Carlo Carnevale
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L’Antiquario, il segreto di Napoli con vista sul mondo

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Tra la movida dei baretti di San Pasquale e il lungomare pedonale che ribolle di turisti e ristoranti a Napoli, si incastra una stradina imperfetta e quasi cupa. L’unica che collega la zona Est della città, quella con Piazza del Plebiscito e il Palazzo Reale, alla residenziale e solare Chiaia. Il marciapiede è stretto e il passaggio trafficato, c’è spazio a stento per camminare in coppia. Ma basta suonare un campanello e oltrepassare una pesante tenda nera per scoprire un ritrovo intrigante che racchiude storia e futuro.

ANTICHITÀ – È una zona di Napoli pregna di una tradizione particolare, quella del mercato di antiquariato che dal ‘600 conserva un certo appeal, e l’insegna a cui fermarsi non nasconde le proprie origini: L’Antiquario, ex negozio di antichità riqualificato come secret bar. In cabina di regia c’è Alex Frezza, quarant’anni portati alla grande (“Ma quando smetterò di bere e lavorare sarà un guaio”), socio insieme a Luigi Pignatelli, Francesco Cappuccio, Vincenzo Cardone e Salvatore Grasso di un’organizzazione nata per cocktail catering: “Facevamo di tutto, dalle feste private ai rave party di tre giorni. Poi abbiamo sentito il bisogno di qualcosa di più specifico. Di nostro, soprattutto”. Rivolgersi all’esterno era impossibile stante il via vai continuo di auto e pedoni, quindi la magia è tutta da cercare nel cuore del locale.

OASI NEL CAOS – Non ci sono password da dichiarare o ragnatele di connessioni da sostenere per poter entrare: “Non è uno speakeasy, anche perché credo sia un concetto che non ci appartiene” racconta Frezza. “Gli anni ’20 in Italia richiamano alla mente tutt’altro, non certo il Proibizionismo, quello è più un riflesso romantico e distorto”. Resta però l’idea di qualcosa di nascosto e che nasconde, accoglie e resta impresso. Un’esperienza. “Il posto è piccolo ma fa parte del gioco, la definizione giusta è quella di bar esperienziale. Si comincia da quando spingi sul campanello, la transizione dall’esterno a noi attraverso la tenda, e si conclude quando fai il percorso inverso, quando abbandoni il calore del locale per tornare al caos che c’è fuori”. L’offerta è ristretta ma di qualità assoluta, in lista si leggono esclusivamente cocktail e champagne, una sorta di nicchia eccellente in continua sperimentazione e allenamento.

WORK HARD, PLAY CLASSICS – Classici, contemporanei, moderni è la caption dell’Antiquario, e nell’alfabeto di Frezza, procidano ex studente di architettura con 38 esami alle spalle, la traduzione è chiara: “L’Antiquario è e vorrei fosse sempre un punto di riferimento per il bere, inteso come concetto assoluto. Questo buco deve essere il bar d’albergo che a Napoli non esiste, l’ospite deve trovare sì una proposta di cocktail nostri e creazioni signature, ma soprattutto essere certo che se ha voglia di un classico, un Martini Cocktail per dire, berrà il migliore possibile”. Per un risultato del genere esistono due chiavi necessarie: “Costanza e particolari, lavorare senza adagiarsi e curare ogni dettaglio, dalla proposta di gin al ghiaccio ai bicchieri fatti a mano. E teniamo molto all’identità del locale, è di quello che un ospite deve ricordarsi”. Niente liste con drink da fotografare, niente servizi su personalità specifiche. Chi lavora all’Antiquario è un valore aggiunto, ma non il protagonista.

NAPOLI-NEW YORK-TOKYO – Lo spirito del posto pervade l’intera esperienza, dalle luci soffuse al retrobancone con gli specchi, richiamando un’aria d’altri tempi e soprattutto d’altri luoghi. L’Antiquario è punto d’arrivo per il bere dell’estero, e punto di partenza per chi qui impara qualcosa ed è pronto per esportarlo: “I cocktail sono prodotti internazionali, e io ho sempre desiderato che i miei ospiti potessero trovare qui un drink assaggiato all’estero, o magari conoscerne qui uno che avrebbero poi richiesto altrove. Napoli è un calderone che non ha nulla da invidiare a New York o Tokyo, abbiamo una clientela che viaggia moltissimo e di conseguenza esige un certo tipo di qualità e varietà. Abbiamo una proposta tutta nostra, certo, ma saremo sempre pronti a preparare un Martini Cocktail, un Julep. I classici, ma i migliori possibili”.

TRAMPOLINO – Senza trascurare il messaggio che un posto del genere può mandare all’intera cultura enogastronomica partenopea e perché no italiana: “Un locale come L’Antiquario può fungere da trampolino per tutta la dimensione della mixology e del buon bere. Negli anni abbiamo studiato, ci siamo formati nel tentativo di riempire un po’ il gap che c’è tra l’attenzione posta sul cibo rispetto a quella riservata alle bevande, una differenza tipica dell’Italia e in particolare del sud. Servono poli come il nostro per divulgare, prima ancora che creare un’abitudine”. Nei piani dei soci c’è anche l’apertura di un nuovo locale, un Tropical Bar pochi metri più in là, un altro format finora assente in città che già si prevede possa far fortuna.

A DIFESA DELLA PROFESSIONE – Elegante perché sobrio e discreto, intrigante perché se non si conoscesse non si troverebbe. E dalle potenzialità importanti grazie a un respiro internazionale: “Mi piacerebbe che l’Antiquario diventasse un posto istituzionale, avesse un valore intrinseco riconosciuto da tutti nel mondo, magari anche grazie alla certezza di poter bere soltanto qui un determinato drink iconico”. Più di ogni cosa, accogliente e di enorme competenza, quella che solo chi davvero crede nei propri progetti è disposto a rincorrere e poi a offrire: “Dovrebbero abbattersi i pregiudizi che girano su chi lavora al bar, il bancone è visto sempre come transito e mai come punto di arrivo, nonostante la professionalità stia raggiungendo vette importanti. Io a quarant’anni ancora sogno di poter fare due o tre turni a settimana…”.

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