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Oggi si torna indietro nel tempo, per ripercorrere i quasi due secoli di storia di un liquore che sa di leggenda. È il Grand Marnier Day, giornata dedicata a un prodotto cardine della cultura da bere europea e non solo, protagonista al bar, in casa, in cucina: comodi, che c’è tanto da raccontare.

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La ricetta deve il suo straripante successo alle note agrumate e suadenti, figlie della sapiente mescolanza di cognac (rigorosamente non invecchiati) e arance amare dei Caraibi (citrus bigaradia, per i precisi); dettagli già validi per rimanere consacrati nella leggenda grazie alle proprietà organolettiche che ne derivano, ulteriormente rinvigoriti da una storia meravigliosa e dalle tinte romantiche. Il prodotto, così come lo si conosce oggi, è infatti rimasto invariato fin dal 1880, data in cui Louis Alexandre Marnier trovò la quadra dopo un buon decennio di tentativi. Non certo l’unico aneddoto da ricordare.

Marnier aveva sposato Julia Lapostolle, nipote prediletta di Jean Baptiste, un produttore di liquori che cinquant’anni prima aveva fondato la sua distilleria a Neauphle-le-Château, un paesino nel radar di Parigi divenuto poi famoso per aver ospitato l’ayatollah Khomeini in esilio, nel 1978. L’impianto della famiglia Lapostolle rimane ancora oggi la prima pietra su cui poggia l’intera produzione di Grand Marnier, che là conserva la sede ufficiale: Louis Alexandre teorizzò e rese realtà la distintiva bottiglia a forma d’alambicco, impreziosita con nastro rosso e ceralacca, ma non fu lui, paradossalmente, a vergare la firma definitiva sull’etichetta.

L’esordio sugli scaffali era avvenuto con il nome di Curaçao Marnier, per identificare la tipologia di liquore: diretto, ma standard, fino all’intuizione di Cèsar Ritz, grande amico di Marnier, che suggerì “Un grand nom pour une grande liqueur”, che non ha bisogno di traduzione. Fu un consiglio snocciolato sovrappensiero, probabilmente nel mezzo di una serata conviviale, ma fu lo snodo cruciale per il decollo totale del Grand Marnier; Ritz ne giovò a sua volta, perché fu proprio Marnier a sostenerlo finanziariamente nell’apertura del suo omonimo albergo a Parigi, poi divenuto icona di ospitalità a sei stelle. Vinsero entrambi, insomma, insieme a milioni di consumatori e viaggiatori. 

Il Cordon Rouge, l’edizione con il nastro rosso, è a tutt’oggi la proposta più rinomata e classica della linea di Grand Marnier, che ha negli anni comunque rilasciato una serie di varianti imperdibili: come la Louis Alexandreomaggio al visionario inventore della ricetta, che in questa veste si presenta ancora più ricca e complessa grazie ai cognac VSOP utilizzati. La Cuvée du Centenaire fu realizzata nel 1927 per celebrare il secolo di vita della distilleria, implementando una selezione di cognac XO, mentre la Cuvée 1880 simboleggia l’anno di nascita del prodotto, ricordato con una selezione di cognac XO provenienti esclusivamente dalla regione di Champagne. Cuvéè Quintessence è infine la perla rara, impreziosita da una selezione proveniente dalla cantina privata di famiglia.

Già a partire dai primi anni di successo, Grand Marnier, dal 2016 parte del portfolio di Campari Group, è stato largamente utilizzato (e a ragion veduta) in miscelazione, come elemento dolce e al tempo stesso aromatico, in miscele che hanno poi stravinto la sfida contro il tempo. Il Grand Margarita con tequila e lime era pressoché onnipresente sulle tavole della Belle Èpoque, e con il rivivere della mixology contemporanea si continua a trovare Grand Marnier in cocktail storici: una dose minima contribuisce ad ammorbidire e ingentilire drink come Old Fashioned, a base bourbon, Sidecar, che ha proprio nel cognac il distillato base, o Americano, colonna portante della cultura Campari, realizzato con l’iconico bitter e vermouth dolce. È principe anche nella preparazione di dolci, crepes, gelati, flambé: e oggi è un giorno ancora più perfetto per poter godere di un sorso, e anche di più.

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