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Altezza, altura e altitudine. Tre anime che hanno un nome proprio e possono raccontare di vita e vite. Al ventesimo piano di uno dei grattacieli della nuova Milano, al MiView Restaurant, con Vite di Roccia di Nino Negri si parla di vino, di montagna, di vino di montagna. Tiene banco Paolo Cognetti, scrittore che delle vette e delle valli ha fatto il proprio credo, trasponendole in pagine premiate poi divenute film acclamati nel mondo (“Otto Montagne” ha vinto il premio della giuria al 75º Festival di Cannes), riportando la città a una dimensione più umana di quanto non sembri ultimamente. “Milano è in realtà pedemontana, il Monte Rosa si vede chiaramente, e conserva una dialettica ininterrotta con la montagna”. Quella che Cognetti ha imparato a conoscere da ragazzino, fino a renderla il suo universo.

Al suo fianco Danilo Drocco, Direttore Tecnico della cantina Nino Negri e Presidente del Consorzio Vini Valtellina: vini di vette, che a loro volta hanno raggiunto vette più che importanti nelle cantine degli intenditori, e meritano una precisazione. “È la pendenza a fare la differenza e non l’altitudine. Nino Negri lo dimostra, abbiamo vigneti posti a pendenze dell’85%, un unicum. E poi il marchio della Valtellina: 2500km di terrazze, murazze a secco, per una motivazione pratica. Da noi il vino viene bene: d’altronde lo si fa da duemila anni, qui“. Vite di Roccia celebra proprio l’intreccio tra persone, cime e vino.

Un gioco di orgoglio e mescolanze, l’inno alla solitudine di Cognetti, la fierezza del territorio di Nino Negri e di quella Valtellina rimasta piuttosto indipendente da Milano, più vicina ai confini svizzeri e austriaci. “I valtellinesi non scendono, i milanesi salgono ma sono un po’ distratti: quanti di quelli che vanno verso la neve si fermano a guardare i nostri vigneti?”.

È anche una giusta commistione di valori e caratteristiche. La forza di gravità comune a montagna e vite, che ribaltano la normalità, ciò che in città e meglio fare dall’alto in basso qui è viceversa, ci si appoggia alla natura e le si permette di fare il suo decorso. Quella natura che Cognetti tiene a chiamare per nome, come nel suo libro, “noi in montagna parliamo di roccia, fiume, albero, foglie”, non di “natura, che è una cosa astratta“. E poi la fatica, il tempo, lo spazio, elementi che anche in un vino eccellente trovano il loro posto perfetto.

Vino alla fine se ne degusta anche, paradossalmente quasi secondario a fronte di una conversazione difficilissima da interrompere, per profondità e ipnosi. È il momento della Riserva 2011 del Valtellina Superiore DOCG Castel Chiuro, prodotto in quantità limitate, solo in annate eccellenti e distinto per l’importante affinamento: oltre dieci anni nelle cantine sotterranee del castello in cui ha sede la cantina, nel cuore di Chiuro.

Parla Drocco, ma soprattutto parlano i calici e il silenzio che una degustazione profonda permette. “Nino Negri fa vino in Valtellina dal 1897. Fa questa Riserva dagli anni Cinquanta, ma la produzione si era interrotta a causa della frenesia di dover uscire con le annate nuove. Saper aspettare è un vanto, ed è la filosofia di questo vino. Il 2011 dimostra come il Nebbiolo della Valtellina sia al pari di quello di Langa, capace di affinare e maturare con lentezza senza perdere le caratteristiche tipiche. È un vino di solitudine, cinque anni in botte e cinque in bottiglia, eppure evolve. Solo i grandi vini migliorano in bottiglia”. Elegante, tenace, persistente. Come la montagna può essere, d’altronde, e rimane poco altro da aggiungere.

+ info www.ninonegri.it

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