Carlo Carnevale
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Come e perché l’Europa è la mecca del rum

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Cuba, Haiti, Jamaica. Paradisi caraibici, e produttori principali di rum, che galleggiano sul ballatoio degli Stati Uniti, a poche ore di viaggio. Eppure nonostante la vicinanza geografica, non è agli appassionati americani di rum che è destinato il meglio dell’offerta di questi paesi. Per ottenere le bottiglie più preziose e ricercate del mondo, c’è da volare fino in Europa.

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A causa di tradizioni coloniali, moderni ostacoli legali, al potere dei brand e una cultura del prodotto a volte rivedibile, i mercati del rum di Amsterdam, Londra e Parigi hanno completamente sopraffatto i gemelli d’oltreoceano, permettendo agli affezionati europei del rum, e ai turisti statunitensi, di poter godere del meglio dell’offerta giamaicana, martinicana e simile.

VANTAGGI LOGISTICI – Richard Seale, distillatore di Foursquare nelle Barbados, è uno dei nomi di punta nel giro del rum negli Stati Uniti. Ciononostante ha rilasciato sul mercato più di una serie limitata esclusivamente all’Europa; non perché non possa importarlo verso l’America, ma perché il Vecchio Continente è semplicemente, e paradossalmente, più comodo e più economico da raggiungere. Nello stesso tempo che servirebbe per ottenere l’approvazione dell’etichetta dal Alcohol and Tobacco Tax and Trade Bureau (TTB) e poi registrarla in ognuno degli stati USA (a volte si parla di mesi), Seale può spedire il proprio rum in Olanda e poi smistarlo verso le principali città, immediatamente. Le capitali europee sono ben vicine tra loro, e il sistema europeo prevede il controllo delle etichette dopo l’immissione sul mercato, al contrario di come avviene negli Stati Uniti. Soprattutto con le partite di poche centinaia di bottiglie, le chicche che solo gli amatori cercano, il processo di approvazione state-by-state non vale semplicemente la pena.

Senza le giuste tutele, dunque, non avrebbe senso per i distillatori lanciare prodotti artigianali sul mercato USA, perché sembrerebbero inspiegabilmente costosi ai consumatori. Seale sottolinea inoltre come gli Stati Uniti non proteggano il rum allo stesso modo di come facciano con bourbon, scotch o addirittura cognac. La EU rispetta e sostiene le severe regolamentazioni che la Martinica impone sul rum agricole, difendendo ad esempio i brand storici dalla concorrenza sleale di quelli che vendono sottocosto. Il TTB invece non distingue tra rum di melassa o di canna da zucchero, rum con zuccheri aggiunti dopo la distillazione o blend di rum provenienti da diverse distillerie, per non parlare delle complesse tradizioni native di ciascuna isola.

VANTAGGI STORICI –  Nel diciassettesimo secolo, quando in Europa ancora impazzava la febbre del gin e della birra, l’America iniziava ad accogliere navi colme di rum, e le colonie divennero in breve i primi grandi mercati di rum al di fuori dei Caraibi. Ma dopo la Rivoluzione Americana, i nuovi Stati Uniti spostarono la loro attenzione verso distillati come bourbon, rye e brandy, specialmente con l’espansione verso Ovest, lontano dal mar dei Caraibi. Il colpo definitivo al mercato del rum fu dato dal Proibizionismo nel ventesimo secolo. Anche gli europei si allontanarono dal rum, ma le tre principali potenze coloniali (Inghilterra, Francia e Spagna) conservarono fortissimi legali culturali con i territori conquistati, così da preparare il terreno per un ritorno in auge del rum.

Colonie inglesi come Barbados, Guyana e Giamaica ottennero l’indipendenza negli anni ’60, e adesso rimangono sotto l’egida del Commonwealth. Fino a quei tempi, i mercanti britannici continuavano a importare enormi quantità di rum presso banchine dedicate nei porti di Londra e Liverpool, per rifornire i bevitori inglesi e la Marina. Sono tradizioni ormai scomparse, ma colonne portanti della cultura del bere nel Regno Unito. Allo stesso modo, Guadalupa e Martinica restano territori insulari legati alla Francia. Dani DeLuna, co-fondatore del Cane Club e brand manager di Boukman Rum, racconta di come sebbene i bevitori francesi più esperti rimangano legati a prodotti nazionali come cognac, Armagnac e calvados, le nuove generazioni stanno virando verso whiskey, gin e rum. Ovviamente della Martinica o della Guadalupa. Per quanto, infine, in Spagna il mercato del rum non sia così florido come nei paesi cugini, rimangono forti i legami con prodotti che arrivano da Cuba, la Repubblica Dominicana, il Venezuela o il Guatemala.

Anche in paesi privi di connessioni storiche così forte, il rum sta conquistando sempre più interesse. Daniele Biondi, Manager Area Rum di Velier spiega che in Italia qualsiasi stile di rum incontra un buon consenso. “Quando abbiamo iniziato non c’era nessun tipo di educazione al prodotto, intorno alla metà degli anni ’80. Non ci si preoccupa della provenienza, i consumatori bevono il rum perché piace”.

Daniele Biondi spiega il T'Punch al Rum Day 2015
Daniele Biondi spiega il T’Punch al Rum Day 2015

IL POTERE DEI BROKER – I distillatori dei Caraibi producono la maggior parte del rum che finisce sugli scaffali europei, ma nel corso dell’ultimo secolo si è venuto a creare un sistema di imbottigliatori indipendenti che gravita attorno al mercato dell’export. Sono terze parti che non distillano o spediscono il rum direttamente, piuttosto lo acquistano in Europa e lo rivendono. L’origine della categoria è da ritrovarsi nel diciannovesimo secolo, relativa al mondo dello scotch, nel quale questi uomini di mezzo iniziarono a proliferare. Lo storico del rum Matt Pietrek spiega: “Alla fine del 1800 non esistevano di certo brand come ne vediamo oggi. La gente acquistava da varie distillerie e vendeva sotto il proprio nome. Da qui nacque l’idea dell’imbottigliatore indipendente”.

Secondo Pietrek, molti brand di rum anche importanti acquistano rum invecchiato o meno in massa da E&A Scheer, una compagnia di trading olandese attiva dal 1762, oggi il più grande broker di rum del mondo. Allo stesso tempo i partner di Scheer,  la Main Rum Co. di Liverpool, rifornisce vari rivenditori più piccoli e indipendenti con rum pregiato, raro, invecchiato, in modo da permettere loro di rivenderli e riempire i buchi del mercato che le aziende più grandi lasciano con i loro prodotti di più ampio respiro. Sebbene molti rivenditori cerchino di acquistare direttamente dalle distillerie quando possibile, Main Rum rende più semplice la compravendita di rum eccezionali, rari e altrimenti introvabili. Permettendo inoltre a nuovi brand di entrare nel mercato, altrimenti inaccessibile a causa dei costi eccessivi del trasporto transoceanico.

Oggi i distributori indipendenti sono sparsi per tutta l’Europa Occidentale. Compagnie des Indes e La Maison du Whisky in Francia, Bristol Classic Rum e Mezan in Inghilterra, Rum Nation, Samaroli e Velier in Italia, Kill Devil in Scozia, Cane Island in Olanda, The Rum Cask in Germania, solo per citarne alcune. Negli Stati Uniti si trovano Hamilton e Golden Devil, realtà rilevanti ma semplicemente non in grado di competere con i colossi europei.

IL DOMINIO DEI BRAND MAGGIORI – Bacardí e Captain Morgan non sono semplicemente radicati nella cultura americana; hanno un posto saldo anche nella legislazione fiscale del paese. Biondi cita la Rum Excise Tax Cover-Over come un piccolo ma importante deterrente per i produttori di rum non americani. La tassa su tutti gli spirits distillati dentro o fuori dai confini degli Stati Uniti è di $13.50 a gallone, ma dagli anni ’90 il Congresso ha emanato una rimessa di pagamento annuale della stessa tassa per aziende in Porto Rico (dove Bacardì ha una struttura da un miliardo di dollari) o le Isole Vergini (sede di Diageo). La tassa ha ottenuto nuova attenzione nel 2017, quando Bacardí, Cruzan e Diageo furono accusate di sfruttare disastri naturali per fare pressione sul Congresso e rendere permanente la Cover-Over. Se da un lato i produttori di rum sostengono che questi fondi aiutino le isole più danneggiate dai tifoni e meno considerate dall’amministrazione Trump, è vero che gli stessi permettono ai distillatori industriali di abbassare i prezzi e tagliare fuori la concorrenza.

SI VEDE L’AMERICA – Nonostante gli ostacoli, l’economia globale sta lentamente rendendo più omogeneo il mercato del rum. Internet ha inoltre sostenuto negli anni la richiesta americana, permettendo ai consumatori di accedere a informazioni relative a rum lontani da casa. Lo stesso Seale ammette che sebbene il mercato continui a spingerlo verso l’Europa, “negli USA iniziamo a registrare una comunità di appassionati importante, la domanda sta crescendo e ripagheremo la loro lealtà”. Rimane comunque un grande terreno di vantaggio per gli americani: il rum distillato all’interno dei confini degli Stati Uniti. Distillerie come Maggie’s Farm di Pittsburgh stanno rispolverando le tradizioni del New England, mentre altre stanno instaurando nuove filosofie. “Il mercato del rum statunitense è giovanissimo, non ha ancora formato la propria identità nazionale. Vuol dire che si potrà soltanto migliorare”. È un gran momento per essere un bevitore di rum in America, per quanto sia ancora il caso di andare a fare esperienza in Europa. Il cambiamento avviene in tempi lunghi, quindi meglio armarsi di pazienza, gusto e parecchia plastica per incartare i souvenir dal Vecchio Continente.

fonte: Liquor.com

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