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Grandi gruppi, realtà emergenti, birrifici tradizionali: alla 46esima edizione di Hospitality Riva si è visto praticamente ogni aspetto della produzione birraria italiana (e non solo), a testimonianza di come l’interesse per la birra di qualità resti sempre alto, e anzi, punti a crescere senza sosta.

Presente SchneiderWeisse, che con il CEO Robert Schraml festeggia il centocinquantesimo anniversario di attività: parete del gruppo Interbrau, è un birrificio storico della Bavaria, che nel 1872 acquistò il diritto di produzione direttamente dal re Ludwig II. Come da tradizione, ha sempre prodotto solo esclusivamente birre di frumento, ma in occasione dei questo importante anniversario ha lanciato la prima birra bassa fermentazione del birrificio: Schneider’s Bayrisch Hell. Da segnalare anche la Aventinus Eisbock Tap 9, tra le nostre preferite presentate a Hospitality Riva: birra che viene prodotta a partire dalla leggendaria Aventinus Tap 6 che viene congelata e poi disciolta nuovamente, eliminando così la parte acquosa e concentrando sapori, aromi e grado alcolico (12%).

Interessante anche Meckatzer, birrificio bavarese indipendente, il primo in assoluto a entrare nel novero SlowBrew (oltre cento criteri per essere certificati, versione birraria di Slow Food). Quasi tre secoli di storia, alla quarta generazione della famiglia Weiß come proprietari, e un fortissimo legale con il territorio: tutti gli ingredienti utilizzati nelle birre in linea vantano ingredienti raccolti nel raggio di cento chilometri dalla sede di produzione. Le proposte non variano, sono alternative tradizionali tra le quali spicca la Meckatzer Weiss Gold, la birra della domenica, ricca e profonda che porta il nome della famiglia Weiß ma che non è di una birra di frumento (weissbier).

Si è poi tenuta la settima edizione di SoloBirra, la competizione dedicata alla birra artigianale, ideata e diretta da Romano Gnesotto: oltre trecento partecipanti, tra birre non pastorizzate, etichette e packaging, che si sono candidate per un premio da conseguire nelle ventidue categorie disponibili. La giuria, composta da sommelier, esperti e mastri birrai, e presieduta dallo stesso Gnesotto, ha decretato come Birra dell’Anno la Shirin Persia di 5+ Birrificio Artigianale (oro anche nella categoria Birre Speziate), una American Wheat allo zafferano, creata in collaborazione con un’azienda importatrice di materie prime dall’Iran.

Best Label 2022 allo studio creativo Frei und Zeit, Best Pack 2022 va a Dario Frattaruolo. “La birra artigianale sta evolvendosi sempre di più, permettendo agli appassionati di assaggiare prodotti qualitativamente alti, e al tempo stesso identitari, che rispecchino le idee del produttore e della tipologia di birra”.

Lo confermano realtà come Lesster, con Fosco Conti, in provincia di Verona, che produce tra i 600 e gli 800 ettolitri annuali e quindici tipologie di birre con acqua vulcanica. Pils, Dunkelweiss, Imperial Stout, fino alle sperimentazioni con birre passate in botti di rum o bourbon.

Oppure Birra Eretica, di Ilario Limonta, in provincia di Monza: tre soci amici da una vita, che hanno deciso di dedicarsi alla birra giunti ai cinquant’anni. Acqua, malto e luppolo in stile tedesco, oggi una gamma che conta quattordici birre, incluse varietà al miele o alla canapa.

 

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1 Commento

  1. Caspita, con l’aumento della qualità dei piccoli birrifici, orientarsi tra gusti, versioni, aromi, elaborazioni della birra sta diventando ancora più difficile che con lo storico vino italiano. Comunque ben venga questo nuovo business. Forse non sarà per sempre (le “mode” arrivano, cambiano , tornano) , in ogni caso la quota della cosiddetta “artigianale” aumenta consistentemente. Non aumenta invece il percapita italiano, se bevi una birra non ne bevi un’altra, però aumenta il valore

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