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Non ufficialmente una condanna, ma il rincorrersi delle ultime voci somiglia tanto al tracciarsi di una linea, oltre la quale una volta giunti, bar e ristoranti subiranno una sportellata da cui difficilmente potranno riprendersi. La fiamma della speranza è però viva, per quanto nascosta, alimentata (Animata, meglio, per chi vuole capire) di nascosto da chi vive l’ospitalità come una missione.

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Milano è mezza deserta già da un’oretta almeno. Mi piace pensare sia per la temperatura che inizia a scendere, o perché è pur sempre un plumbeo lunedì di fine settembre, non certo perché siamo ormai perforati da una comunicazione apocalittica a qualsiasi ora. Magari era così vuota anche lo scorso anno, forse siamo noi a farci suggestionare senza sosta e a non riuscire più a distinguere cosa è da cosa vorremmo che fosse. Si stava meglio quando non ce ne rendevamo conto. Quando un Martini era un premio abitudinario dopo una giornata di lavoro, di quelle che ti fanno trascinare al bancone esausto ma soddisfatto e il bar era un tempio di socialità scritta sui tovagliolini, un universo che viveva il suo Big Bang ogni sera da capo. Adesso immaginare di bere fuori da casa è un pensiero da confessionale e Ave (Bloody) Maria.

Prima di chiudere la portiera dell’auto perdo sei minuti a risolvere il groviglio degli auricolari: detesto quelli che non li tolgono quando parlano con qualcuno di fronte a loro, quelli che non li usano in auto, quelli senza fili che per rispondere o premere play sembra di stare schiacciando una mosca nel timpano. Ma mi fanno impazzire quelli che li hanno su (e si suppone ascoltino musica) mentre da soli hanno i gomiti sul bancone e non dicono una parola. Ce n’è molti più di quelli che potreste pensare: sono i crociati dell’altra faccia del bar, quella più dura e romantica in senso pinkfloydiano, quella che vuol dire solitarietà ma non solitudine, il coraggio della timidezza o semplicemente una sana dose di stasera non dovete rompermi i Negroni. 

C’è un cancello gigante che inizia a scorrere e prima di fermarsi fa rumore. I primi arrivati sono già oltre, con poca luce e le loro voci che si sentono chiarissime. Raggiungerli mi fa pensare a quando si poteva tornare a casa a piedi poco prima dell’alba con la compagnia che probabilmente avevamo incontrato tre ore prima, al bar. Sembra dieci anni fa, e invece sono passate appena due stagioni, intorpidite dai divieti e stremate dalle incertezze. Viviamo una situazione che ci strangola gli orizzonti e ci rigonfia le paure, siamo pessimisti perché facciamo fatica a trovare soluzioni, e di conseguenza troviamo poche soluzioni perché siamo pessimisti. Saluto.

Le soluzioni, però, qualcuno le ha trovate e continuerà a farlo. C’è chi ha visto lontano già dieci anni fa rivoluzionando la tanto famigerata movida (che tutto è tranne che movida, e maledetto sia chi per primo ha usato a sproposito questo nobile termine), o chi ha acceso la lampadina e in un attimo ha ribaltato una città intera a suon di start up da mangiare e condividere, fatte di qualità e immediatezza. Si incontrano tutti qui. Più o meno una volta a settimana, al panno verde dove sono seduto si riuniscono il gotha dell’imprenditoria, i più meravigliosi balordi della miscelazione e le menti più eccelse e sognatrici dell’ospitalità milanese per lasciare in strada lavoro e preoccupazioni e far girare carte, fiches e anime. Con loro artisti da social, creatori di momenti. Più semplicemente amici. Ed è qui che il consumatore medio, la scimmia da tastiera, il solone in mascherina o il politicante senza congiuntivi non arriveranno mai.

Perché da chi dell’accoglienza ha fatto una religione, legittimo o sacrosanto che sia, qualsiasi provvedimento che si traduca in ostacolo sarà assorbito e usato come humus perché il futuro sia migliore. Sono questi spiriti e queste personalità a fare da motore per il movimento intero, e dire che è facile per chi ha già successo può essere giustificato fino a un certo punto. Vince chi capisce come mescolarsi con i tempi e impastarsi con le necessità, mettendosi al servizio degli ospiti una volta di più e tendendo una mano (quella vera, non quella di poker con cui sono poi stato vergognosamente e immeritatamente eliminato) ai propri dipendenti e paradossalmente ai propri colleghi, perché solo contaminandosi e proponendosi, si cresce. O addirittura di sopravvive. 

Tutto quello che di bellissimo non si vede, in un bar, in un ristorante, in un locale, si racchiude in una serata che racconta di tris e pettegolezzi, delivery e trap, sono cento kappa e punti interrogativi. Ogni scintilla che ha portato a un nuovo drink, ogni intuizione che si è tradotta in nuova apertura, e ogni timore che alla fine è stato superato è nato in notti come questa, dove chi ha successo si rimette in discussione e parla e ha paura e condivide. L’ospitalità, quella vera, a Milano come in tutta Italia non sarà mai imbavagliata finché i registi dello star bene continueranno a creare una rete del genere, che significhi confronto e non competizione, presenza e non invidia. Che voglia dire sistema per qualcosa e non contro qualcosa, perché tanto una proposta che vada bene a tutti non arriverà. I bar e i ristoranti rinasceranno sempre, fintanto che una volta a settimana giocheranno insieme a carte. 

(Doveroso post scriptum: ho perso, ma chi mi ha battuto ha un culo pazzesco)

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