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Lorenzo Dabove (in arte Kuaska), il più grande esperto di birre artigianali in Italia, ha condotto per conto di Beverfood.com un’ampia panoramica sui microbirrifici emergenti in Italia dal 2008 al 2018, intervistando i titolari/fondatori di ciascun Birrificio. Questo articolo è dedicato al Birrificio Carrobiolo di Monza con una intervista al fondatore Pietro Fontana (www.birradelcarrobiolo.it)

 

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Il Birrificio Carrobiolo nasce a Monza nel 2008, all’interno del convento dei Padri Barnabiti per poi trasferirsi nella nuova location dal 2014, dove il birraio Pietro Fontana si sente più libero di esprimere  la sua personalità di innato innovatore e audace ricercatore. Nascono così, accanto alle sue classiche produzioni, birre spericolate, con ingredienti a dir poco inusuali come il pomodoro, il cetriolo, i funghi porcini e così via. Pietro è un birraio genuino che non cadrà mai nella tentazione del “famolo strano” ma che crede nella filosofia del non porre limiti all’immaginazione e alla sperimentazione. Noto per non avere peli sulla lingua e la sua “vis polemica” da lui mi aspetto risposte sanguigne e pepate.

Come e perché avete iniziato la vostra avventura.

Ho iniziato da bieco e ossessivo collezionista di bottiglie di birra nel 1990. A furia di assaggiare birre diverse mi sono appassionato più al contenuto che al contenitore. Era l’epoca “pre-internet” e per inquadrare una birra ti facevi bastare 2 cose:

  1. Leggere l’etichetta (stile, paese di provenienza, alcol, e poche altre informazioni) e
  2. Assaggiarla senza pregiudizi, a mente libera e vergine.

Visitare i birrifici era un’occasione rara, parlare con un birraio ancora di più! Poi qualche pioniere ha messo su un microbirrificio anche in Italia… la collezione chiamava le nuove bottiglie… e lì è cambiato tutto! È nato l’interesse per la produzione, la scoperta dell’homebrewing, le degustazioni di Kuaska, Unionbirrai, il newsgroup Hobbybirra.it, il primo raduno Homebrewer a Piozzo, i seguenti concorsi, le continue nascite di nuovi birrifici… Poi è maturato il progetto del microbirrificio Carrobiolo. In un contesto monastico (nel quale lavoravo come educatore da 10 anni, il Carrobiolo di Monza); con l’obiettivo non solo di produrre birra ma anche di promuovere inserimenti lavorativi per dispersi scolatici e ragazzi a rischio di disagio.

Quali birre/birrai/birrifici, sia italiani che stranieri, sono stati la vostra fonte d’ispirazione?

Tutto è stato fonte di ispirazione! Non nascondo

-come fanno in tanti- i primi amori: come Schneider Aventinus e Schlenkerla Marzen; Fantôme, Dupont e La Chouffe; Guinness, Goldie e Thomas Hardy. La Motor Oil di Beba presentata da Enrico Borio mi ha segnato tanto quanto Orval; l’Artigianale di Beppe Bidu tanto quanto Sierra Nevada.

Differenze, nel bene e nel male, tra l’epoca della vostra partenza e quella attuale con particolare riferimento all’aria che tirava e che tira oggi.

Moltissime differenze! In bene: mediamente oggi bevo meglio che prima e ho una scelta infinita! Se facessi ancora la collezione di bottiglie oggi impazzirei per star dietro alle novità. In male:

  • Questo tsunami di offerta crea anche una confusione pazzesca.
  • Veri Birrifici artigianali falsi birrifici artigianali;
  • Birrifici agricoli veri birrifici agricoli di comodo;
  • Birrifici ex-artigianali oggi industriali perché hanno venduto alle multinazionali che però vengono visti ancora come artigianali e “hanno fatto bene perché hanno fatto i soldi”;
  • Birrifici artigianali che si strutturano per essere acquisiti dalle multinazionali della birra industriale;
  • Beerfirm oneste con un sogno nel cassetto- beerfirm esperte solo di marketing, logistica e non sanno un cazzo di birra; distributori improvvisati con bancalate di birre artigianali stoccate in capannoni con 35°C in estate;
  • Publican paladini della birra che fino a ieri erano i re dello Spritz o gestivano sushi bar;
  • Publican che fanno finta di fare i birrai mettendo nei loro locali birre a loro marchio ma che sono di altri;
  • Birrai che fanno finta di fare i publican o i ristoratori aprendo locali, pub, ristopub invece di fare la birra;
  • Infiniti “Festival dei birrifici artigianali” in cui però trovi beerfirm/distributori e i loro commerciali invece dei birrifici e dei birrai;
  • Festival dei birrifici artigianali dove ci si fa la guerra tra colleghi a rubarsi la postazione migliore vicino al “food” e a notte fonda si litiga per essere i primi a portare il furgone nell’unico passo carraio dove si può caricare così si va via prima;
  • “Filtrare e pastorizzare è il male assoluto” ma aggiungere nella birra ogni sorta di coadiuvante di processo e centrifugare a manetta va benissimo “perché così il prodotto è più stabile” e poi tanto “conta solo quello che hai nel bicchiere” e non quello che c’è dietro;
  • Mega esperti improvvisati che tengono serate di degustazione senza saper riconoscere un difetto palese e presentano le birre ripetendo a memoria le caratteristiche dichiarate nella scheda di presentazione sul sito del produttore;
  • Leoni da tastiera che godono nel pontificare la loro autocertificata onniscienza, sputando sentenze e condanne su tutto e tutti per contare un pò di più nel mondo della birra e per scroccare gratis qualche birra ed entrare agli eventi senza pagare il biglietto;
  • Colleghi birrai che ti chiedono la Tomografia Assiale Computerizzata di una tua birra perchè gli è piaciuta tanto (ma che in realtà non riescono a fare come te e te la vogliono copiare… pardon… si dice prendere ispirazione) e poi quando tu gli fai una domanda su una loro birra ti rispondono evasivamente glissando ogni dettaglio tecnico “perché quella birra non è ancora a punto e stiamo facendo un sacco di prove”;
  • La bottiglia di vetro è il miglior contenitore per la birra artigianale… finché non arriva la moda delle “latte”;
  • Premi alle birre, premi ai birrifici, premi ai birrai… e alla fine anche premi alle etichette e al packaging (sponsorizzati da produttori di etichette) che vengono consegnati ai birrai invece che ai grafici/designer che li hanno fatti;

L’anno scorso, due birrai amici che non riescono mai a vedersi, uno del nord e uno del sud, hanno sentito l’esigenza di fare una cosa: un raduno di birrai. Un altro festival??? No no! Una giornata a porte chiuse solo per birrai, aiuti birrai, cantinieri. Senza pubblico pagante, senza quote di iscrizione, senza stand, senza gettoni, senza tacche sui bicchieri, senza laboratori, senza organizzatori. Una giornata di birrai per i birrai che si vogliono cono- scere, incontrare e soprattutto vogliono divertirsi mangiando, bevendo e scambiarsi idee, consigli, esperienze.

Ognuno porta da casa qualcosa da bere e da mangiare (la regola è “solo roba buonissima”) e poi lo si mette sui tavoli e si condivide. Loro decidono solo data e luogo, poi invitano tutti i birrai di cui hanno il numero in rubrica e invitano ad invitare lo stesso. Un passaparola con WhatsApp. Tutti invitati: artigianali, agricoli, industriali. È solo passaparola… ma è stato sufficiente sia per il 2018 che per il 2019 a far conoscere molti birrai mai visti prima, provenienti da tutta Italia, per creare una festa unica e magica e assaggiare splendide birre non mainstream che altrimenti si sarebbero assaggiate difficilmente.

Questo spirito me l’avevano fatto respirare i birrai pionieri agli albori del movimento artigianale italiano e aleggiava ancora un pò 11 anni fa quando ho iniziato. Oggi, nonostante tutto e un pò anche grazie al “ritrovo dei birrai”, quello spirito sopravvive ancora nel cuore di quei birrai che sono prima appassionati e poi imprenditori e che hanno il cuore più grande del portafogli.

 

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Avete qualche sassolino nelle scarpe?

Non ti bastano? Nonostante tutto quello scritto sopra, sì! Ho ancora qualche sassolino nelle scarpe ma me li tengo per il prossimo libro che vorrei scrivere con te, caro Kuaska! La vera storia della birra artigianale italiana! Quella di cui in tanti sanno molto ma che nessuno osa raccontare. Quella piena  di scheletri negli armadi e quella con le pezze al culo; quella dei finti luccichii e dei falsi eroi; quella dei veri sacrifici di chi ha seguito la sua passione a tutti i costi senza mai mollare e senza scendere a compromessi al ribasso.

Cosa vi fa andare avanti e quali sono le prospettive future?

Quello che fa andare avanti davvero sono i debiti da pagare, per poi fare nuovi investimenti e reindebitarsi. Però perfezionare alcune birre e soprattutto crearne di nuove è una soddisfazione senza pari. Realizzare birre come la 1111, la CoffeeBrett, la ITA-Italian Tomato Ale, la P.I.S.-Porcini Imperial Stout o l’ultimogenita Peter Panettone accanto a Pils, Brown Ale, Tripel e Saison è il mio modo di divertirmi e di andare avanti. Il prossimo progetto? Una Juicy (alla colatura di alici e diacetile) e una Ordinary Bitter.

Una battuta per concludere: “Quale birra avreste voluto creare voi e che invidiate ai vostri colleghi, sia italiani che stranieri?”

 

Facilissimo… la Punk IPA!

 

A cura di Lorenzo Dabove in arte Kuaska

+Info: www.birradelcarrobiolo.it

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Per leggere in anteprima tutte le 20 interviste del Focus sui Birrifici Emergenti - parte 2 (2014-2018) by Kuaska scarica gratis il pdf della GuidaOnline Microbirrifici d'Italia 2020

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Rubrica Birrifici Emergenti 2008-2018 by Kuaska

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