazie all’attività degli operatori di maggiore dimensione. “La presenza di operatori con massa critica rilevante e maggiore produttività, è fondamentale per creare valore «indotto» nel resto della filiera, come dimostra la Ricerca: la crescita di questi operatori comporta la crescita delle imprese ad essi «collegate», con un effetto traino fondamentale per la creazione di valore per il Sistema Italia” commenta Matteo Vizzaccaro, coordinatore del Team di ricerca composto da Giulia Negri, Chiara Pirrone, Ilaria Cavalleri e Arianna Pisciella. La stima dell’impatto economico e sociale di Parmalat è stata svolta in tale prospettiva, nella piena consapevolezza che lo sviluppo del settore risiede nella complementarietà delle parti che lo compongono.

Investimenti organici, M&A, internazionalizzazione e ottimizzazione del rapporto con il mercato dei capitali le leve per guidare la crescita, con una costante attenzione alle performance in ambito ambientale, sociale e di governance.

 

 

Uno dei pochi grandi operatori del settore è Parmalat. Cassa operativa in crescita in media del 5% su base annua, 1,5 miliardi di euro investiti in 10 anni (dati al 2016), 141 milioni di euro d’investimento medi annui ad un tasso di crescita vicino all’8%, basso indebitamento, alta capitalizzazione e conseguente basso profilo di rischio sono gli ingredienti per un’incidenza sul PIL nazionale nell’ordine del 1,638 miliardi di euro. 134 mila persone coinvolte dal punto di vista lavorativo dalla presenza sul territorio dell’azienda, che produce il 21% dell’IRES e il 17% dell’Irpef generate dal settore. Il Gruppo rappresenta l’unico operatore del settore in Italia (quarto in Europa) a presidiare attivamente le tematiche ESG (Environmental, Social & Governance), con specifiche policy attive per quanto riguarda la riduzione delle emissioni, la tutela della forza lavoro, la responsabilità di prodotto, l’innovazione e il funzionamento dei meccanismi di governance.

 

Fonte: www.stampa.unibocconi.it/articolo.php?ida=19374&idr=1

 

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