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Entro il 2017 potremo registrare le prime varietà italiane di luppolo. E’ questa la novità che emerge dall’interessante convegno che si è svolto in chiusura della prima giornata di Beer Attraction (18-21 febbraio, ITALIAN EXHIBITION GROUP Fiera di Rimini) dal titolo “Luppoli d’Italia”, curato dal giornalista e agronomo Eugenio Pellicciari (Italian Hops Company) con l’ UBT Riccardo Grana Castagnetti.

“Contiamo sui nostri birrai”, dice Grana Castagnetti che collabora con Pellicciari alla costruzione di una filiera del luppolo al cento per cento nostrana, “pur non avendo una cultura secolare alle spalle potranno fare affidamento su un gusto costruito su un tradizione gastronomica importante per affinare i prodotti. Ad esempio le American Pale Ale sono una differenziazione delle Indian Pale Ale”. Il progetto di ricerca di Marano sul Panaro – Italian Hops Company -, nato in sinergia con l’Università di Parma, fa luce sulle varie tappe evolutive che nei secoli sono avvenute partendo da questa zona, foriera di soddisfazioni già dai tempi di Raimondo Montecuccoli (1609-1680) che riuscì a portare avanti la cultura brassicola e, nel suo piccolo, approdare ad una produzione di birra locale.

Il terroir modenese, in effetti, vanta una presenza di particolari oli essenziali che conferiscono al prodotto caratteristiche organolettiche ben definite, aromatiche, sperimentate fin da subito da Birrificio Italiano (tra i vincitori di Birra dell’Anno 2017) con il metodo Dry Hopping. “I luppoli inglesi – spiega Pellicciari – cedono note caratteristiche terrose o fruttate, partendo da qui si può arrivare ad ottenere una varietà autoctona, come ad esempio le IGA fatte col mosto d’uva derivate dalla tradizione vinicola italiana, l’aroma è caratterizzato da un luppolo veramente italiano”. Il dibattito, che si è presto trasformato in un viaggio dalle più antiche tradizioni mitteleuropee fino agli aromi made in Italy più recenti e innovativi, con degustazioni di birre wet hop, fresh hop e altri incroci sperimentali, è servito anche a fare il punto sulle reali possibilità di sviluppo lungo tutto lo stivale e per evidenziare i fattori di criticità. In Italia, dove hanno attecchito meglio le varietà americane per la loro ruvidità olfattiva, per il carattere importante e perché resistono più di altre agli stress climatici, il Sud si presenta meno versatile, a causa soprattutto dell’irraggiamento solare: il luppolo non cresce al di sotto di certi paralleli dove invece si assiste alla proliferazione di quello selvatico, sarebbe quindi difficile coltivare specie selezionate a tali latitudini.

Sul fronte delle risorse e delle sinergie i nodi si fanno altrettanto evidenti. Occorrono centinaia di migliaia di euro per una ricerca sulla coltivazione di luppolo autoctono che dopo la distribuzione sui centri di ricerca regionali non sono sufficienti a finanziare i singoli progetti. Sostengono ancora i due pionieri che manca una vera connessione con le imprese, “sono tanti quelli che rimangono arenati nel mondo accademico”. Non solo. E’ importante, avvertono, che vi sia una competenza nel settore, “non si può pensare a produrre birra e a coltivare contemporaneamente il luppolo. Si tratta di specializzazioni differenti, un conto è avere un’azienda agricola in Germania dove c’è, da tempo, il know-how per coltivarlo, ma qui in Italia, allo stato attuale, non è pensabile fare l’uno e l’altro”. Intanto si lavora per avere una varietà luppolata che abbia come prefisso la parola “Italia”.

Fonte: – – Ufficio Stampa:

Scheda e news:
Beer&Food Attraction

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