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L’industria alimentare italiana dimostra, ancora una volta, di essere un settore in grado di sostenere l’economia del Paese, anche in periodi di crisi come questo: malgrado il calo di fatturato che ha interessato il comparto manifatturiero a causa del lockdown, infatti, il food&beverage ha saputo reagire bene. Ma i timori per il futuro non mancano e sei aziende su dieci guardano alla fine del 2020 con preoccupazione.

È quanto emerge dal Rapporto “L’industria alimentare italiana oltre il Covid-19. Competitività, impatti socio-economici, prospettive”, redatto da Nomisma per Centromarca – Associazione Italiana dell’Industria di Marca e IBC – Associazione Industrie Beni di Consumo.

Il Rapporto, edito da Egea, vuole essere uno strumento utile a comprendere l’importanza che l’industria alimentare riveste per il Paese, ma anche le prospettive e le sfide che si presentano in seguito ai mutamenti determinati dal Covid-19. Ripercorriamo i passaggi della presentazione, lasciando la possibilità di visualizzare il video dell’intervento di ciascun relatore.

La parola ai relatori

L’evento ha visto la partecipazione di Paolo De Castro del Comitato Scientifico di Nomisma, Denis Pantini, Responsabile del settore Agroalimentare della Società di ricerca e curatore del Rapporto, Francesco Mutti, Presidente di Centromarca e Amministratore Delegato di Mutti S.p.a. e Alessandro d’Este, Presidente di IBC, Presidente e AD di Ferrero Commerciale Italia.
A conclusione della presentazione è intervenuta, in collegamento, Teresa Bellanova, Ministra delle politiche agricole alimentari e forestali.

 

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L’anticiclicità dell’industria alimentare italiana – Denis Pantini

L’industria alimentare e delle bevande rappresenta il terzo comparto più importante del settore manifatturiero nazionale in termini di valore aggiunto prodotto. Come ha spiegato Denis Pantini durante le presentazione del Rapporto, la particolarità del food & beverage è quella di aver risposto bene sia alla crisi economica di dieci anni fa sia a quella provocata dall’emergenza sanitaria in corso. Secondo i risultati emersi, infatti, tra il 2008 e il 2019 il valore aggiunto generato da questo settore – ovvero la capacità di creare ricchezza per il Paese – è cresciuto del 19%, mentre quello dell’intero ambito manifatturiero non è andato oltre il 7%.

Anche i dati sull’occupazione sono in controtendenza: se il comparto manifatturiero ha subito un calo del 13%, l’industria alimentare ha registrato un + 2%. Lo stesso dicasi per l’export, dove i risultati raggiunti sono stati encomiabili: il food&beverage è cresciuto dell’81%, contro il 30% del settore manifatturiero, tant’è che l’Italia si trova oggi al quinto posto nel mondo per l’export di cibi e bevande. In particolare, è leader mondiale per l’esportazione di alcuni prodotti specifici, come le conserve di pomodoro, la pasta e i salumi.

Tutto questo nonostante il “gap dimensionale” che caratterizza il settore. Denis Pantini, commentando i dati del Rapporto, ha spiegato che 9 imprese su 10 hanno meno di 10 addetti. Sebbene le imprese con un fatturato superiore a 350 milioni di euro siano solo lo 0,1% del totale, ad esse è riconducibile il 52% dell’export. “Questo ci fa capire che avere le spalle larghe rappresenta spesso una condizione necessaria per vincere sui mercati internazionali”, ha affermato.

La sfida del Coronavirus

Anche con lo scoppio della pandemia e la gestione dell’emergenza da Covid-19, l’anticiclicità del settore ha saputo sostenere l’economia nazionale. Le vendite al dettaglio dei beni alimentari hanno tenuto durante e dopo il lockdown, registrando, nei primi sette mesi del 2020, un 3,3% in più rispetto all’anno precedente, mentre la vendita dei prodotti non alimentari ha subito un calo del 17,6%. Lo stesso in ambito export: nei primi sette mesi dell’anno l’industria alimentare ha guadagnato un + 3,5%, mentre le esportazioni del comparto manifatturiero nel suo complesso hanno registrato una contrazione del 14%.

Pantini si è soffermato su un altro aspetto interessante: l’export ha visto una crescita significativa di alcuni alimenti specifici come la pasta (+25%) e i derivati del pomodoro (+12%), e una riduzione di altri prodotti, come il vino e la cioccolata, che, negli ultimi cinque anni, erano sempre cresciuti a tassi medi compresi tra il 5% e l’8%. “Le diverse modalità adottate nel mondo, nei tempi e nell’applicazione del lockdown, hanno determinato performance differenti nell’export dei nostri prodotti, penalizzando principalmente quelli venduti nel canale Horeca. – ha commentato – Si spiegano così, per esempio, il -4% nell’export di vino e, all’opposto, il +25% della pasta italiana o il -7,8% dell’export alimentare francese contro il +2,7% di quello spagnolo”.

 

Le preoccupazioni delle imprese per il futuro

Nonostante le buone performance registrate complessivamente, le preoccupazioni non mancano. Il Rapporto, infatti, è stato arricchito da un’indagine condotta da Nomisma su un campione di 200 imprese alimentari italiane: da questa survey è emerso che per il 62% delle aziende l’anno si chiuderà con una riduzione delle vendite rispetto al 2019. A preoccupare è soprattutto il mercato interno rispetto a quello estero.

Denis Pantini si è soffermato sui tempi di recupero del canale Horeca che, per l’Italia, saranno sicuramente più lunghi del previsto. “Ci sono due aspetti principali da considerare: il primo è lo smart working, che porta a consumare meno pasti fuori casa, mentre il secondo è il forte calo degli arrivi dei turisti stranieri nel nostro Paese”, ha spiegato.

Le preoccupazioni, inoltre, frenano gli investimenti delle imprese, anche se alcuni di questi non possono essere rimandati, perché necessari ad affrontare efficacemente i cambiamenti in atto. Tra questi si evidenziano gli investimenti nel digitale che, come illustra l’indagine, figurano al secondo posto fra quelli che continueranno ad essere sostenuti come preventivato. In particolare, ci si riferisce al potenziamento dell’attività aziendale sui social e sul canale online.

Non è più l’epoca del “piccolo è bello” – Paolo De Castro

Come ha sottolineato Paolo De Castro, che ha curato la prefazione del Rapporto, il lockdown ha evidenziato l’importanza, in una situazione come questa, di poter contare su un sistema agroalimentare solido e ben sviluppato per continuare a rifornire i punti vendita durante la pandemia. Allo stesso tempo, bisogna tenere presente che il settore deve colmare delle lacune per diventare più competitivo, e che oggi, grazie al Recovery Fund, abbiamo l’occasione di farlo, se sapremo sfruttare al meglio le risorse fornite dall’Europa. Da questo punto di vista, secondo De Castro, i fondi andrebbero usati per realizzare investimenti nel digitale, nelle infrastrutture materiali, nella cura e nella manutenzione del territorio sviluppando, ad esempio, la rete degli invasi per la raccolta dell’acqua piovana.

Per aumentare la competitività dell’industria alimentare, inoltre, bisogna capire che non è più l’epoca del “piccolo è bello” o meglio, se l’azienda non è di grandi dimensioni, deve almeno essere organizzata per godere di maggiore competitività: in Italia ci sono tante eccellenze fatte di piccole aziende che, organizzandosi in cooperative, reti e Consorzi di imprese, riescono a fare massa critica”, ha spiegato Paolo De Castro.

Nel frattempo, è fondamentale prestare attenzione alle decisioni prese in Europa, con particolare riferimento alla Brexit. “Nuova Pac, Green Deal, politica commerciale internazionale, sono solo alcuni dei grandi dossier in discussione a Bruxelles, dai cui esiti possono dipendere le sorti, o quantomeno lo sviluppo, di molte imprese agroalimentari italiane. A questi va aggiunta la Brexit, i cui ultimi sviluppi in seno al negoziato non sono molto rassicuranti e destano preoccupazione, considerando che si tratta del quarto mercato di export per il nostro food&beverage e che anche nei primi sei mesi di quest’anno siamo cresciuti di oltre il 4% a fronte di un aumento medio dell’intero export alimentare inferiore al 3%”, ha commentato De Castro.

La necessità di un piano pluriennale – Francesco Mutti

Secondo il presidente di Centromarca Francesco Mutti, gli aspetti su cui puntare dopo la pandemia sono tre: la crescita della competitività del sistema, la riduzione della burocrazia che tende a rallentare il settore, e la dimensione aziendale. “Il fatto che 9 aziende su 10 abbiano meno di 10 dipendenti rende difficile proiettarsi verso altri Paesi. – ha commentato – Inoltre, l’industria alimentare necessita di un piano pluriennale, perché solo così è possibile dare certezze di medio-lungo periodo agli imprenditori”. Questo piano, secondo il presidente di Centromarca, dovrebbe puntare su tre pilastri principali: qualità della formazione, agevolazioni per l’unione delle aziende e competitività del sistema. Riallacciandosi al tema degli invasi citato da De Castro, ha aggiunto: “Si tratta di una questione di rilievo, perché abbiamo delle falde sempre più basse e basta un anno di grande siccità per far saltare completamente delle filiere. Dobbiamo quindi creare degli invasi compatibili con l’ecosistema, per evitare che l’acqua che ci viene regalata con la pioggia ritorni al mare nell’arco di poche ore”.

La necessità di saper rispondere alle nuove sfide – Alessandro d’Este

La qualità è il grande punto di forza e di differenziazione dell’industria alimentare italiana, come ha sottolineato Alessandro d’Este. In particolare, il presidente di Ibc ha messo in luce il fatto che il cibo italiano è strettamente connesso alle bellezze artistiche e naturalistiche del Paese e, di conseguenza, ai flussi turistici. “I consumi fuori casa hanno da sempre rappresentato un canale di comunicazione della nostra offerta agroalimentare, sia verso gli italiani sia verso gli stranieri. La forte riduzione dei flussi turistici può ripercuotersi negativamente sulla diffusione della nostra immagine di qualità all’estero. Dunque, bisogna essere capaci di ripristinarla”, ha spiegato.

Riprendendo quindi le parole di De Castro, d’Este ha sottolineato che piccolo è bello se si fa qualità e differenziazione, se l’azienda è capace di resistere nel futuro e di rispondere alle sfide. Le sfide, a suo avviso, sono sviluppare il rapporto digitale con i consumatori, adattarsi ai nuovi canali, riuscire ad esportare e a sostenere la qualità, intesa non solo come qualità organolettica ma anche come rispetto dei valori di sostenibilità.

L’intervento di Teresa Bellanova, Ministra delle politiche agricole alimentari e forestali

A conclusione della presentazione è intervenuta, in collegamento, Teresa Bellanova, Ministra delle politiche agricole alimentari e forestali. La Ministra Bellanova ha sottolineato come molti dei temi emersi dal Rapporto rappresentino il campo di lavoro del Ministero, che sta operando sul consolidamento e ripresa del mercato interno e sulla necessità di rafforzare le politiche orientate all’export soprattutto in quei mercati che possono permettersi di acquistare prodotti Made in Italy. Alcuni dei temi toccati durante l’intervento sono stati l’importanza della lotta all’Italian Sounding, ovvero l’imitazione dei prodotti alimentari italiani, del sostegno al settore della ristorazione, e del contrasto al nutri-score obbligatorio in Europa e ai sistemi che classificano gli alimenti come “buoni” o “cattivi” senza basi scientifiche. È invece fondamentale, come ribadito dalla Ministra, esigere la trasparenza, soprattutto sull’origine delle materie prime.

La necessità di sviluppare un piano pluriennale di interventi

Tutti i relatori hanno convenuto sulla necessità di sviluppare urgentemente un piano pluriennale di interventi che favoriscano concentrazione, innovazione tecnologica, investimenti ed efficienza dei passaggi di filiera in Italia e all’estero. Questo permetterà di rafforzare la competitività delle imprese alimentari italiane e di supportarle nel loro percorso di crescita, per garantire quel ruolo di traino economico e di salvaguardia occupazionale che il settore ha mostrato di avere durante il periodo più duro dell’emergenza sanitaria, ma che rischia di essere messo a dura prova nei prossimi mesi.

+Info: www.nomisma.it

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